L’uso della tecnologia nelle emergenze sanitarie

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Certamente, superata questa fase delicata della diffusione del Corona Virus – Sars-Cov-2, sarà fondamentale fermarsi e capire cosa abbia funzionato in risposta all’emergenza sanitaria, cosa sia da migliorare e integrare ma soprattutto cosa è mancato in termini di risorse materiali ed intellettuali.

Capire cioè come ed in che modo sia possibile potenziare il sistema sanitario pubblico glocale inserendolo di fatto all’interno di un contesto adeguato e armonizzato di trasporto e infrastrutture e di scambio informativo. Insomma come non farsi trovare impreparati nella gestione della tutela della salute delle prossime generazioni.

Sicuramente al noto a tutti termine “virale” che si conosceva per contenuti diffusisi sui social network, verrà associato il termine prettamente medico che si riferisce alle epidemie. Sarà una delle cose che ci avrà insegnato questa grande crisi sanitaria causata dalla diffusione della CoVid -19.

Infatti, la dinamica con cui un virus infetta la popolazione ha molto in comune con l’andamento virale di un immagine sui social netwok. Fortunatamente, però, pochi virus (e le relative patologie) si diffondono con la stessa rapidità con cui si diffonde una foto in Internet e tuttavia in ambito medico, è stato possibile, nel corso del tempo, sviluppare molti strumenti utili al contrasto della diffusione dei virus cosa ancora oggi quasi impossibile nel mondo dei social.

Già nel passato altre epidemie sono state mappate attraverso modelli matematici SIR (suscettibili, infetti, rimossi) ovvero di tipo differenziale per poter spiegare la rapida crescita e la successiva decrescita del numero degli infetti. Insomma i dati sono di fondamentale importanza anche in questa fase e mai come ora vale la pena menzionare una citazione di Gregg Easterbrook che ho imparato da un fraterno collega: “Se torturi i numeri abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa”.

Come dire che è assolutamente necessario che le decisioni politiche e di coordinamento e la governance sanitaria siano coinvolte reciprocamente in un rapporto simbiotico e di simmetria informativa per la scelta dei provvedimenti da adottare: i più efficaci per la tutela della salute dei malati e degli operatori sanitari, meno impattanti sulla popolazione e di costruzione del futuro post-emergenza. Tutto ciò in quella che per il futuro conosceremo come il cd. mobile healt.

Dalla esperienza cinese, primo Paese in cui si è diffuso il contagio da SARS-CoV-2 e la conseguente Covid-19, abbiamo imparato come sia stato necessario utilizzare i big data per controllare il virus che veniva trasportato dal suo vettore, l’Uomo, “creando” il picco dei contagi che sarebbe stato poi aggiornato. Un alleato quello dei Big Data che la Cina ha utilizzato, potendo, di fatto mappando ogni contagiato a ritroso tramite il cellulare (tecnologia 5G?) e ricostruendo tramite Intelligenza artificiale (IA) i movimenti “probabili” del resto della popolazione (nel frattempo bloccata nelle zone calde) per neutralizzare i cluster (focolai) con il contenimento d’anticipo.

Nel nostro Paese a proposito di BigData si segnala negli ultimi anni l’impiego sempre più diffuso della c.d. “tecnologia impiegata” alle grandi banche dati sanitarie detenute, per lo più, per fini di governo, da regioni e da enti centrali. L’“intelligenza aumentata” è vista come strumento per incrementare i risultati delle analisi tradizionali sui dati sanitari, al fine di individuare nuovi indicatori utilizzabili soprattutto nella politica sanitaria. Il perfezionamento di tali tecnologie richiede il trattamento di informazioni sanitarie reali, utili soprattutto per rappresentare l’evoluzione delle cronicità, che rappresentano una voce sempre più considerevole nel bilancio della spesa sanitaria

Ciò nonostante siamo di fronte ad un tema molto delicato che è stato oggetto di un’indagine conoscitiva dell’AGCOM pubblicata il 10 febbraio 2020 scorso dai cui risultati è emerso che la disciplina di protezione dei dati personali, anzitutto quella ora contenuta nel RGPD, è un essenziale banco di prova per chi intenda esplorare le potenzialità offerte dai Big Data (anche in ragione del rigoroso quadro sanzionatorio che caratterizza il RGPD Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati.

Proprio in questo senso si legge nel documento conclusivo dell’indagine che “L’idea – che fa capolino in letteratura e che pure è talora serpeggiata nel corso delle audizioni – secondo cui l’ultimo “scossone” tecnologico derivante dai Big Data possa rappresentare la “testa d’ariete” per far capitolare le difese apprestate dagli ordinamenti europei rispetto alla tutela dei diritti fondamentali mediante l’ombrello offerto dalle discipline di protezione dei dati personali non è condivisa dal Garante. Al contrario, proprio la circostanza che la dimensione tecnologica acquisti con i Big Data una imponente capacità di spiegare i propri effetti (non tutti e non sempre benefici) sui singoli e sulla società nel suo complesso impone, nel nostro ordinamento costituzionale, non diversamente da quello dell’Unione europea, di preservare, oggi più che mai, le garanzie nel tempo acquisite a tutela dei diritti fondamentali e da ultimo ribadite nel RGPD”

L’Indagine conoscitiva ha delineato inoltre linee guida e raccomandazioni di policy che vanno in una stessa direzione: sollecitare Governo e Parlamento affinchè si interroghino sulla necessità di promuovere un appropriato quadro normativo che affronti la questione della piena ed effettiva trasparenza nell’uso delle informazioni personali (nei confronti dei singoli e della collettività); che si rafforzi la cooperazione internazionale sul disegno di policy per il governo dei Big Data rafforzare i poteri di acquisizione delle informazioni da parte di AGCM ed AGCOM al di fuori dei procedimenti istruttori e aumento del massimo edittale per le sanzioni al fine di garantire un efficace effetto deterrente delle norme a tutela del consumatore con un coordinamento permanente” tra le tre Autorità.

 

di Antonio Di Lauro

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