federico ii polo penitenziario

L’Università come strada per la libertà: la Federico II e il ruolo del Polo Penitenziario

Valeria Marchese 09/01/2023
Updated 2023/01/08 at 2:04 PM
5 Minuti per la lettura

È recente la notizia che vede un detenuto della casa circondariale di Secondigliano essere il primo laureato del Polo Penitenziario della Federico II. L’uomo ha conseguito la sua laurea in Sociologia con votazione 110 e lode attraverso il sistema educativo fornito dall’università nelle carceri. Una laurea raggiunta in un istituto penitenziario è un messaggio diretto che invoca al cambiamento e al riscatto sociale; anche con l’apertura dell’Università a Scampia abbiamo un avvicinamento verso i territori della periferia che sono generalmente i più bistrattati, i territori degli “ultimi” e della predestinazione in senso negativo. Abbiamo intervistato in merito Marella Santangelo, delegata del Rettore per il PUP della Federico II.

Che prospettiva può fornirci del Polo Penitenziario adesso?

«Il Polo è stato costituito nel 2018 dall’allora Rettore Gaetano Manfredi che mi ha nominata suo Delegato, sono poi stata confermata dall’attuale Rettore Lorito. Il primo anno accademico è stato il 2018-2019. I detenuti svolgono le lezioni perlopiù in presenza, i docenti si recano personalmente in Istituto. Inoltre, gli studenti del Polo Universitario Penitenziario sono completamente esentati dal pagamento delle tasse. Per i libri di testo cerchiamo di portarli noi docenti, ma dove ci sono particolari esigenze e difficoltà, l’Università stessa compra alcuni volumi».

In quanto delegata del rettore, cosa le trasmette svolgere la sua professione all’interno dell’Ateneo?

«Credo di essere molto fortunata e ringrazio profondamente Gaetano Manfredi e Matteo Lorito per la fiducia che mi hanno dimostrato, è un lavoro molto faticoso e complesso, ma credo che per un docente sia anche l’occasione per riscoprire il valore più profondo dell’insegnamento. Attraverso il PUP diamo la possibilità a persone che hanno sbagliato e stanno pagando per quanto commesso, di esercitare il diritto allo studio così come la nostra Costituzione prevede, di costruire un futuro nuovo e diverso, di ritrovare la dignità personale che il mondo della detenzione troppe volte annulla».

Spesso, il motivo per cui coloro che hanno appena finito di scontare la pena tornano a delinquere è proprio causato dalla stigmatizzazione della carriera deviante. In che modo possiamo combattere i pregiudizi verso gli ex detenuti?

«Solo con i fatti, dimostrando che i detenuti, come ho già detto, sono uomini e donne che stanno pagando per quanto commesso e che, una volta liberi, ritornano a essere cittadini come gli altri; ma perché questo accada bisogna metterli in condizione di essere autonomi, autosufficienti, così da poter dimostrare che l’uomo non è il suo reato».

Una laurea in Sociologia ci dice molto sull’aiuto che la disciplina può offrire alle varie problematiche sociali. Come garantire un bilancio tra gli enti istituzionali e la riqualificazione del territorio?

«Una cosa che ripeto sempre è che è fondamentale che le Istituzioni collaborino e si parlino. Prendiamo proprio l’esempio del PUP, l’Università e l’Amministrazione penitenziaria lavorano insieme per uno scopo comune e 120 studenti, su poco più di 1000 detenuti chiusi nell’Istituto di Secondigliano, sono un dato incontrovertibile. L’attuale Amministrazione della città è molto vicina al Polo, questo ci dà forza perché dialoghiamo e abbiamo un grandissimo appoggio anche dal nostro Comune. Quello dell’architettura è poi un altro lunghissimo capitolo che riguarda la progettazione, la mia principale linea di ricerca è centrata sullo spazio e sull’architettura del carcere».

Cosa vorrebbe dire ad un giovane che lotta in un contesto territoriale e familiare difficile?

«Vedere persone private della libertà personale intraprendere un cammino complesso e faticoso dovrebbe essere di esempio per tutti i giovani, sia per comprendere il valore della libertà, che per capire quanto siano importanti la formazione e la cultura per trovare il proprio “posto nel mondo”. Direi ai ragazzi di perseverare, di combattere e di non lasciarsi sopraffare da quanto accade intorno, sono gli unici che possono invertire questo senso di “predestinazione”. Credo che l’apertura del Polo delle professioni sanitarie a Scampia sia un’occasione straordinaria: portare nel quartiere studenti, docenti, personale e l’indotto – non solo economico, ma anche culturale – significa concretamente provare a “ri-abitare Scampia”. Il quartiere ha avviato un processo di rinnovamento, la strada è lunga e impervia, ma i giovani e tutti gli abitanti vedono un segno importante e tangibile del fatto che si possa fare e che non sono soli».

Condividi questo Articolo
Lascia un Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *