L’unicità musicale di Nicolò Annibale

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Nicolò Annibale, classe 95’, è un giovane cantante napoletano. All’età di otto anni inizia a studiare chitarra al conservatorio di Napoli, successivamente canto e a scrivere testi in Italiano. Nel 2014 fondò il gruppo  “Kocòre“, con cui iniziò a suonare i primi brani in napoletano. Alla fine dello stesso anno uscì il suo primo singolo “Ce voglio credere“, con la produzione artistica di Fabrizio Fedele, singolo che diede il nome al suo primo CD. Nel 2015 inizia a collaborare con vari gruppi ad aperture di live molto importanti (Foja, La maschera, Gnut, Lelio Morra, Francesco di Bella  & Ballads).

Com’è nata la tua passione per la musica?

«La passione per la musica è nata con me. Mio padre è un appassionato di musica: la domenica mattina, da piccoli, ci faceva sempre ascoltare musica in casa, da quella etnica al jazz, dal blues di Pino Daniele ai Pink Floyd».

Qual’ è stato il momento in cui hai detto “Vorrei fare questo come lavoro”?

«Mi sono iscritto al conservatorio suonando chitarra classica, poi al liceo ho iniziato a studiare canto. L’idea di farlo diventare un lavoro è venuta intorno ai 16/ 17 anni, quando iniziai a scrivere le prime canzoni in napoletano. Finito il liceo mi sono dedicato completamente a quello. Poco dopo è uscito il mio primo album. È stato anche grazie all’Università, che è stata molto stimolante».

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

«Sono in una fase particolare della musica: ascolto autori stranieri, soprattutto per la musicalità delle loro canzoni. Sto cercando di dare una forma un po’ diversa alla mia musica. L’album che uscirà prossimamente suona diversamente dal primo, che è più blues e in cui sono stato influenzato dalla scena napoletana attuale. Il nuovo album sarà soul con cadenze americane. Fra gli autori italiani che mi rappresentano c’è Pino Daniele, Giuliano Sangiorgi dei Negramaro e Ivano Fossati».

Qual’ è il messaggio che vuoi lasciare a chi ascolta la tua musica?

«In una fase storica come questa, il cantautore deve un po’ dimenticare che due tachipirine fanno mille (riferimento a Calcutta, ndr), deve comunicare. In C’è voglio credere, il mio primo album, ho voluto far capire che nella vita bisogna avere un sogno, un obiettivo con cui svegliarsi la mattina e avere un motivo per andare avanti. Nel secondo album, “Elefanti”, mi sono concentrato principalmente sullo stato di lontananza, intesa sia come un luogo fisico che uno stato d’animo. Cerco di rappresentare l’uomo in tutte le sue sfumature».

Come può il musicista oggi rappresentare Napoli?

«Rifacendomi a Massimo Troisi e Pino Daniele, non rappresentavano Napoli nel suo stereotipo, ma cercavano di rappresentarne la cultura. Massimo Troisi non era lo scugnizzo, ma il napoletano che riesce ancora ad emozionarsi. Noi a Napoli abbiamo tanti difetti, ma molto spesso siamo più umani rispetto ad altri. Pino Daniele e Massimo Troisi rappresentavano al meglio questo lato della napoletanità. A 24 anni, a volte, sento il bisogno di andare via. Napoli è bella ma è stretta, invece c’è bisogno di guardare oltre. Noi cantanti dobbiamo far capire che a Napoli c’è un sogno da portare avanti, dobbiamo valorizzarla, e amarla».

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«La laurea e, a breve, terminerò di realizzare il mio secondo album. Sto cercando di portare la mia musica in giro per l’Italia e di aiutare l’altro attraverso la mia musica».

Un tuo sogno o una collaborazione che vorresti realizzare?

«Ce ne sono tanti… Sanremo per esempio, e la festa del Primo Maggio a Roma».

di Maria Grazia Scrima

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