Luis Sepúlveda: Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare

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Dopo le ultime rassicurazioni in merito al suo stato di salute, speravamo di non doverlo annunciare: si è spento, vittima del Coronavirus, Luis Sepúlveda.

Intellettuale militante di fondamentale importanza per il Cile degli anni bui della dittatura di Pinochet, è inutile nasconderlo: lo ricorderemo sempre come l’autore di “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare“.

Ha portato via con sé una piccola parte della nostra infanzia, di quel groppo alla gola che ogni bambino degli anni ’90 (e oltre, si spera) si è costretto a mandare giù, per non scoppiare in lacrime, mentre Fortunata diceva addio a Zorba.

Romanzi simili sono in realtà narrazioni paradossali: vengono letti ai bambini, eppure spesso ci si rende conto che sarebbero molto più utili agli adulti. Sono così carichi di significato, così profondamente intrisi di valori umani racchiusi nel corpo di qualche buffo animale da essere destabilizzanti. Certo, da bambini è impossibile coglierne le sfumature più sottili, eppure le “favole” hanno il grande merito di allenare la sensibilità emotiva dei più piccoli. Sono, forse, un piccolo barlume di speranza, affinché le generazioni future riescano ad attuare finalmente certi valori, rendendoli non più soltanto prerogativa di un mondo immaginario.

La trama

Il racconto di Sepúlveda si apre su uno scenario quasi ameno, i gabbiani che migrano, salvo poi virare verso uno dei drammi dei quali tutt’oggi paghiamo le conseguenze: i disastri petroliferi. Si susseguono da anni ormai, rendendo i nostri mari una vera e propria trappola mortale per tutta la biodiversità marina, sebbene l’uomo si concentri spesso soltanto sulle conseguenze che sembrano coinvolgerlo in maniera diretta. Sepúlveda, invece, filtra tutto attraverso lo sguardo di una gabbiana. Una mamma come tante, che sceglie di dare la sua vita per quella di suo figlio.

Strappa a un gatto, Zorba, pronto a mangiarla, tre promesse: di non mangiare l’uovo, di prendersene cura fino alla nascita del piccolo e di insegnargli a volare. E Zorba accetta, praticamente costretto. Ma una promessa è una promessa, e così un gatto si ritrova a covare un uovo di gabbiano. E insieme a lui tutti i gatti del quartiere, un’intera comunità che prende a cuore il destino di una gabbianella che avrebbero potuto mangiare senza pensarci troppo. Sarebbe stato legittimo in un mondo come il nostro, a sfondo darwiniano: vince il più forte. E invece no. Con una grandissima storia di umanità, di lealtà e di solidarietà, Sepúlveda insegna che una gabbianella può chiamare “mamma” un gatto e sentirsi tale e che origini e razze diverse, naturalmente nemiche, non sono rilevanti, se lo spirito di solidarietà è più forte.

Ma questa “favola tutta umana” non si ferma qui. Racconta dell’impegno dei buffi genitori adottivi, che fanno di tutto per far crescere la gabbianella come una di loro, al contempo rispettando ed esaltando la sua diversità. Racconta della sua crescita, del senso di inadeguatezza che la consapevolezza di essere diversi molto spesso suscita, soprattutto nei periodi più delicati della vita, in cui sembra quasi una mancanza imperdonabile. Tutti temi ancor più accentuati nel film d’animazione, realizzato nel 1998 per la regia di Enzo d’Alò.

Epilogo

Ma un gabbiano non è tale senza saper volare, e i gatti alla fine scelgono di rivolgersi agli umani: ad un poeta, uno dei pochi che ispira loro fiducia, ennesima dimostrazione che uniti si è più forti. Il poeta comprende che l’unica soluzione è portare la gabbianella in cima al campanile che domina la città di Amburgo: solo da lì potrà imparare a volare.

«Ho paura» stridette Fortunata.

«Ma vuoi volare, vero?» miagolò Zorba.

«Ho paura! Mamma!» stridette Fortunata.

[…]

«Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. E’ acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole. Senti la pioggia. Apri le ali» miagolò Zorba.

[…]

Fortunata scomparve alla vista, e l’umano e il gatto temettero il peggio. Era caduta giù come un sasso. Col fiato sospeso si affacciarono alla balaustra, e allora la videro che batteva le ali.

[…]

«Volo! Zorba! So volare!» strideva euforica dal vasto cielo grigio.

L’umano accarezzò il dorso del gatto. «Bene, gatto. Ci siamo riusciti» disse sospirando.

«Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante» miagolò Zorba.

«Ah sì? E cosa ha capito?» chiese l’umano.

«Che vola solo chi osa farlo» miagolò Zorba.

Con una malinconia che pochi romanzi riescono a suscitare i due si dicono addio, ciascuno imboccando la propria strada, inevitabilmente diversa da quella dell’altro, ma con la promessa di non dimenticarsi mai. È forse un po’ la sensazione che genitori e figli provano quando la vita e le sue opportunità li portano a separarsi, consapevoli di tutti i sacrifici fatti insieme per riuscire a spiccare, finalmente, il volo.

 

di Teresa Coscia

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