Luigi Mascolo: «Mio padre, ucciso dalla camorra, mi ha insegnato a vivere»

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La storia di Luigi Mascolo e di suo padre Giuseppe

Perché intervistare Luigi Mascolo, il figlio di una vittima innocente di camorra dopo più di 30 anni? Perché la storia di suo padre Giuseppe non è così conosciuta come dovrebbe, non ha mai attraversato in maniera profonda l’anima di questo territorio, nessuno sa ancora bene come sono andati i fatti. Eppure Giuseppe Mascolo ha pagato con la vita il prezzo della sua scelta: non pagare il pizzo, non piegarsi. Riavvolgiamo il nastro e chiediamo a Luigi.

Chi era Giuseppe Mascolo?

«Era mio padre, colui che mi ha insegnato i valori veri della vita, mi ha insegnato ad avere dei sogni, degli obiettivi sociali e professionali, i valori dell’amicizia e del rispetto, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Era un uomo che si è fatto con le sue mani, con tanti sacrifici, il primogenito di tre fratelli, l’unico che la famiglia ha potuto far studiare».

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Perché è stato ucciso e da chi?

«A quel tempo la società era diversa e dominava in maniera spregiudicata la collusione tra mafia e politica a basso livello e ad alto livello, insieme con la stessa società civile. La gente si girava dall’altra parte davanti alle illegalità, non c’era la stessa coscienza civile che c’è oggi. All’epoca sul nostro territorio dominava il clan dei Beneduce e l’attività di mio padre era diventata oggetto di interesse dei boss malavitosi».

Qual è stata la dinamica dei fatti?

«Quattro gli estorsori assassini che hanno atteso il rientro di mio padre a casa nostra a Baia Domizia, quella sera del 20 settembre 1988, dopo la chiusura della farmacia a Cellole. Io lo seguivo con un’altra auto, mi fermo per una commissione e poi lo raggiungo. Purtroppo era già accaduto l’irreparabile: un solo colpo alla testa davanti al suo rifiuto, pur di affermare i suoi valori. Ho provato ad inseguirli, ma non sono riuscito a stargli dietro».

Sono stati presi e condannati tutti?

«Purtroppo no. Uno è morto durante gli anni del processo, uno è stato fatto sparire, un altro ancora non è stato riconosciuto colpevole; solo uno dei quattro è stato condannato a 16 anni di reclusione. C’è voluto molto tempo ed impegno da parte degli inquirenti prima che la situazione si sbloccasse, troppa omertà. Solo dopo dieci anni, la moglie di colui che ha premuto il grilletto, ha parlato e grazie al magistrato Raffaele Cantone il caso si è risolto».

Sei riuscito a perdonarli?

«Generalmente si perdona dopo che c’è stato un ravvedimento, ma in questo caso no, niente e nessuno si è pronunciato, nemmeno l’unico a pagarne le conseguenze ha mai detto qualcosa, né durante il processo né dopo. Non posso perdonare. Mi sento invece di ringraziare la signora pentita che si è decisa a parlare e a collaborare, senza guadagnarci nulla. Ha reso giustizia a mio padre e al marito vittima di lupara bianca».

Cosa ti ha insegnato questa storia?

«Ho capito che alcune cose non sono trattabili nella vita. A mio padre non costava nulla pagare il pizzo, sarebbe stato come pagare una bolletta in più. Ma non poteva accettare la sottomissione, avrebbe perso la sua integrità morale, perché avrebbe dovuto accettare l’estorsione? Per mortificare i suoi valori di una vita, per sottostare a persone che della immoralità hanno fatto il loro modo di vivere? In funzione di quali valori sono disposto ad accettare? Questo bisogna chiedersi nella vita. Io preferisco non dormire la notte perché penso a mio padre, piuttosto che non dormire la notte perché mi sono venduto la coscienza per qualcosa di immorale».

Hai mai avuto paura per i tuoi figli? Hai mai pensato di andartene?

«Paura no. Io amo questa terra e se qualcuno se ne deve andare non sono io, ma chi questa terra l’ha mortificata, chi l’ha tradita, chi l’ha resa indegna. Io nel mio piccolo, come imprenditore, quotidianamente cerco di ridare dignità al mio territorio».

Luigi Mascolo come traduce in fatti queste parole?

«Ho deciso di devolvere l’indennità che lo Stato mi ha riconosciuto quale familiare di vittima innocente della criminalità, per una borsa di studio tramite la Fondazione INTERCULTURA, destinata agli studenti delle scuole superiori di Sessa Aurunca. La borsa è intitolata a mio padre Giuseppe, proprio per ricordarlo e contribuire, in questo modo, all’affermazione della cultura della legalità. Perché la lotta alla camorra parte dai giovani e ai giovani dobbiamo offrire nuove opportunità».

di Fernanda Esposito

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°214
FEBBRAIO 2021

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