Luciana Lamorgese è risultata positiva al Covid

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Il Consiglio dei ministri viene sospeso dopo cinque ore, e solo perché la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese è risultata positiva al Covid. Isolamento per Luigi Di Maio e Alfonso Bonafede, che le stavano seduti accanto, tamponi per tutti i ministri, sanificazione della sala del Cdm. I ministri si allontanano alla spicciolata, con il volto scuro, perché la riunione fiume non ha portato a una schiarita sulla governance del Recovery plan, vero grande nodo da sciogliere e rimasto insoluto, che fa traballare il governo, scossone che si aggiunge alla fibrillazione di queste ore sul Mes. Quarantott’ore, le prossime, in cui in gioco c’è la tenuta o la fine prematura del governo giallorosso.

Teresa Bellanova è furiosa. La capo delegazione di Italia viva nell’esecutivo ha ricevuto il testo all’una di notte, oltre 120 pagine da sfogliare velocemente prima di chiudersi in riunione. “Non approvo testi al buio”, aveva fatto sapere prima che il Consiglio iniziasse, “ad una prima sommaria lettura la bozza sulla governance del Recovery inviata ai ministri stanotte appare opaca, e presenta profili di incostituzionalità. 209 miliardi (anche se in realtà sono meno) non sono un fatto privato.” Davanti ai suoi colleghi e soprattutto davanti a Giuseppe Conte è stata durissima: “Non mi risulta che la Costituzione abbia dato al premier il potere di esautorare i ministri”, l’attacco frontale della ministra renziana.

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Sul tavolo il documento del Piano nazionale di ripresa e resilienza, un faldone con le linee guida attraverso le quali spendere gli oltre 200 miliardi in arrivo dall’Unione europea. E sul paragrafo intitolato “Modello di gestione del piano” che scoppia la bagarre. Perché il meccanismo ideato da Conte e dalle strutture di Palazzo Chigi delinea quello che in Parlamento viene già definito il “governo ombra”. Prevede una serie di “Responsabili di missione” – dovrebbero essere sei – che opererebbero in una “struttura di missione” composta da dirigenti reclutati tra “il personale delle pubbliche amministrazioni, personale di società pubbliche in house o partecipate, collaboratori nonché consulenti o esperti, anche estranei alla pubblica amministrazione”. Un impianto che verrebbe determinato tramite un dpcm, senza dunque possibilità di vaglio o di controllo da parte del Parlamento o dei ministri competenti. A supervisionare la struttura parallela sarebbe un “Comitato esecutivo”, composto da Conte stesso e dai ministri dell’Economia e dello Sviluppo economico, Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli. Alla restante compagine dell’esecutivo rimarrebbe la sola possibilità di richiedere tavoli di confronto a un “referente unico” della struttura di missione per gli argomenti di loro competenza. Per di più i responsabili di missione avrebbero un ventaglio di poteri assai ampio, dall’impulso e dal coordinamento operativo dei progetti alla vigilanza e al monitoraggio. Ma non basta. I referenti avrebbero anche “il compito di adoperarsi, anche attraverso l’attivazione di poteri sostitutivi, per favorire il superamento di situazioni di inerzia o comunque ostative alla realizzazione dell’intervento programmato”. Un vero e proprio governo nel governo, supervisionato da un triumvirato assistito dai ministri degli Affari europei e degli Esteri per quanto concerne i rapporti con Bruxelles.

Un modello alla quale Italia viva ha detto un secco no. Dopo la prima ora che Conte ha dedicato all’illustrazione del piano, è scattata la discussione. Che tra pause e la notizia della positività di Lamorgese non ha trovato un punto di caduta. Le posizioni in campo rimangono ferme, Conte insiste con lo schema individuato, Iv non cede. La riunione è stata aggiornata a domani in tarda mattinata. Sembra sfumata la possibilità, cullata dal premier, di avviare da subito il piano di reclutamento della struttura inserendo la norma in un emendamento alla legge di stabilità. “Se la mettete in manovra Italia viva voterà contro”, ha avvertito secca Bellanova. Al punto che si sta pensando in queste ore un ad un decreto ad hoc, che recepisca una mediazione che al momento non sembra esserci.

Un clima cupo e mefitico avvolge i Palazzi della politica. A poche centinaia di metri di distanza i 5 stelle continuano nel loro formicolio di riunioni per sventare la fronda e salvare il governo in aula, trovando un compromesso minimo sul Fondo salva stati. Eccola, l’altra partita, ecco il tentativo di Conte di uscire dal vicolo cieco del Recovery fund già domani, e non mercoledì come inizialmente ipotizzato, in tempo per presentarsi davanti alle forche caudine del Senato dove i dissidenti M5s lo aspettano al varco sulla riforma del Mes.

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