Un libro della giornalista Tiziana Barillà (Fandango) ripercorre la storia di Riace e del suo sindaco che, tra il mito di Che Guevara e Peppino Impastato, è riuscito a costruire una comunità che sembra dare fastidio ai governi centrali: prima del Pd e, ora, dei pentaleghisti. Un testo, “Mimì Capatosta”, che in qualche modo ha anticipato la notorietà attuale che sta avendo tale esperienza.



In questi giorni Riace è un via vai di persone. C’è entusiasmo e voglia di lottare. La piccola cittadina della Locride è diventata meta di pellegrinaggio o, meglio, luogo di resistenza a quel clima xenofobo che soffia nel Paese. La gente vuole ammirare coi propri occhi il cosiddetto “modello di Riace”, modello messo sotto attacco dal governo centrale che ha bloccato i fondi Sprar, dopo un’ispezione nel 2016, perché avrebbe riscontrato “criticità per gli aspetti amministrativi ed organizzativi”, oltre ad aver osservato “un quadro dei servizi di accoglienza estremamente confuso”. Al sindaco Mimmo Lucano viene imputato di aver anche adottato una moneta locale, per sopperire ai ritardi dei pagamenti della burocrazia italiana, non contemplata dalle normi statali. Così dall’alto gli esecutivi, Pd o pentaleghisti che siano, stanno strozzando Riace. È partito un crowdfunding in cui sono stati raccolti quasi 250mila euro in poche settimane a dimostrare la mobilitazione in campo.

Chi è veramente quest’uomo sessantenne che la rivista americana Fortune ha menzionato tra i 50 uomini e donne più influenti del pianeta? Il libro intervista “Mimì Capotosta” (soprannome di Domenico Lucano) scritto dalla giornalista Tiziana Barillà, edito da Fandango, ricostruisce il suo percorso politico ed amministrativo svelando, nel dettaglio, l’esperienza di Riace. Una storia emblematica e bella, al limite dell’utopico. Un testo uscito ad ottobre scorso, mesi prima che la cittadina arrivasse sulla bocca di molti. Un lavoro, quindi, precursore dei tempi.

Ultimi, utopia, beni comuni, spinta militante, collettivo, antimafia sono le parole più gettonate e ripetute nel libro che con minuzia di particolari ci conduce in questa realtà ai più sconosciuta. Sembra di vivere un’altra Italia, non quella che conosciamo nel dibattito pubblico nazionale. Il sindaco Lucano si autodefinisce un partigiano e, come riporta nell’intervista all’autrice, secondo lui “la sinistra disperata e immaginaria di adesso la dobbiamo ricostruire, attraverso la ricostruzione di spazi democratici in cui si mettano al centro richiedenti asilo, i diritti delle fasce più deboli, la lotta sociale alla criminalità organizzata, ma anche da spazi di controinformazione”.

Ma quando ha inizio questa storia? Mimmo Lucano diventa sindaco per la prima volta il 13 giugno 2004, dall’epoca rivincerà altre 2 volte. Nel 2004 Riace si stava svuotando, il centro storico era disabitato, una cittadina popolata solo da anziani e destinata all’oblio. A ripopolarla ci pensano i rifugiati politici in arrivo dal mare, in primis una comunità curda. Così pian piano il Comune è rinato, è stata salvaguardata la scuola, hanno trovato nuova vita vecchi mestieri e attività artigianali che stavano scomparendo, sono state aperte nuove botteghe e negozi che hanno portato anche un qualche ritorno economico. Una storia unica e che ora sta si stanno provando a replicare altri comuni della Locride.

Il libro di Barillà racconta come, oggi, nel centro storico i profumi dell’origano si siano mischiati a quelli della curcuma, quello dei maccheroni misti col cous cous. Il tutto parte da un’idea ovvia, ma troppo spesso non praticata: il migrante è un essere umano e non un business. E allora quei 35 euro dati dalle istituzioni sono serviti per mettere in moto l’economia, pagare gli operatori sociali e far nascere nuove attività lavorative. Nessun meccanismo assistenziale. Si praticano accoglienza, diritti e dignità. Riace è questo. Finché i fondi sono stati bloccati. Adesso il modello è in ginocchio: i mediatori culturali non vengono stipendiati da mesi, i migranti vivono in case senza elettricità. Lucano si è inventato, per resistere, dei bonus per sopperire alla manchevolezza dei fondi: grazie ai bonus, convertibili in euro, i negozianti possono fare credito ai migranti. Un modo per far circolare l’economia che è stato additato come colpevole dall’ispezione dello Sprar che avrà ritenuto più giusto l’intervento delle banche, coi suoi profitti. Per questo è in piedi il crowdfunding per salvare Riace.

Il sindaco non sembra comunque demordere anche perché, come descrive il libro, non è la prima volta che è sotto attacco. In passato ci sono già state minacce delle ‘ndrine che hanno preso di mira le sue politiche per essersi sempre schierato contro gli speculatori edilizi e per la confisca dei beni ai mafiosi, oltre ad aver pubblicizzato l’acqua togliendola dal profitto dei soliti privati. “Quello che oggi mi preoccupa non è tanto la mafia quanto, piuttosto, le ombre dell’antimafia. Di quell’antimafia strombazzata, funzionale solo a giustificare un disarmante vuoto politico. Un’antimafia finora solo di facciata e di professione”, afferma nel libro Mimmo Capotosta dimostrando di essere un politico anomalo e controcorrente. Al limite dello scomodo. Si definisce un libertario, ha il poster di Che Guevara in ufficio ed è cresciuto col mito di Peppino Impastato.

Domani Lucano darà la cittadinanza onoraria al padre comboniano Alex Zanotelli, al medico Gino Strada e alla scrittrice Chiara Sasso. Precedentemente, sempre ad agosto, ha incontrato altri due colleghi – sindaci rispettivamente di Napoli e Barcellona, Luigi de Magistris e Ada Colau – parlando di porti aperti e di costruzione di un’Europa più giusta e solidale (anche sulla questione migratoria). Subito dopo ha dialogato, al festival dell’umanità di Riace, con lo scrittore Roberto Saviano. Intanto il ministro degli Interni, Matteo Salvini, lo vede come un avversario politico tanto da dedicargli contro dichiarazioni e post al vetriolo. Lui, con quella pacata testardaggine che lo contraddistingue, parla di “utopia della normalità” e replica definendo Riace città dell’accoglienza: “Sogno una nuova umanità libera dalle mafie, dal razzismo, dal fascismo e da tutte le ingiustizie”.

Nell’epilogo del libro, l’autrice spiega bene cosa l’ha spinta a questo lavoro: “Scriviamolo che l’utopia della normalità è una ricerca quotidiana, fatta di vita e dissapori. Di grandi vittorie grazie a piccole scelte. E di grandi scelte in cambio di piccole vittorie”. Sta a tutti noi trasformare, ora, queste grandi scelte in grandi vittorie.
di Giovanna Cirillo
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