Luca Rustici e l’arte del sound engineer

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Dal 19 marzo in radio, sulle piattaforme digitali e negli store Red Rain (L’n’R Productions / Artist First) il nuovo singolo di Luca Rustici omaggio al grande Peter Gabriel, che ha scritto questo brano nel 1986.

“Con questo omaggio – dice Luca Rustici – realizzo un progetto importante per la mia carriera, ‘Red Rain’ è un brano che ho sempre amato e che avrei voluto scrivere io, perché per me è un grande esempio di scrittura e produzione. La mia è una versione minimalista dove ho voluto mettere in evidenza l’interpretazione vocale e il solo di una chitarra synth. Sono riuscito ad emozionarmi ad ogni singola parola ed ogni singola nota come quando ascoltai questo brano per la prima volta… Un capolavoro!!!”

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Luca Rustici, nasce a Napoli, poi da ragazzo si trasferisce con la famiglia a Secondigliano. Una famiglia di artisti quella dei Rustici. Da suo padre pittore, ai suoi fratelli musicisti e produttori Corrado e Danilo.

Senza dubbio una famiglia d’arte, declinata in ogni sua forma la tua?

«Direi di sì. Danilo era assolutamente il genio di noi Rustici, era quello che con la sua “pazzia” creava cose particolari dal nulla, un genio senza eguali, realizzava cose incredibili sia a livello musicale che dal punto di vista del suono e mi ha introdotto nel campo del sound engineer. A lui devo i primi rudimenti di questo mestiere ed il passaggio nella mia vita nel mondo degli studi. È stato il primo ad utilizzare una console SSL. Ricordo che Danilo fu chiamato a Londra, per un corso su un prototipo di questa console che in Italia, sarebbe arrivata solo grazie a Peppino Di Capri, che la prese, credo, nel 1978, per il suo studio di registrazione.

Consolle che poi ho ritrovato in uno studio in Spagna, dove fui chiamato per lavoro. È stato il primo chitarrista a usare una Chitarra sintetizzatore. Ricordo che, negli anni 70, in una band di cui facevano parte anche Joe Amoroso e Dario Franco, suono un pezzo di Stravinsky utilizzando solo la chitarra sintetizzatore, qualcosa che era molto avanti per quei tempi. Senza dimenticare che con Lino Vairetti hanno fondato gli Osanna ed io ragazzino sono cresciuto tra gli incontri del loro gruppo nella cameretta di casa nostra o a casa Vairetti». 

Non rinneghi il tuo quartiere, ma hai dimostrato che il talento, con la tenacia e il lavoro, e la forza di volontà può portare molto lontano.

«Sì non rinnego nulla, sono nato a Napoli a via Tasso, la mia famiglia abitava nella Sanità e poi nel ‘68 i miei decisero di trasferirsi a Secondigliano, quando era nascente, con campi di grano, aranceti e tanto verde. L’inizio di un quartiere bello che poi fu trasfigurato dal dopo terremoto, dove le case destinate a grosse cooperative e privati vennero date a persone dell’entroterra, varie e molto diverse tra loro. Di lì divenne un quartiere di periferia, di quelli ritenuti a rischio. Mi piace dire che sono cresciuto in periferia e per strada».

Ci racconti il momento che ha segnato la differenza e il tuo salto di qualità nel mondo della musica?

«Sono partito dagli Executive Studio, forse come posizione il più bello e frequentato dalla cosiddetta serie A dei musicisti napoletani. Si faceva tutto lì, ho imparato tantissimo e aver fatto parte di quel club, mi ha permesso di crescere professionalmente lavorando con i nomi dei più grandi del panorama campano; da Tullio de Piscolo, a Lina Sastri, a Enzo Avitabile, Nino Buonocore e i Sold Out».

Sono tantissimi i nomi illustri del panorama internazionale, dei tanti musicisti turnisti che ti hanno sempre ringraziato per il tuo lavoro di tecnico del suono, fin da quando eri giovanissimo e per giunta lavorando a Napoli. Che cosa senti di dire?

«Sicuramente mi ha spronato e invogliato a fare meglio e sempre di più. Sono quasi 40 anni che faccio musica e vivo solo di questo. Non è stato facile, ho lavorato tanto e senza sosta, cogliendo ciò che è cambiamento e innovazione. Comprendendo che la Musica non è stipendio, né te lo assicura. La musica è qualcosa che è sempre in evoluzione, bisogna darle linfa. Capire quando è il caso di allargare gli orizzonti, e quando è il caso di cambiare.

Io ricordo che all’inizio del mio mestiere di Ingegnere del suono, lavoravo dalle 10 di mattina fino alle 22, nello studio di Luciano Aita dove ho lavorato ad ogni genere musicale. Uscito da lì andavo in un altro studio dove lavoravo fino alle 4 del mattino. L’ho fatto per 5 anni. Dormire era diventato insignificante; l’ho fatto perché volevo accrescermi. Volevo realizzarmi professionalmente ad un livello superiore. Dopo, solo dopo, sono arrivato all’Executive e poi in Spagna dove ho realizzato diversi successi».

Proprio grazie al sacrificio e al lavoro impegnato hai potuto costruire qualcosa di tuo, che ti permette di lavorare anche ai tuoi progetti di artista, non solo come produttore di altri. 

«Oggi ho un mio studio a Milano, dove vivo ormai da tantissimi anni. Ho una mia etichetta, una cosiddetta label, delle edizioni, video e tutto ciò che serve per la produzione degli artisti. Con il mio socio Philippe Leon, autore di tantissimi successi, realizzati insieme e portati da autori quali la Bertè, Mina, Celentano, Negramaro e tanti altri nomi, lavoriamo alla continuazione e crescita di ciò in cui crediamo».

Una famiglia di origine che, come detto, ti ha dato tanto e tanto ha avuto?

«La famiglia è stata fondamentale, e deve dire che la fortuna o il fato, non saprei dire chi o cosa, ha portato un dono e l’ha distribuito tra noi tre fratelli e mai ci siamo contrastati, anzi con Corrado abbiamo realizzato tantissime produzioni insieme, come i Negramaro, Elisa e tanti altri. Io continuo a Milano e con me c’è mia moglie Valentina, napoletana come me, e mia figlia».

Quanto è importante possedere comprensione e percezione umana nel confronto con chi è in sala e deve cantare?

«Bisogna essere come degli psicanalisti, comprendere le difficoltà di chi deve cantare e avere cura del rapporto umano, evitando di trasmettere qualsiasi emozione al cantante che è dall’altro lato della consolle. Per noi che siamo quelli dell’analogico, che costruivano qualcosa, oggi prendere un loop, e altro è completamente differente. Ho sempre “suonato” per scrivere un pezzo, lo facevo e lo continuerò a fare, così come mai userò violenza o arrabbiatura per me e verso gli altri. Basta poco per rompere degli equilibri, basta uno sguardo per far cadere anche il miglior cantante».

Sempre serafico e calmo. Accogliente e gentile, lo eri tanti anni fa e ti vedo ancora così. Come ci riesci?

«Non mi arrabbio mai. Essere arrabbiato su una cosa che ti piace e che hai scelto di fare, e essere nel posto per te più bello non può darti rabbia o malessere.  Ne è necessario essere sgarbato con gli altri. Se non per un motivo veramente necessario».

Quando hai realizzato il tuo studio che feedback hai vissuto?

«Diciamo che già da anni avevo qualcosina a casa, un po’ come hanno fatto tutti. Lo step è stato graduale, dagli anni ‘90 con i PC a casa si iniziava a fare qualcosa, che veniva definito poi in studio. Ad un certo punto, potendo, ho investito un bel po’ di soldi, e dopo un primo studio, ho poi messo su uno studio in centro a Milano. Dove normalmente vivo dalle ore 11 alle 3 del mattino. Quasi la mia seconda casa». 

L’artista che più ti ha dato qualcosa che hai tenuto per te?

«Non saprei dirti un nome, piuttosto che un altro. Ognuno di loro ti lascia qualcosa, che metti nel tuo bagaglio personale che è fatto proprio di queste piccole cose. In particolare ricordo una frase di Loredana Bertè, mentre lavoravamo alla produzione di a “Amici non ne ho”, durante una serata amichevole, mi disse: “Io la moda non la seguo, la faccio”, ecco io quella frase la ricordo sempre e la dico quando mi chiedono di fare qualcosa». 

Come hai vissuto il lockdown?

«In primis per me è un tempo che ho voluto definire Rockdown, senza fermare il lavoro tra vari progetti da autore e produttore per altri artisti. Sono a lavoro al mio nuovo album e proprio nel periodo prima del primo Rockdown, è uscito il singolo “A Zingara”, rifacimento di un brano degli Osanna gruppo nato negli anni Settanta fondato da mio fratello Danilo, con il featuring del cantante originale Lino Vairetti, ottenendo un buon riscontro negli Stati Uniti. A novembre 2020 ho pubblicato il singolo “I don’t feel like you”, scritto insieme al mio socio Philippe Leon e l’americana Samantha Dagnino; pezzo che ha avuto grande riscontro negli Stati Uniti». 

Il 19 marzo 2021 è uscito un nuovo disco, ce ne parli?

«È il mio omaggio a Peter Gabriel con la una versione di “Red Rain”.  È il pezzo che avrei voluto scrivere io, in cui mi riconosco come melodia, emozioni e che sento mi appartenga. Il video è girato a Napoli con la regia di Francesco Polise. Nel disco vi è la partecipazione del grande Peppe Barra, ed un duetto con Raiz. Oltre ad avvalermi sempre delle collaborazioni di musicisti napoletani come Ernesto Vitolo, Rosario Ermano, Pino Tafuto, Gaetano Diodato e Andrea Polidori di Ferrara ma partenopeo di adozione. Sempre loro, per me sono fratelli ed hanno il mio suono».

Spero di rivederti al più presto e vorrei che tu ci salutassi dicendoci cos’è per Luca Rustici la musica? 

«Devo essere vanitoso e dico che sono io la musica, la musica è quello che vivo, che ogni giorno mi passa per la testa, è quello che è dentro di me, e il non poter stare troppo lontano dalla musica, dalla chitarra e sempre con le melodie nel cuore e nell’anima».

di Anna Copertino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°217

MAGGIO 2021

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