L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, l’utopia di cui avevamo bisogno

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“L’incredibile storia dell’Isola delle Rose”, diretto da Sidney Sibilia, racconta una storia vera, questa: nel 1968 un ingegnere bolognese costruisce (da solo) un’isola d’acciaio a 12 km dalla costa di Rimini, fuori dalle acque territoriali italiane. E la proclama Stato Indipendente.

Distribuito su Netflix il 9 dicembre 2020, il film, prodotto da Groenlandia con Matteo Rovere, ha riscosso un successo tale da restare per quasi un mese nella Top 10 dei titoli più visti sulla piattaforma digitale. Ma, come spesso accade, grandi successi chiamano grandi aspettative e se da un lato il pubblico ha amato il ritorno di Sibilia, dall’altro buona parte della critica non ha mostrato lo stesso entusiasmo. Perché, dicono, il film non rispetta la storia vera, calca la mano sullo stereotipo del ’68, romanza oltremodo i fatti deformandoli con uno stile vintage-pop e un condimento ideologico che non funziona.

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Che lo stile saturato e i toni comici della pellicola possano non piacere, è di sicuro un fatto: d’altronde il mondo è bello perché è vario e non abbiamo tutti gli stessi gusti e su questo ci siamo. Ma che la vicenda storica venga modificata, da che esiste il cinema liberamente ispirato a persone, fatti e racconti, non è mai stato un problema (un esempio? In “Troy”, Ettore uccide Menelao, roba che Omero piangerebbe a saperlo). E poi, non dimentichiamo, “L’incredibile storia dell’isola delle Rose” non ha la pretesa di essere un documentario o un docufilm, ma di raccontare una storia, che nel suo nucleo principale è pienamente rispettata, considerando che Sibilia ha anche incontrato l’ingegner Rosa.

Tuttavia, per questa vicenda, le voci di dissenso sull’infedeltà storica si sono levate piuttosto alte; vuoi per il ritratto grottesco dei politici italiani, per le idee alla base dell’impresa che in effetti non sono quelle mostrate nel film, per i personaggi principali alcuni dei quali non hanno neanche davvero partecipato ai 55 giorni di vita dell’Isola. Ma la domanda è questa: tali differenze tra realtà e finzione sono davvero cosi vitali da impedirci il godimento del film?

La storia del film e la storia vera 

Una delle storpiature più criticate è sicuramente quella dell’idea che spinge Giorgio Rosa a costruire la sua piattaforma di 400 al largo di Rimini. Nel film, infatti, Rosa (interpretato da Elio Germano) si lancia nella sua assurda impresa per dimostrare a Gabriella (Matilda De Angelis), della quale è innamorato, ciò di cui è capace. Anche la dichiarazione d’indipendenza e il ricorso al Consiglio d’Europa (anche questo, mai avvenuto nella realtà) sono mosse che l’ingegnere valuta per amore; la frase emblematica che pronuncia la ragazza “non so se questo è un mondo, è più una discoteca” gli fa compiere tutti i passi avventati che poi, inevitabilmente, lo porteranno alla disfatta.

Nella storia vera, invece, nel 1968 Giorgio e Gabriella erano già sposati e avevano un figlio, quindi l’amore poco aveva a che fare con le velleità dell’ingegnere. L’idea di costruire l’isola, infatti, gli venne da una necessità commerciale, di poter quindi guadagnare e lavorare liberamente, date le difficoltà burocratiche in cui, già 43enne, Rosa era incappato. Detto questo, la scelta di Sibilia di romanzare tale aspetto è ben comprensibile: che l’amore sia il motore della genialità, che spinge l’uomo oltre i suoi limiti, fa sognare fin da sempre.

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Giorgio Rosa e i suoi compagni nel 1968

Gli altri punti che differiscono dalla realtà sono vari. Rudy Neumann, in realtà non ha mai conosciuto Rosa, né ha preso parte alla vicenda; la barista Franca è davvero esistita, ma non era incinta, anzi aveva un compagno e una figlia all’epoca dei fatti; l’attacco con i cannoni della scena finale, non è mai avvenuto, poiché la piattaforma fu demolita con due esplosioni il 25 giugno del 1969, anche se fu poi una tempesta a spazzarne via ogni traccia. C’è di vero però che la distruzione dell’Isola delle Rose è stata l’unica guerra d’invasione della Repubblica Italiana: un paese, vero, contro 400 in mare aperto. 

Perché L’incredibile storia dell’Isola delle Rose è ciò di cui avevamo bisogno 

Tutti questi sopracitati dettagli, sono davvero poco rilevanti ai fini della lettura del film. Sì, è vero, l’idea originaria è molto diversa nella realtà, ma come diventa più avvincente e magica una storia se alla follia si aggiungono l’amore, la determinazione e il sogno di libertà? Allora dimentichiamo per un attimo i puntigli storici e fermiamoci ad ammirare il capolavoro utopico che Sidney Sibilia ha costruito sul meraviglioso progetto di un uomo che voleva essere libero. No, certo, Giorgia Rosa, non era un sessantottino e infatti non lo è neanche il personaggio del film: è un uomo che sogna, che non si arrende, che brama la libertà di un mondo autentico e lo crea con le proprie mani. È un uomo che si costruisce il proprio mondo. Letteralmente.

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Ma alla fine, si potrebbe dire, era solo un sogno, il suo “mondo” sprofonda in mare dopo 55 giorni, così com’era sorto. E invece no. Perché Giorgio Rosa, nel film, vede la sua isola morire, ma ha di fianco Gabriella, l’amore della sua vita. Ha perso qualcosa, ma è solo grazie a questo che ha guadagnato tutto. Ecco perché L’incredibile storia dell’Isola delle Rose è cosi incredibile ed ecco perché era ciò di cui avevamo bisogno, soprattutto ora, in questo periodo storico. Perché questo film insegna la fiducia nei progetti visionari e nella speranza. Mostra un’utopia realizzabile e sublime: quando insegui la libertà perdi su un piano, ma vinci su un altro. Basta guardare il lato giusto.

di Lucrezia Varrella

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