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L’Italia “svuotata”: Filippo Tantillo racconta le specificità del territorio campano

Redazione Informare 24/06/2024
Updated 2024/06/24 at 2:11 AM
5 Minuti per la lettura

Filippo Tantillo è un ricercatore territorialista, esperto di politiche del lavoro e dello sviluppo. Da anni si occupa di ricerca sulle zone interne italiane, su cui si incentra il suo ultimo libro, L’Italia vuota, uscito nel 2023. Nell’approcciarsi alle tendenze demografiche e migratorie del nostro paese, il ricercatore romano ci tiene ad introdurre il concetto di “aree interne” che, secondo le stime, sono abitate da un numero compreso tra i 12 e i 15 milioni di cittadini. La dimensione di queste zone può essere paragonata all’Olanda. Ciò che più le caratterizza è la distanza di percorrenza dai servizi essenziali (come ambulanze, pronto soccorso) – e dunque non sono necessariamente povere, rurali o montane. Oggi i tassi di spopolamento molto alti di queste zone dipendono dalla difficoltà di servizi e non dalla povertà. Non è azzardato dire che sono marginalizzate. 

Il problema è che le aree in via di marginalizzazione stanno crescendo. Dunque, crescono le diseguaglianze anche tra espressioni territoriali. Ciò accade perché i finanziamenti si concentrano in pochi chilometri, e diventa ancora più vero se includiamo anche le periferie nelle aree interne. In quest’ottica di disinteresse e scarsi finanziamenti da parte delle istituzioni, quali sono i rischi per le aree interne? Tantillo sostiene che al primo posto c’è la rarefazione demografica, ad esempio scuole con pochi studenti costrette a chiudere, poi il cambiamento climatico, principalmente sotto forma di rischio per le produzioni agricole, e il dissesto idrogeologico. 

Ciò che ha portato alla situazione attuale è sicuramente la marginalizzazione nel pensiero politico: le aree interne sono spesso raccontate come vissute da pochi abitanti, ma invece sono anche aree di maggiore coesione sociale ed economica. Quale potrebbe essere una soluzione? Tantillo finisce affermando che sarebbe necessario riportare i sogni: non pensare alle aree interne come quelle del bisogno, ma fare in modo che anche chi abita in montagna possa immaginare a cambiare il mondo. Si tratta di un’Italia svuotata

Abbiamo parlato con Tantillo per scoprire quali sono le specificità del territorio campano. Secondo il ricercatore, le Regioni sono dei «soggetti poco rappresentativi, con pochissimi sensori sui territori, dai confini artificiali, che faticano a fare politiche regionali non centralistiche». La Regione Campania ha selezionato 4 aree interne: Cilento interno, Vallo di Diano, Titerno Tammaro ed Alta Irpinia, con la strategia di invertire i trend demografici, cioè fermare l’esodo degli abitanti, e implementare i servizi. La riflessione su queste zone, che include non solo le officine di giovani e associazioni, ma anche testate giornalistiche locali, parte da lontano. Infatti, nasce anche dal terremoto dell’Irpinia del 1980, che coinvolse 500 comuni e generò 280mila sfollati, diventando «una scuola di innovazione civile». Il pragmatismo, spesso cinico, dei politici campani, in risposta a quel terremoto, ha generato anche una forte risposta da parte dei giovani. 

 
«Le aree interne campane sono caratterizzate da una indubbia vivacità dei giovani», contro una politica «particolarmente repressiva e negativa nei loro confronti» e che «sostiene l’emigrazione di massa, per meglio dividersi le risorse che rimangono». Invece, come evidenziato dal saggio Voglia di restare. Indagine sui giovani nell’Italia dei paesi (Donzelli, 2024), sta avvenendo un «silenzioso controesito», in quanto tra quelli che decidono di restare –o tornare– molti sono giovani. Ciò genera una “ribellione colta” nelle aree interne, come in Vallo di Diano e Irpinia, che smentisce l’idea fittizia secondo la quale i paesi siano luoghi idilliaci privi di conflitto. Al contrario, Tantillo afferma che «il conflitto in tutto il Paese si risolve con l’emigrazione, mentre quando la gente rimane è molto più visibile». Non solo: questo può essere salvifico, cioè spingere le amministrazioni locali ad ideare soluzioni. Infatti, «il compito più grande della politica non è negare i conflitti, ma farli emergere e saperli risolvere in maniera pacifica». 

di Sara Marseglia e Giovanna Di Pietro

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