L’Italia si unisce contro il razzismo negli Stati Uniti, ma ignora quello nel nostro Paese

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L’uccisone di George Floyd per mano di un agente di polizia americano ha dato vita a numerose proteste, più o meno pacifiche sul territorio degli Stati Uniti. L’ennesimo caso di violenza ingiustificata nei confronti di cittadini afroamericani è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, portando oltre 140 città americane a manifestare.

La questione è rapidamente arrivata in ogni angolo del mondo, Italia compresa. Il nostro Paese non ha fatto mancare il proprio supporto alla causa del Black Lives Matter: Bologna, Torino, Genova, Firenze, Roma e Napoli sono solo alcune delle città che hanno visto migliaia di manifestanti scendere in piazza per chiedere giustizia e dare battaglia al razzismo.

Quello della discriminazione razziale è un problema che da anni colpisce anche l’Italia, favorita da determinate personalità politiche costantemente alla ricerca di un bersaglio da accusare.
Il razzismo nel nostro Paese coinvolge africani, esteuropei, rom e italiani stessi, seguendo la retorica del “nord contro sud”.
Tuttavia, il coinvolgimento e la discussione sul piano pubblico che stiamo riservando alla battaglia al razzismo negli USA, in passato non è stato ritagliato per questioni legate all’Italia.

Nel giugno del 2018 un 29enne di origini maliane è stato ucciso in provincia di Vibo Valentia con una fucilata alla tempia. Soumaila Sacko aveva un regolare permesso di soggiorno e viveva nella vicina tendopoli di San Ferdinando: è stato raggiunto dai colpi di fucile mentre recuperava delle lamiere in una vecchia fabbrica sequestrata e abbandonata, con l’intento di costruire alcune baracche.
L’uomo che ha sparato non aveva alcun titolo di proprietà sui terreni della fabbrica, ma già un mese prima si era detto infastidito dalla presenza dei migranti.

Soumaila Sacko – ANSA, Michele Albanese

Nello stesso mese Assane Diallo è stato ucciso con dodici colpi di pistola a Corsico, in provincia di Milano. Alla base dell’omicidio, un litigio con un cittadino italiano. L’uomo, successivamente condannato all’ergastolo, si è detto infastidito dal comportamento di Assane: «Mi ha fischiato, come se fossi un cane, e mi ha chiesto 5 euro». Da qui la sua decisione di giustiziare il 57enne senegalese.

Mentre sentiamo ripetere che in Italia il razzismo non esiste, lo scorso 3 giugno a Caltanissetta Siddique Adnan è stato massacrato a coltellate per aver difeso alcuni suoi connazionali pakistani, braccianti sfruttati dal caporalato.

Queste sono solo alcune delle vittime della xenofobia italiana che non hanno ricevuto la giusta attenzione mediatica, impedendo alle persone di venirne a conoscenza e di prendere una posizione, al contrario di quanto sta accadendo in questi giorni con le proteste negli Stati Uniti.
È molto facile infatti empatizzare con una battaglia che avviene così lontano da noi, con dinamiche e controversie più sottili che non sono di facile comprensione per chi non è a contatto con quella realtà, in questo caso quella afroamericana.

Il discorso cambia quando vicende simili accadono in un ambiente a noi vicino: la percezione è ben diversa, si notano le sfumature legate all’accaduto e il nostro pensiero al riguardo matura seguendo un ragionamento differente rispetto a quando qualcosa accade dall’altra parte del mondo.
È per questo che molto spesso avvenimenti come quelli citati prima, accaduti nel nostro Paese, non sempre vengono etichettati come legati al razzismo.

Non si tratta di scegliere per quale battaglia combattere: il razzismo, le discriminazioni in tutte le loro forme, vanno contrastati a prescindere da chi lo subisce e da dove accade.
Ma per farlo occorre lavorare su sé stessi e mettersi in discussione nel quotidiano, tutte cose che non siamo chiamati a fare se continuiamo ad essere solidali con battaglie che avvengono lontano da noi e non prendiamo coscienza di ciò che accade in Italia.

È arrivato il momento di iniziare a riflettere, di soffermarsi a pensare alle scelte politiche degli ultimi anni.
È arrivato il momento di smetterla di essere superficiali, di credere che il razzismo in Italia non esista.
È arrivato il momento di restare in silenzio, di smettere si spiegare il razzismo a chi lo subisce e di cominciare ad ascoltare chi ne è vittima.

Di Marco Polli

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