Durante l’evento per la commemorazione di Peppino Impastato, ho intervistato Lirio Abbate, saggista, giornalista d’inchiesta e vicedirettore de L’Espresso. Nella sua vita oltre che di Cosa Nostra, si è ampiamente occupato della semi-sconosciuta mafia romana.

 

Antonio Casaccio, Lirio Abbate e Gaetano Porcasi
Antonio Casaccio, Lirio Abbate e Gaetano Porcasi

 

Lirio, hai sicuramente preso visione dell’ultimo attacco dei Casamonica, cosa ne pensi?
«È la riconferma di quello che, giornalisticamente, stavamo denunciando e raccontando. La verità è che c’è un gruppo di criminali che applica un metodo mafioso. Bisogna continuare ad informare e a far capire alla gente che quella non è la normalità e va denunciata».

Il popolo romano come vede questa mafia?
«Nel territorio romano la gente fa fatica a riconoscere questi gruppi come mafia, ma hanno ugualmente paura di queste persone. Questo deve portarci a riflettere sul fatto che la gente è assuefatta da questa situazione».

Siamo qui oggi in ricordo di Peppino Impastato, secondo te ci sono punti in comune tra Cosa Nostra e la mafia romana?
«In tutt’e due i casi parliamo di una mafia silente. Peppino la raccontava e la denunciava con un linguaggio diverso. Negli anni ’70 in Sicilia la mafia si vedeva e si toccava, ma era difficile processarla giudiziariamente, lo stesso è a Roma: in questi anni non ci sono stati procedimenti per associazione mafiosa. Questo ci fa capire che Roma, sotto quest’aspetto, è 40 anni indietro rispetto alla Sicilia».

Cosa tiene in vita Peppino Impastato?
«La forza della parola. Peppino è stato ucciso, ma continua ad urlare insieme a questa gente. Peppino ha vinto».

di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 182 Giugno 2018