L’inquietante scenario del Covid-19 in Africa

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Il coronavirus: letale in Cina, grandi e terribili numeri anche in Italia, progressivamente devastante in Europa e in veloce diffusione anche negli USA.

In Africa si parlava di Covid-19 “di riflesso”: primo caso in Egitto, poi il silenzio interrotto solo dalle riflessioni di chi parlava del Continente africano come uno scenario preoccupante sul piano dell’espansione dell’ epidemia: assenza di un servizio sanitario adeguato, di organi in grado di fornire bilanci affidabili, condizioni di vita in cui un virus si diffonderebbe con estrema facilità. Attualmente è però terminato il tempo delle semplici previsioni preoccupanti, prechè progressivamente il Covid-19 marcia in numerosi stati, da nord a sud. L’Africa fa i conti con quella che costituisce l’ennesima potenziale catastrofe per il continente, che già sei anni fa fronteggiava la feroce Ebola. L’estensione della pandemia da coronavirus è decisamente più ampia di quella che fu la diffusione dell’Ebola: il conteggio dei casi si ferma al momento a 450, distribuito in 54 Stati con un aumenti sensibili nelle ultime 48 ore in Sudafrica, Rwanda, Camerun ed Egitto. Inevitabile che, con la perfetta consapevolezza di quanto accaduto prima in Cina e ora in Europa, quasi tutti gli Stati coinvolti (e in buona parte anche quelli che non lo sono) abbiano adottato misure basate su quelle di altri Paesi del mondo, serrando le frontiere, bloccando voli e viaggi, predisponendo controlli più serrati. Voli, viaggi e frontiere aperte rappresentano degli spiragli in Paesi come il Sudan, per aiuti umanitari, tanto per ricordare che la situazione in Africa non lascia spazio a tregue sui fronti che, tutti i giorni, incalzano l’attenzione della Comunità internazionale. E non lo dimentica l’Oms, che in merito all’emergenza Covid ha lanciato un avvertimento sul progredire del coronavirus in territori che, di per sé, combattono con malattie altrettanto gravi, come l’Hiv e la tubercolosi. Da Pretoria, per ora, sono arrivati provvedimenti preventivi ma drastici, forse più severi di quelli adottati al Cairo, che ha deciso lo stop al traffico aereo dal 19 al 31 marzo e la quarantena obbligatoria per i positivi. In Sudafrica, il presidente Ramaphosa ha già parlato di “calamità nazionale”, fermando gli aerei verso Cina, Iran, Italia e Corea del Sud. Anche il Senegal, Paese più colpito dell’Africa occidentale (27 casi) ha stabilito restrizioni, a fronte di un’emergenza che è derivata da contagi da parte di persone di rientro dall’Europa o dal Nord America. Restrizioni consequenziali in Costa d’Avorio, Kenya e Nigeria, mentre anche Paesi senza casi in corso (come Namibia e Zimbabwe) hanno decretato uno stato di emergenza.

In un quadro estremamente complesso, i timori della vigilia ritornano a preoccupare. E stavolta la questione non è legata a una mera previsione, quanto a un rischio concreto degli effetti che il Covid-19 potrebbe sortire in un territorio fortemente provato e privo, nella stragrande maggioranza dei casi, di un’impalcatura sanitaria adeguata a fronteggiarla. A maggior ragione in contesti dove il rispetto stesso delle elementari norme igieniche può dimostrarsi qualcosa di difficile, vista la scarsità di attrezzature o materiali sanitari adeguati. O semplicemente di acqua.

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