Da testimone di giustizia a deputato del M5S

24 giugno 1991. Due killer entrano nel ristorante gestito da Piera Aiello uccidendo suo marito: Nicolò Atria. Il cognome è familiare per chi s’intende di Cosa Nostra, infatti Nicolò è proprio il fratello di Rita Atria, la giovane testimone di giustizia che, dopo l’omicidio del suo giudice fidato Paolo Borsellino, decide di gettarsi dal settimo piano di un palazzo a Roma, aveva diciassette anni. Piera Aiello, dopo la morte di suo marito, deciderà di testimoniare insieme a Rita tutte le malefatte di Cosa Nostra nel comune di Partanna. Da quel momento Piera vivrà per 27 anni nel più completo anonimato, coperta da un programma di protezione. Tutto questo fino al 2018, quando viene eletta nel collegio uninominale di Marsala alla Camera dei Deputati con il M5S; divenendo così la prima testimone di giustizia a sedersi nelle aule di Montecitorio.

Come ricorda gli anni nella famiglia mafiosa degli Atria?

«Li ricordo male. Sono stata costretta a sposarlo. Ho dovuto sottostare a determinate cose, ho provato a ribellarmi, ma ne ho pagato tanto. Sono stata picchiata e maltrattata. Erano anni durissimi, anni di fuoco».

Anni passati accanto a Rita Atria, che ricordo ha di lei?

«Rita era una piccola grande donna, molto più forte di me. Io ho avuto la grande fortuna di avere la mia famiglia, trovare persone che mi volevano bene, lei era sola. Anche se c’ero io, le mancava l’amore di una madre».

Dalla scelta di testimoniare a quella politica, qual è stata la più semplice?

«La politica è stata la scelta più dura, testimoniare per me è stato semplice, perché ci credevo. Credevo in quello che facevo, provavo ingiustizia vedendo i morti ammazzati di Cosa Nostra. La politica non la conoscevo molto bene, mi piacevano e condividevo fortemente le idee del Movimento, soprattutto quelle di verità e giustizia. Queste parole d’ordine le sentivo ben poco dagli altri partiti. La scelta è stata un altro salto nel vuoto, io ero a digiuno di politica, ma sapevo ciò che volevo. Ora posso aiutare vari testimoni, imprenditori che vengono abbandonati da uno Stato poco attento e dare nuove opportunità legislative per migliorare il sistema di testimonianza. Ci sono poche leggi e spesso inapplicate».

Infatti molti testimoni di giustizia mi dicono che spesso soffrono la solitudine dello Stato.

«Hanno ragione, queste poche leggi vengono disattese. Si dice che molti testimoni chiedano soldi, questo non è assolutamente vero: i testimoni chiedono solo protezione. Spesso quest’ultima viene tolta senza una dovuta motivazione, altre volte non ci vengono notificati degli atti. Invece di avere una mano abbiamo il bastone tra le ruote da quelli che ci dovrebbero aiutare».

Proviene da un’area a forte densità mafiosa, ha visto dei cambiamenti in Cosa Nostra?

«La mafia non è più come prima, nel mio paese sono più di trent’anni che non si spara più, ora la mafia è sottile. Cosa Nostra ha fatto studiare i figli, ora sono notai, avvocati e dottori, diciamo che si è acculturata».

È stata annunciata come “la prima deputata senza volto”, ma ora finalmente è libera da quella maschera. Com’è stato?

«Scoprire il volto dopo 27 anni in anonimato è stato davvero difficile. Non facevo nemmeno le foto per il compleanno. Passare da questo a palcoscenici mi crea molto imbarazzo, parlare dietro le telecamere e non davanti, essere coperta, avevo quasi perso il mio volto. Ma non ho mai perso la mia identità».

di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 188 Dicembre 2018

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