L’importanza di restauro e manutenzione dell’arte – Intervista a Giorgio Garabelli

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L’impegno del Consorzio San Luca nella conservazione delle opere

Nell’enorme patrimonio culturale e artistico in nostro possesso spesso si infiltrano la cattiva gestione dei beni e dei restauri a dir poco tragici. Per fortuna c’è chi del restauro non ne ha fatto solo un lavoro ma una vera e propria ragione di vita. Sto parlando di Giorgio Garabelli, Docente e cofondatore del Consorzio San Luca per la Cultura, l’Arte ed il Restauro. 

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Durante la sua carriera da docente quale è stato l’insegnamento che ha sempre trasmesso ai suoi alunni? 
«La principale e fondamentale operazione da fare, prima di iniziare un lavoro di restauro, è l’osservazione minuziosa e accurata dell’oggetto, per conoscerne i materiali costitutivi e diagnosticarne le cause di degrado. Intervenire senza questa premessa porta come conseguenza ad intraprendere un intervento non efficace e spesso fuorviante. Più si osserva e più si possono capire le cause che hanno provocato il degrado, siano esse derivate dalla scelta di materiali costitutivi che da agenti esterni correlati all’ambiente o a cause antropiche. Un’altra fondamentale conoscenza che è necessario avere e continuare nel tempo ad approfondire è lo studio dei materiali, delle tecniche dell’arte oltre a quelli del restauro, in quanto, spesso, i manufatti venivano prodotti con materiali e tecniche non canoniche, utilizzando i prodotti ed i materiali più facilmente reperibili nell’ambito geografico in cui sono state eseguite. Sono infinite le concause che possono determinare il degrado della materia, diventa pertanto indispensabile acquisire il maggior numero di informazioni possibili sull’opera e sul suo contesto ambientale, storico e culturale prima di procedere. Va tenuto presente che si restaura la materia dell’opera d’arte e non si deve intervenire sull’opera nella sua forma estetica-storica-culturale, l’intervento quindi deve essere contestualizzato e limitato al solo scopo di mantenere in vita il bene». 
Il nostro paese è un immenso contenitore di reperti storici e artistici, secondo lei l’Italia fa tutto il possibile per preservarli? 

«Credo che in Italia sia ben radicata la cultura della conservazione, nonostante si vedano quotidianamente esempi che direbbero il contrario. Abbiamo una scuola di pensiero che ci indirizza alla tutela dell’Arte, in tutte le sue forme. Tuttavia manca un effettivo coordinamento tra gli Enti preposti alla tutela e soprattutto mancano o vengono a volte sperperati fondi che necessitano per la manutenzione del nostro patrimonio. Spesso si parla di grandi operazioni di restauro ma troppo poco si pone l’attenzione alla corretta e costante manutenzione. Se non si porrà l’attenzione a questo aspetto, facilmente il nostro immenso patrimonio, fatto di grandi capolavori ma anche di milioni di opere dette “minori”, rischia di depauperarsi e sgretolarsi. Molti convengono che l’Italia potrebbe vivere delle proprie ricchezze artistiche e paesaggistiche, offrendo lavoro ad un indotto produttivo, non solo alle professioni del settore. Per ottenere questo però si dovrebbe fare molto di più e soprattutto organizzare meglio la gestione del nostro patrimonio». 

Quali sono i fattori più pericolosi nella conservazione dei reperti? 

«Certamente il rischio di perdita, dovuta a incuria e alla mancanza di attenzione, a volte anche all’inesperienza di chi si propone per intervenire senza averne le conoscenze e le capacità.  Fortunatamente oggi c’è maggiore consapevolezza ed episodi devastanti se ne vedono sempre meno. La burocrazia è un altro fattore che mette a rischio l’operato di restauratori e addetti del settore e, di conseguenza, ciò si ripercuote sul patrimonio». 

Quale è stata l’opera più complessa, dal punto di vista lavorativo, che abbia mai restaurato? 

«Sicuramente l’ultimo grande impegno lavorativo sull’Altare della Sacra Sindone di Antonio Bertola, posto all’interno dell’omonima Cappella del Guarini, a Torino, Musei Reali, eseguito durante tutto il periodo di confinamento a causa della pandemia. Restauro che ha coinvolto il Consorzio San Luca nel recupero dell’apparato marmoreo e di quello ligneo dell’opera. L’intervento, diretto dall’Architetto Marina Feroggio e dalla restauratrice Tiziana Sandri, ha comportato sia dal punto di vista tecnico che da quello organizzativo, molte difficoltà, brillantemente superate grazie alla sinergia del gruppo di lavoro e della D.L.».  

Lei è uno dei fondatori del Consorzio San Luca, come nasce il Consorzio e con quali scopi? 
«La nascita del Consorzio San Luca, che risale al 2006, è stata la nostra risposta alla necessità di riunire in un’unica struttura amministrativa le competenze pluridisciplinari di un gruppo di artigiani restauratori di vari settori e di operatori artistici che, a vario titolo e con differenti attività, si occupano di cultura della conservazione, dell’arte e del restauro. L’unione ha fatto la forza. Il gruppo, grazie all’attività delle imprese consorziate è cresciuto nei numeri e nell’organico. La struttura consortile ci ha permesso negli anni di ottenere le certificazioni SOA necessarie per partecipare a gare d’appalto di notevoli dimensioni ed affrontare lavori importanti, usufruendo delle qualità professionali e della manodopera qualificata delle aziende del gruppo. La struttura è consolidata e comunque sempre in trasformazione, aperta ad ampliarsi ad altri settori della conservazione qualora si presentino nuovi operatori di comprovata e qualificata capacità interessati ad entrare nel gruppo».

di Giuseppe Spada

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE 

N° 219 – LUGLIO 2021

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