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L’importanza degli immigrati nel settore agricolo italiano: a Castel Volturno presentato Made in Immigritaly

Donato Di Stasio 03/07/2024
Updated 2024/07/03 at 12:05 PM
4 Minuti per la lettura

Non avrebbe potuto esserci posto migliore di Castel Volturno per presentare “Made in Immigritaly – Terre, Colture, Culture”, il primo rapporto di caratura nazionale ad esaminare quanto il lavoro immigrato sia fondamentale nel settore agroalimentare italiano. Il Made in Italy è un’eccellenza riconosciuta e affermatasi ormai a livello internazionale, grazie anche all’apporto della forza lavoro straniera. In un territorio come quello castellano, spesso finito sulle pagine dei quotidiani per la “spropositata presenza di clandestini” o per il fenomeno del caporalato, che in realtà interessa tutta la provincia di Caserta, la mattinata di mercoledì 12 giugno è stata illuminante, soprattutto per chi fino a quel momento non conosceva i numeri. 

Al Centro di aggregazione e legalità, location scelta per l’evento con media-partner Informare, dallo studio curato dal Centro Studi Confronti e commissionato dalla Fai-Cisl è emerso un dato su tutti: all’inizio del 2023 gli immigrati occupati in agricoltura sono stati quasi 362mila, più di un terzo del totale dei lavoratori, oltre a quelli impiegati nell’industria alimentare. «Entro il 2030, vista l’età anagrafica degli attuali lavoratori, il tasso di sostituzione spingerà quelli stranieri ad essere il 50%. Nella nostra federazione ci sono circa 220mila iscritti, di cui 57mila immigrati. Ci sono alcune nazioni prevalenti, come l’Albania, la Romania, l’India, il Pakistan e il Bangladesh, ma in totale ci risultano essere più o meno 140 nazionalità differenti. Made in Immigritaly rappresenta una nuova narrazione: oggi dobbiamo raccontare che all’interno del nostro Made in Italy, nelle nostre eccellenze produttive, l’apporto del lavoro straniero è non soltanto quantitativo, ma anche qualitativo, in quanto questi lavoratori hanno acquisito tecniche e saperi che stanno trasformando la produzione. Gli immigrati saranno sempre di più e diventeranno la parte determinante di questo settore» – dice ai nostri microfoni Onofrio Rota, Segretario Generale Fai-Cisl nazionale, poco prima dell’inizio dell’incontro. 

E anche quando il raggio di attenzione si sposta non sui singoli individui, le statistiche sono eloquenti. Tommaso De Simone, presidente della Camera di Commercio di Caserta, parla di ben «11mila imprese straniere, a fronte delle 120mila presenti su tutto il territorio casertano, che contribuiscono alla ricchezza della provincia».  

Durante l’evento, moderato dal direttore di Informare Antonio Casaccio, sono intervenuti anche l’ex sindaco di Castel Volturno, Luigi Petrella; il Vescovo di Caserta e Arcivescovo di Capua, Mons. Pietro Lagnese; e alcuni personaggi del mondo universitario e della ricerca, come Silvia Omenetto e Francesco Eriberto D’Ippolito.  

Maria Perrillo, Segretaria Fai-Cisl Caserta, che ha introdotto la mattinata, al termine della presentazione si è concentrata sul fatto che «gli immigrati non costituiscono affatto un problema o un disagio, o un punto di debolezza per Castel Volturno, bensì uno di forza ed un patrimonio per la città» – e sulla questione caporalato – «una piaga che non produce alcuna ricchezza, per contrastare la quale bisogna investire sia sui controlli che su percorsi di comunicazione, al fine di sensibilizzare le persone che potrebbero imbattersi in esso». 

Fondamentali anche le parole di Mons. Lagnese, che ha parlato di «necessaria inclusione come chiave di volta per una rivoluzione sociale che possa mettere al centro la persona e i suoi diritti». Il Vescovo di Caserta ha tenuto a sottolineare che i risultati emersi dal volume presentato a Castel Volturno rappresentano un’esperienza da mostrare all’Italia e all’Europa intera, per mettere in luce quanto l’accoglienza e le buone prassi nei confronti degli immigrati siano le strade giuste per il miglioramento dei territori.  

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