Libero come la sua penna: intervista (su Trump) a Luca Marfé

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Luca Marfé, giornalista professionista e corrispondente dagli USA per ilMattino, ma voce americana anche di VanityFair.

Una carriera brillante fatta da centinaia di reportage sul mondo americano, sulla cultura italiana esportata negli Stati Uniti e sulla politica americana, dentro e fuori la White House. Luca adesso vive a New York, ma non rinuncia a tornare nel Paese che ama e, soprattutto, in una città speciale come Napoli. Chi meglio di lui può darci delucidazioni sulle questioni che animano la politica americana, dall’impeachment all’immigrazione.

Luca, purtroppo a molti sfuggono gli sviluppi della politica americana, probabilmente perché siamo già abbondantemente persi nella cronaca politica nostrana. A tal proposito, ti chiedo se, secondo te, ci sarà davvero l’impeachment per Trump a causa delle richieste avanzate all’Ucraina per aprire un fascicolo sul suo prossimo (probabile) avversario politico, Joe Biden, in cambio di un ingente finanziamento.
Qual è la situazione? E, soprattutto, queste accuse reggeranno? 

«Già, la politica italiana non ci fa mancare nulla. Da sempre sorrido quando sento esprimere giudizi lapidari su protagonisti e scenari stranieri di cui pensiamo di poterci prendere gioco,
dall’altro di non si capisce bene quale piedistallo, oggi sgangherato come non mai. Sorvolo dunque sul livello nostro e, fatta la premessa antipatica ma necessaria, torno volentieri a ragionare sulla mia America.
Dove l’impeachment, di fatto, è già in corso.
Ora siamo alla Camera, della quale è importante sottolineare la (risicata) maggioranza democratica. Si stanno ascoltando i testimoni, peraltro in audizioni pubbliche che vengono trasmesse in diretta televisiva manco fosse un gigantesco show. In particolare, è già andata in scena quella dell’ambasciatore USA presso la UE Gordon Sondland. Le sue parole sono esplose come una bomba nel cuore della politica americana: «Sì, c’è stato un ‘qui pro quo’». La promessa di qualcosa, dunque, in cambio di qualcos’altro. Aiuti economici e militari purché fossero saltate fuori delle prove politiche “anti” Biden. Per un attimo, è sembrato davvero che stesse per crollare tutto, ma lo stesso Sondland, durante il question time riservato ai repubblicani, ha vacillato fino a contraddirsi.
Il quadro è delicato ed è evidente che questa amministrazione stia facendo a botte con la democrazia. È altrettanto evidente, però, che i democratici si siano dimenticati del Russiagate da un giorno all’altro (cosa che fa pensare più a una narrazione strumentale della sconfitta che non a una vicenda effettivamente criminale), così com’è altrettanto evidente che considerino l’impeachment una sorta di ultima speranza per cacciare Trump dalla Casa Bianca.
La sensazione, infatti, è che con la democrazia ci stiano facendo a botte pure loro. E, soprattutto, che in chiave elezioni 2020 addirittura la temano. Le accuse potrebbero persino reggere, ma la verità è che al Senato, del quale è importante sottolineare la (solida) maggioranza repubblicana, i due terzi per la condanna non ci saranno mai».

Donald Trump è intervenuto a gamba tesa sull’economia internazionale, spesso normale prassi per un presidente americano. Ti chiedo quali saranno le conseguenze dei dazi e il motivo che ha spinto Trump ad adottare misure tanto stringenti. 

«Le conseguenze in parte sono difficili da prevedere e in parte sono sotto i nostri occhi. È auspicabile che il braccio di ferro con la Cina resti su di un piano prettamente economico-commerciale perché se la sfiducia reciproca dovesse sfociare in mosse e contromosse di natura politica o peggio ancora militare, nessuno, nemmeno gli stessi protagonisti, potrebbe essere in grado di immaginare il “poi”.
Per dirla in altre parole, dai sospetti del dossier Huawei agli eventuali fatti di ciò che potrebbe configurarsi come un autentico scontro, il passo è apparentemente folle, ma breve.
Ciò che è già visibile, invece, e di questo va dato atto a Trump, è che l’atteggiamento rigido e spigoloso del tycoon, a prescindere da ordini esecutivi e leggi varie, dei risultati a casa li ha portati già. Apple ad esempio ha celebrato, proprio di recente e proprio alla presenza del presidente, il lancio del nuovo Mac Pro, sottolineando che la sua produzione ha interamente e orgogliosamente luogo all’interno dei confini nazionali. Di sicuro una maniera per cercare di ottenere degli sgravi fiscali, ma altresì un’inversione di tendenza concreta rispetto a quella globalizzazione che qualcuno pensava e pensa tuttora di poter imporre come unica via di uno sviluppo sempre meno equo e sempre più appannaggio di pochi. Piccolo particolare: sulla pelle di una classe media oramai distrutta.
Il motivo? Salvarla quella classe media. Che, non a caso, ha scelto Trump ed è pronta a sceglierlo ancora».

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In Italia abbiamo un’ampia questione legata all’immigrazione, ma gli USA non sono da meno. Durante questi anni abbiamo ascoltato il Presidente Trump insistere fortemente sul muro al confine con il Messico (già esistente), adottando una politica dura nei confronti dell’immigrazione clandestina. In che modalità sta intervenendo? 

«Il Muro, firmato Bush padre prima e Bill Clinton poi, appartiene più alla retorica elettorale di Trump che non alla sostanza concreta dei fatti.
A prescindere dall’alternanza democratici-repubblicani, a voler fare il paragone con l’Italia, negli Stati Uniti il dossier immigrazione viene trattato in maniera completamente diversa. Viene preso di petto, cioè, in base a regole chiarissime: confini, controlli, leggi. A nessuno verrebbe mai in mente di mettere in discussione lo Stato (come accade “altrove” con speronatrici elevate a eroine), per quanto ovviamente ciascuno si riservi la propria interpretazione di princìpi quali accoglienza e solidarietà.
Nella vasta geografia a stelle e strisce, convivono realtà ultra tolleranti come quelle delle cosiddette “città santuario” (New York, San Francisco, Los Angeles, ndr) e realtà, talvolta di confine, che viceversa tolleranti non lo sono affatto.
Il quadro normativo non è cambiato. Ritorna, però, il concetto di “atteggiamento”. Quello sì che è cambiato ed è lì che si allunga l’ombra di Trump. Disposizioni precise, zero sconti e una valanga di minacce che mettono psicologicamente ed effettivamente i clandestini all’angolo.
L’atteggiamento è la chiave di tutto.
Trump recita la parte del duro e, tanto in chiave di ordine interno quanto ad esempio anche in politica estera, recitare la parte del duro, quando “sei” gli Stati Uniti, può fare una differenza colossale.
Lui, a modo suo, nonostante il suo circo quasi sempre sguaiato, in questo senso la differenza la fa o comunque prova a farla».

Ora però parliamo degli avversari di Trump. Tra le fila dei democratici sembra esserci una corsa a tre tra: Biden, Warren e Sanders. Vedi un’alternativa concreta e vincente al tycoon? E soprattutto ti ha colpito l’età avanzata dei rivali dem?

«Gli avversari sono la vera nota dolente di un partito che sembra essere in grado di convergere soltanto attorno al sogno impeachment. Una pattuglia frammentata oltre la linea di confine dell’inverosimile che “vanta”, si fa per dire, ben 17 candidati. Un quadro che rischia di confondere e addirittura di stancare già anche l’elettore più motivato, senza contare il fantasma di Hillary che di tanto in tanto riappare.
Biden è provato dall’Ucrainagate e dall’età.
Warren è una furia e piace, ma è troppo socialista e, per quanto sia un pregiudizio grave e assurdo, è donna. Sanders è ancora più provato dall’età (di recente ha avuto un attacco di cuore che lo ha costretto a un lungo stop) ed è ancora più socialista. In un Paese in cui essere troppo di sinistra non è comunque concesso. La sua chance, inoltre, l’ha avuta nel 2016 e temo (per lui e per me che mi sono emozionato fino alle lacrime ad ascoltarlo ai comizi newyorkesi) che l’abbia bruciata già.
Notizia dell’ultima ora, “breaking” direbbero in orbita Washington: l’ingresso nell’arena dem di Michael Bloomberg. Ex sindaco di New York, imprenditore, miliardario. Vuole ricostruire il Paese e promette di lavorare gratis. La stessa promessa che aveva fatto e mantenuto Trump, nulla di particolarmente rivoluzionario sotto il sole d’America. Eppure una novità interessante che potrebbe configurare il definitivo scontro a due.
Per fare il mestiere di Commander in Chief negli Stati Uniti servono i famosi capelli bianchi, meglio se bianchissimi (niente battute sull’arancione, vi prego).
Nessuna sorpresa per gli anziani, Obama è stato un’incredibile eccezione e, per quello che è lo scenario oggi, di eccezionale ci sarebbe solo che Trump non si riconfermasse».

Ora parliamo di te. Centinaia di report, di articoli e di analisi: ormai da anni ti occupi di politica americana, vivendo lì, viaggiando sempre, eppure tenendo ben piantate le tue radici italiane. Cosa ti hanno insegnato le esperienze maturate all’interno e al di fuori delle mura della White House?

«Mi hanno insegnato ad ascoltare.
Quando cominci a fare questo lavoro, il lavoro più bello del mondo che è il giornalismo, pecchi inevitabilmente di presunzione o comunque quasi sogni di farlo. E dunque parli, scrivi, cristallizzi cose che pensi di sapere già. E invece non le sai. E invece esistono altri punti di vista. E invece bisogna documentarsi, lèggere, ascoltare, appunto. E, finalmente, raccontare, provare persino a spiegare. Ma questo, soltanto dopo aver capito.
Dopo aver capito che esistono verità diverse dalle narrazioni imposte e, più in generale, verità diverse e basta. Perché ciascuno ha il suo punto di vista, perché quello del metalmeccanico del Michigan non è quello dell’imprenditore di Manhattan.
Ho viaggiato tanto, sì. Dentro e fuori dagli Stati Uniti. E più ho viaggiato e più mi sono imbattuto in prospettive differenti che mi piace pensare compongano oggi il mosaico di una mente libera da pregiudizi, schieramenti e vincoli. Libera, come la mia penna».

 

di Antonio Casaccio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°200
DICEMBRE 2019

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