Liberato: cronaca di un concerto diverso dagli altri

Liberato lungomare margellina

Ventimila persone circa: turisti, curiosi, “scugnizzi” e belle fanciulle hanno invaso il Lungomare già dal primo pomeriggio per la favola di Liberato. Vi voglio raccontare cosa ho visto io il 9 Maggio, immergendomi nel profondo del tanto discusso live dell’artista napoletano, e voglio raccontarlo proprio con le sue parole.

“Te port’ sott’ a luna” – Innanzi tutto, Liberato ci regala il quadro più bello del mondo: il tramonto sul mare di Napoli. Castel dell’Ovo in lontananza, la sera che comincia a prendersi il suo spazio e la luna pronta a farci compagnia. L’odore del mare sembra farsi sempre più forte quando, portati dal mare, su una barca, arrivano sei uomini assolutamente impossibili da distinguere l’uno dall’altro: indossano tutti l’iconica felpa nera ed il loro volto è completamente coperto. Di quei sei uomini, soltanto tre saliranno sul palco per lo show, poco dopo.

“O’ scur’ è tutt’ blu, ballamme n’facce o’mare” – Sono circa le 20:30 quando un fumo denso comincia a propagarsi sulla folla, colorato dalle forti luci blu ed azzurre del palco. L’adrenalina comincia a salire quando a dare inizio alla festa ci sono le note di “Live is life”, un riferimento chiarissimo ed eternamente emozionante per i partenopei; migliaia di piedi battevano quel ritmo inconfondibile, e credetemi, sarebbe bello poter vedere così tanti sorrisi tutti insieme ogni singolo giorno.

 

 

“A’ voce e’na sirena” – Ormai il fumo è così denso che il palco sembra una nuvola venuta giù dal paradiso, ed è proprio in quel momento che entra in scena l’ultimo dei tre “Liberato”. Qualche giro di manovella, ed il suono di una sirena esplode a Mergellina; è il segnale: Liberato canta ancora e questa sera canta a casa sua, nella sua Napoli.

“Pe’ trasì rint’ all’anema ce vo’nu suspiro” – Sospirate sono proprio le note della canzone “Nove Maggio” con cui si apre il concerto. Tutti si lasciano incantare dal mistero partenopeo, trasportati dal mix emotivo che è stato generato: la poesia è racchiusa in ogni singolo particolare di quel momento. È nelle parole di Liberato, nella location, nell’atmosfera, nell’acqua di mare e nelle rose che si alzano al cielo durante l’esibizione. La cosa certa è che Liberato canta per Napoli: cantare per Napoli non vuol dire soltanto esibirsi nella città, ma anche far sentire al pubblico l’intensità del sentimento col quale si sceglie di regalare la propria voce per una sera. Liberato ci è riuscito; il suo amore per Napoli è infinito, palpabile, colpisce al petto: “‘Na botta rint’ o’ core”.

“‘Na rosa e cient’ spine” – Come accennavo in precedenza, rose rosse strette in mani che si alzavano in alto, anche durante il brevissimo omaggio a Pino Daniele con “Quanno chiove”. Si va avanti con il repertorio, mentre tra la folla si vocifera sulla figura dell’artista. Molti sostengono che la sua figura sia slanciata, che da l’aria di un ragazzino, vent’anni circa. Resta difficile il tentativo di scoprire anche un minimo particolare: su quel palco sono tutti e tre Liberato. Perfettamente uguali, impossibile trovare differenze tra loro anche grazie al lavoro delle luci che sono davvero fortissime, proprio come una stella caduta sul golfo, cantata in “Tu t’è scurdat’ e me”.

“M’arrevuot o’ core, e poi te ne vaie” – Proprio così. Liberato ci ha regalato una bomba emotiva per poi andar via alle 22:00 circa, sulla scia delle parole “cient’ bombe ma nun sent’ a’ botta, je invece so’ rimast’ a’sotto”. Incredibile come il cuore sia davvero messo a soqquadro da un uomo senza volto capace di creare tutto ciò. Alla fine del concerto, le considerazioni non si fermano soltanto alle varie ipotesi su cosa ci sia dietro Liberato, ma si spingono ben oltre: cosa porta realmente più di ventimila persone a seguire in questo modo l’anonima voce di un personaggio che potrebbe anche non esistere nella realtà? L’attrazione per il mistero forse? Certo, anche lei fa il suo gioco. Ma io credo che sia ben altro ad aver portato Napoli sotto il palco di Liberato: il sentirsi amati. L’amore cantato nelle sue canzoni non è esclusivamente verso una donna, ma è soprattutto verso Napoli ed i napoletani, reale ed immenso. Sì, ci ha fatto sentire amati, ci ha riempito il cuore e allo stesso tempo ci ha impressionati, stremati. Davanti a certe sensazioni il volto passa in secondo piano; non importa chi sei e come sei, è importante ciò che riesci a mettere nel petto di qualcuno.

Questo è il racconto di ciò che il 9 Maggio è stato, nella sua forma più profonda: la poesia dell’intera città si è incarnata nella figura di Liberato, dissolvendosi infine nella speranza di poter rivivere ancora quel clima che è effettivamente da favola. Lascio a voi lettori queste righe con un’ultima citazione, che descrive perfettamente come si è concluso il concerto:

Nove Maggio, c’hè sciarmato.

di Daniela Russo

About Daniela Russo

Nasce a Napoli nel 1996. Dimostra sin da piccola di avere propensione e passione per la scrittura e le materie umanistiche. Si diploma all' Istituto professionale turistico "Vincenzo Corrado" con una valutazione di 90/100. Nel 2018 termina la stesura del suo primo libro e si avvicina al giornalismo scrivendo per il magazine "Informare".