Il mese scorso, sempre tra le pagine di Magazine Informare, era presente un articolo di Marianna Donadio nel quale venivano messe a fuoco le problematiche legate all’attuale metodo didattico utilizzato per sopperire alle difficoltà imposte da Covid-19. Mi riallaccio idealmente a Marianna, che ancora studentessa – non che io non lo sia, ma da ormai tre anni (sono già passati tre anni) ho lasciato l’istituzione scuola per entrare a far parte del mondo universitario – e cerco di proseguire sviluppando un tema a cui anche lei faceva riferimento.

Cito testualmente: «A tutto ciò si aggiunge l’ostacolo più grande: la mancanza di contatto umano, elemento fondamentale nella distinzione tra l’impartire un’istruzione nozionistica e il fare scuola».

Fatta questa premessa, ci tenevo a dire la mia. Un parere esterno, di chi la scuola l’ha vissuta ed amata. Che ci crediate o no, io odiavo non andare a scuola. Quando avevo la febbre o quando il malanno di stagione mi costringeva a casa, ero irritato. Nella mia memoria sono ancora chiari – perché freschi – i ricordi di quelle giornate. Ogni volta che saltavo un giorno di scuola, accadeva sempre qualcosa di buffo che sarebbe stato ricordato per anni. E seppure, a furia di sentire i racconti, avrei fatta mia l’immagine ricostruita di un ricordo: vivere quei momenti era, ovviamente, diverso.

Fare lezione online non significa soltanto abbassare la qualità dell’istruzione ricevuta. Fare lezione online significa rinunciare al senso di comunità che si crea in classe. Significa perdere le risate, le battute, persino i litigi. Fare lezione online significa perdere un’occasione di crescita.

Nel Decreto Rilancio è stata avanzata l’ipotesi di riprende la scuola a settembre dividendo gli studenti a metà, tra absentia e presentia.

Un gruppo resta a casa ed un gruppo va in classe. A mio avviso, è una soluzione scellerata. Che non tiene assolutamente conto del fatto che l’istruzione, in assenza di formazione, vale un soldo bucato. Penso ancora al rapporto con i professori. Allo scontro/incontro con i primi mentori – dopo i genitori – della nostra vita. Quanto vale uno sguardo, una parola gentile di incoraggiamento, detta con il tono giusto, e non distorta dallo stridore metallico di un microfono? Quanto vale un rimprovero, un diverbio, una divergenza di punti di vista espressa con coraggio, a voce piena, mettendo in gioco non solo la propria immagine, ma il proprio corpo per intero? Non c’è alcun dubbio sul fatto che Covid sia un nemico potente e subdolo. Ma distruggere la scuola no, non è corretto.

 Penso poi ai professori, a quelli che vivono il loro lavoro come una missione. Perché educare gli adolescenti è una missione. I ragazzi di quell’età hanno bisogno di essere maneggiati con cura, sono fragili. Come farà un professore, con la classe divisa, a dare la giusta attenzione a tutti? Ad abbracciare con lo sguardo i suoi alunni, a scaldarli con la voce? Come si farà ad aiutare chi è in difficoltà e come si farà a gratificare i più maturi?

La scuola online è stata un ottimo mezzo per sopperire ad un’emergenza. Ma è il momento di dire basta. Incluse le forme intermedie.  
 

di Marco Cutillo

Print Friendly, PDF & Email