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«L’Europa deve essere unita nel contrasto alle mafie transnazionali»: parla l’europarlamentare Franco Roberti

Antonio Casaccio 02/02/2022
Updated 2022/02/02 at 1:09 PM
9 Minuti per la lettura
L’ex Procuratore nazionale antimafia: “Coltivo il sogno dell’Europa federale, con una piena integrazione politica che non significa cancellazione delle identità”

Il contrasto alla criminalità organizzata, oggi, non può bypassare un’iniziativa politica che veda coinvolti tutti gli Stati del mondo. Grazie al traffico di droga, le mafie internazionali hanno tirato su un’economia che, solo nel 2010, secondo l’Unodc (United Nations Office on Drugs and Crime), ha generato proventi di 262 miliardi di euro per le casse delle organizzazioni criminali globali. Questi immensi proventi illeciti vengono ripuliti e immessi nell’economia legale, di fatto drogando il mercato e le sue logiche concorrenziali. Uno dei massimi esperti nel contrasto alla criminalità organizzata è senza alcun dubbio Franco Roberti, già Procuratore nazionale antimafia, e oggi europarlamentare nel Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici. Il Dott. Roberti, in Europarlamento, concretizza la sua grande esperienza al servizio di un’Europa che dev’essere maggiormente consapevole dei metodi di contrasto alla criminalità organizzata transnazionale.

Indice
L’ex Procuratore nazionale antimafia: “Coltivo il sogno dell’Europa federale, con una piena integrazione politica che non significa cancellazione delle identità”Su cosa si sta concentrando il suo lavoro in Europarlamento?Il Parlamento europeo in che modo sta intervenendo sul contrasto alle organizzazioni criminali? Soprattutto considerando la loro espansione nel mercato finanziario…Miliardi di euro investiti negli anni per la guerra alla coltivazione, commercializzazione e al consumo di sostanze stupefacenti non hanno ridotto il mercato del narcotraffico, in continua espansione. Cosa si sta sbagliando?Dal 2014, i Paesi dell’UE devono inserire determinate attività illegali nelle percentuali di calcolo del Pil; una pratica utile a dare stime quanto più fedeli comprendendo “attività che producono reddito, indipendentemente dal loro status giuridico”. Cosa ne pensa?L’enorme disponibilità finanziaria delle mafie, dovuta al traffico di droga, è funzionale all’attuale sistema economico?Quali sono i rischi a lungo andare di un mercato legale drogato da questi enormi proventi illeciti?Un rischio così rilevante non può presupporre la risposta di un unico Stato. L’Europa dev’essere unita anche nel contrasto alla criminalità organizzata?La politica avrà davanti sfide sempre più importanti, soprattutto nella gestione di un sistema economico che continua ad ampliare la forbice sociale. Come si pone dinanzi alla possibilità di un’Europa con più poteri? Magari una Confederazione di Stati…
Su cosa si sta concentrando il suo lavoro in Europarlamento?

«Sono componente delle Commissioni “giuridica” e per “le libertà civili, la giustizia e gli affari interni”. La seconda tratta, particolarmente, del contrasto alla criminalità organizzata e degli affari interni. In queste vesti mi sto occupando di dossier molto importanti, come la nuova direttiva che disciplina il mandato d’arresto europeo, uno strumento davvero fondamentale. Mi sto occupando, inoltre, della responsabilità delle imprese per i danni ambientali e, come relatore ombra, sono impegnato nel regolamento di aggiornamento su Europol».

Il Parlamento europeo in che modo sta intervenendo sul contrasto alle organizzazioni criminali? Soprattutto considerando la loro espansione nel mercato finanziario…

«È questo un ulteriore tema sul quale si sta focalizzando la mia attività in Europarlamento. In particolare, la Commissione europea ha proposto una serie di interventi legislativi di grande importanza in materia di antiriciclaggio, che è l’essenza della criminalità organizzata. Queste proposte sono all’esame del Parlamento e io sono stato “relatore ombra” sul Regolamento inerente la prevenzione del riciclaggio e del terrorismo mediante il sistema finanziario; abbiamo da poco iniziato a lavorarci».

Miliardi di euro investiti negli anni per la guerra alla coltivazione, commercializzazione e al consumo di sostanze stupefacenti non hanno ridotto il mercato del narcotraffico, in continua espansione. Cosa si sta sbagliando?

«Bisogna distinguere tra cannabis e droghe pesanti. Sulle ultime credo assolutamente che bisogna mantenere la strategia di contrasto e criminalizzazione, ciò non è tanto importante per ridurre il consumo di sostanza stupefacenti, ma per contenerlo entro certi limiti. Il consumo di droghe pesanti non ha avuto l’espansione della cannabis. Su quest’ultima possiamo ragionare sulle proposte di legge che puntano alla legalizzazione, ovvero la vendita della cannabis con i monopoli di Stato, ciò sarebbe utile a togliere una fetta di mercato alla criminalità organizzata. La legalizzazione del consumo di cannabis consentirebbe di riservare le risorse economiche al contrasto delle droghe pesanti, a mettere sul mercato un prodotto qualitativamente migliore e a sottrarre questo mercato alle mafie. Sulle droghe pesanti sono convinto della necessità di intensificarne il contrasto».

Dal 2014, i Paesi dell’UE devono inserire determinate attività illegali nelle percentuali di calcolo del Pil; una pratica utile a dare stime quanto più fedeli comprendendo “attività che producono reddito, indipendentemente dal loro status giuridico”. Cosa ne pensa?

«È una cosa assurda. I profitti illegali vengono utilizzati negli Stati europei e nelle Nazioni Unite per il calcolo del Pil. Ciò, però, non sta a significare un riconoscimento che possa portare alla legalizzazione delle sostanze stupefacenti».

L’enorme disponibilità finanziaria delle mafie, dovuta al traffico di droga, è funzionale all’attuale sistema economico?

«Certamente. Le mafie muovono enormi risorse finanziarie con le stesse dinamiche e logiche del mercato legale. Il rischio è proprio questo: che i mercati criminali alimentino quelli legali attraverso l’immissione di enorme liquidità. È proprio questo il riciclaggio ed è per contrastare ciò che stiamo cercando di rafforzare la normativa europea sull’antiriciclaggio».

Quali sono i rischi a lungo andare di un mercato legale drogato da questi enormi proventi illeciti?

«L’alterazione della concorrenza. Ciò si traduce nella scarsa qualità dei prodotti che vengono immessi sul mercato. Se il mafioso agisce in regime di monopolio, grazie ad una grande liquidità, è chiaro che crea un oligopolio che spazza via la concorrenza. Il tutto culmina con l’immissione sul mercato, da parte della criminalità organizzata, di prodotti di bassa qualità utili a far aumentare i profitti».

Un rischio così rilevante non può presupporre la risposta di un unico Stato. L’Europa dev’essere unita anche nel contrasto alla criminalità organizzata?

«Assolutamente sì. Il grande regalo che è stato fatto alla criminalità organizzata transnazionale è stata proprio la globalizzazione. Quest’ultima ha determinato una facilità di movimento fisico e finanziario senza precedenti. Tale enorme opportunità viene sfruttata dalla criminalità organizzata transnazionale. Il suo contrasto potrà avvenire solo su base sovranazionale, è inutile che solo l’Italia abbia un sistema di norme utili al contrasto quando i nostri vicini europei hanno, per esempio, un sistema di antiriciclaggio lassista. Ecco perché proprio su questa materia vorremmo passare dalla Direttiva europea al Regolamento, un passaggio che determinerebbe la diretta esecuzione della normativa all’interno dei Paesi membri. Continuare con le Direttive significa dare maggiore flessibilità ai Paesi nell’inserimento delle norme europee nel proprio ordinamento interno. La flessibilità ha spesso portato ad una non-applicazione, o parziale, delle normative, il che comporta una risposta asimmetrica sugli interventi di contrasto all’economia criminale. In Italia abbiamo un sistema di antiriciclaggio forte, ma se questo non viene replicato in tutti i Paesi è chiaro che i fondi della criminalità andranno a collocarsi dove non vi è controllo… è il caso dei paradisi fiscali, tra l’altro molti sono nella nostra Europa. Se non abbiamo tutti lo stesso sistema di antiriciclaggio i soldi sporchi troveranno sempre strade per immettersi nell’economia legale».

La politica avrà davanti sfide sempre più importanti, soprattutto nella gestione di un sistema economico che continua ad ampliare la forbice sociale. Come si pone dinanzi alla possibilità di un’Europa con più poteri? Magari una Confederazione di Stati…

«Coltivo il sogno dell’Europa federale, con una piena integrazione politica che non significa cancellazione delle identità nazionali, anzi, esattamente il contrario. Questo punto è ben ribadito nel Trattato di Lisbona che ci chiede di essere “uniti nelle diversità”; le identità vanno valorizzate, ma occorre essere politicamente uniti. Il cammino d’integrazione europea è proprio questo: passare dall’integrazione economica a quella politica. Occorre, ad esempio, avere una politica estera e di difesa comune: cosa che non abbiamo. La pandemia da covid-19 ha fatto sì che l’Europa avesse una politica economica comunitaria, è questo il caso dell’enorme sforzo fatto con il Recovery Plan. L’Ue ha il mercato comune, ma è l’ora di intervenire anche con disposizioni normative inerenti la politica economica».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°226 – FEBBRAIO 2022

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