Pubblichiamo in esclusiva la lettera di Rosa Amato, collaboratrice di giustizia e figlia dell’ex boss dell’omonimo clan, a Nicola Schiavone, affinché parli dell’omicidio di suo fratello Carlo per mano dei casalesi.

Rosa Amato
Rosa Amato

20 marzo 1999. Una data cruciale per la famiglia Amato. In quella data venne accoltellato nel “Disco Club” di Santa Maria C.V. Carlo Amato, ragazzo di vent’anni. Secondo gli inquirenti il giovane prese parte ad una festa liceale dell’istituto “Amaldi” di Santa Maria quando, per prendere le difese di una ragazza, venne accoltellato dagli scagnozzi di un altro illustre personaggio presente a quel party: Walter Schiavone, figlio minore di Francesco “Sandokan” Schiavone. Il potere dei casalesi, particolarmente in quel tempo, arrivava ad avere un dominio incontrastato del territorio, e fu per questo che l’omicidio di Carlo non ha ancora un colpevole. Gli amici che accompagnarono Carlo alla festa, terrorizzati dai casalesi, decisero di non parlare, di girarsi di fronte alla morte dell’amico. Cosa succede oggi? Accade che a pentirsi è Nicola Schiavone, primogenito del boss ed ex reggente del clan, che da 20 giorni collabora con la giustizia. Un pentito eccellente, una punta di diamante stanca del duro regime del 41bis, tanto da scrivere una lettera di “apertura” alla giustizia. In questa inaspettata collaborazione Rosa Amato, sorella di Carlo, intravede una luce per far chiarezza su quella sera maledetta. La storia di Rosa è impregnata dal sangue di Carlo; da quella morte, per sete di vendetta verso i casalesi, suo padre fonderà il clan Amato con un obbiettivo ben preciso: farsi giustizia per quell’omicidio. Di seguito pubblichiamo in esclusiva la lettera di Rosa Amato a Nicola Schiavone.
“Se solo per un attimo mi fermo a pensare a come sia cambiata la mia vita, non posso far altro che ricordare alcuni volti che conosco solo per le foto sui giornali. Ora che Nicola si è pentito non posso star ferma, non posso non rivolgere un appello affinché si sappia cosa sia successa quella notte in cui venne ucciso mio fratello Carlo. Il suo pentimento dovrebbe iniziare da quello che fu un grande sbaglio perché, ammettiamolo, Carlo non sarebbe dovuto morire, non avremmo dovuto vedere tanta ferocia da parte di giovani ragazzi. Il regolamento dei conti all’interno di un clan è, oramai, una prassi comune, ma uccidere un ragazzo in discoteca solo perché era con voi non potrà mai essere una prassi. La morte non lo è, la morte prematura di un ragazzo non può essere una prassi. Ho sempre lottato per la giustizia di Carlo, ho sempre agito col suo ricordo dentro di me, questa è la principale forza che mi ostina ad andare avanti. Il mio pentimento è stata una scelta interiore, per ritornare ad abbracciare la Rosa di un tempo, quella prima della morte di Carlo, quando la nostra era una normale famiglia. Pentirsi non riporta in vita nessuno, ma rende giustizia. È un fenomeno sostenuto e incentivato da due grandi giudici: Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. A lui, e al giudice che segue le dichiarazioni, va il mio appello. Ad attendere giustizia ci siamo noi: una famiglia che ha cercato in tutti i modi la verità, anche a costo di distruggere la nostra.

Rosa Amato
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