L’emotività ha conquistato il mondo: intervista esclusiva al Prof. Davies

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Professore di Politica Economica alla Goldsmiths University of London, William Davies è uno dei sociologi moderni maggiormente apprezzati per i suoi studi sull’analisi dell’attuale società, le sue contraddizioni e i suoi aspetti narcotizzanti. Oltre a collaborare con testate giornalistiche di prim’ordine come il Guardian, il professor Davies è autore di numerosi saggi, tra i quali “Stati nervosi: come l’emotività ha conquistato il mondo” edito da Einaudi e pubblicato nel 2019. Un vero e proprio spaccato sull’attuale realtà politica, di un elettore che è sempre meno influenzato dai fatti documentali e che, invece, è maggiormente attratto da ciò che gli provoca una forte emozione.

Tutto ciò è un bene in politica? Percepire Draghi come “il migliore”, Conte come “l’avvocato del popolo” e Salvini come “il capitano”, ci dice men che zero sui loro programmi politici e sulle azioni che vorrebbero compiere. Sempre più elettori decidono di pancia, o forse di cuore, senza prestare più attenzione all’analisi dei dati per il bene comune. Com’è avvenuto questo cambiamento radicale nella nostra società e come i politici stanno utilizzando la potenza dell’emozione è la mission di questa lunga intervista al Professor Davies.

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Cos’è la psicologia delle folle e come può essere applicata ai social network?

«C’è stato e c’è tutt’oggi un grande interesse per il modo in cui le folle assumono caratteristiche psicologiche che gli individui non possiedono da soli. L’asserzione esplicitata da molti “psicologi della folla”, dalla fine del XIX secolo, è che i sentimenti viaggiano attraverso le folle contagiando gli individui, influenzando sentimenti e comportamenti senza che loro se ne rendano conto. Questa teoria è stata applica per analizzare proteste di strada o di piazza ed ha spinto molti intellettuali a trovare una spiegazione per l’ascesa di demagoghi e fascisti nel XX secolo.

Questi studiosi notavano che tali personalità politiche riuscivano ad evocare emozioni in una folla impermeabile alla ragione e ai fatti. Un contagio che viviamo ancora oggi nella rete e nelle nostre comunità online, dove meme, immagini, video e brevi frammenti di testo possono circolare ad altissima velocità, mettendo d’accordo le persone prima che chiunque possa verificarne la veridicità. Come in una folla di piazza, una rete online offre un senso di appartenenza e identità, che molto spesso è più potente del pensiero critico o dei fatti documentali. È questo il nodo centrale dei temi riguardanti “fake news” e “post-verità”: condividere un sentimento potrebbe essere politicamente più persuasivo dell’identificazione dei fatti. Non è una novità, ma i social media hanno offerto un nuovo strumento per sfruttarlo».

Quindi, per il pubblico i fatti documentali derivanti da metodi scientifici sono diventati meno prioritari dell’impatto emotivo che colpisce l’individuo. Com’è stato possibile questo passaggio?

«I metodi e i fatti scientifici non sono mai stati particolarmente intuitivi o democratici. L’esclusione del pubblico è sempre stata una condizione per la creazione di fatti scientifici ufficiali e consolidati, sin da quando furono fondate le prime società sperimentali nel XVII secolo. C’è sempre stato un sospetto pubblico nei confronti della scienza, della medicina moderna, degli esperti e dei giornalisti, il cui compito è stabilire “il consenso” sulla realtà. Ecco, questo sospetto pubblico nei confronti della scienza è stato occasionalmente mobilitato da leader politici senza scrupoli, che vedono nella caduta dei “fatti” un’opportunità per guadagnare potere. 

I social media aggravano questo problema in due modi. In primo luogo, consente alle persone comuni di condividere e pubblicare affermazioni sulla realtà, a costo zero. Quindi, i gruppi Facebook e i canali YouTube possono offrire comunità che nascono attorno a temi no-vax, teorie del complotto sull’immigrazione o sulle “élite globali”. Queste comunità sono sempre esistite, ma in passato bisognava dedicarsi molto per crearle, producendo volantini, giornali amatoriali e organizzando incontri. Chiunque può prendere parte a una di queste comunità eterodosse che trovano la loro identità al di fuori della visione “mainstream” della realtà, confortandosi a vicenda sul fatto che solo loro hanno la “visione autentica del mondo”. QAnon e la base di Trump sono fondamentalmente di questa natura.

In secondo luogo, i social media accelerano la circolazione delle news, superando di gran lunga la velocità delle Istituzioni, le quali vengono tradizionalmente invocate per stabilire se le parole vengono utilizzate con onestà intellettuale o meno. Ci sono sempre stati bugiardi, anche sulla stampa, ma quelli che hanno cercato di opporsi a tali bugi non hanno mai subìto gli svantaggi che subiscono oggi».

La dottrina Gerasimov è una nuova prerogativa degli Stati più autoritari (Russia, Cina, ecc.) o è già una realtà per i paesi liberali europei?

«Credo che le fondamenta di questa dottrina non siano, oggi, una novità. Nel mio libro “Democrazia emotiva: come l’emotività ha conquistato il mondo”, parlo di come Carl von Clausewitz ampliava l’idea di guerra inserendo al suo interno tutti gli aspetti del governo civile. La sua ammirazione per Napoleone derivava dalla capacità dello Stato francese di mobilitare tutte le risorse economiche, civili e sociali come parte della sua strategia militare (da qui la famosa affermazione “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”). Da quel momento gli Stati hanno utilizzato decisioni politiche, come le sanzioni economiche e varie forme di dura diplomazia, per esercitare pressioni sugli altri Paesi.

La “dottrina Gerasimov”, nell’attualità, possiamo leggerla nell’impegno del Cremlino in una guerra costante nell’era digitale, la quale comprende la “guerra dell’informazione”. La novità del XXI secolo è che le risorse da cui dipende implicitamente la democrazia liberale, vale a dire una società civile e una sfera pubblica vagamente stabili, possono essere deliberatamente distrutte con relativa facilità dall’altra parte del mondo, scatenando nuove forme di paranoia e dissenso. L’Esercito americano ha utilizzato in modo irreprensibile politiche simili, per cercare di imporre la propria volontà a Stati stranieri senza la forza fisica. Bisogna dire, però, che gli USA sono dietro la Russia in termini di comprensione del pieno potenziale di Internet per sconvolgere la società civile e la democrazia». 

La vittoria dell’emotività corrisponde a una maggiore attrazione per la violenza? 

«Partiti di estrema destra sono soliti trattare la violenza in termini eroici e spettacolari. Ancora una volta i social media e gli smartphone sono cruciali dato che consentono di catturare e condividere atti di violenza, in modi che non sarebbero avvenuti 20 anni fa. Ma c’è anche il rischio che gruppi online si mobilitino per scopi offline. Questo è ciò a cui abbiamo assistito il 6 gennaio 2021, con l’assalto al Campidoglio di Washington DC, che era stato evidentemente pianificato in anticipo. Quella era una folla esisteva già in contesti online!».

Quali sono i rischi concreti per la nostra società alla luce di queste riflessioni sulla violenza?

«Il rischio è che le persone che desiderano apparire “eroiche” nell’esecuzione di azioni violente, o pericolose, possano ora trovare un pubblico riconoscente molto più facilmente. Pensiamo all’esempio di Brenton Tarrant, il giovane che nel 2019 ha compiuto un omicidio di massa nella moschea di Christchurch mandando il tutto in diretta-streaming per un pubblico online e che aveva sulla sua arma dei “meme” decifrabili da una comunità web di nicchia.

L’altro rischio è che anche il potenziale per mobilitare una comunità violenta per strada sia molto maggiore. Infine, vale la pena riconoscere un potenziale ancora maggiore nella capacità dei social media di far sentire le persone spaventate dalla violenza, anche quando non è presente; questo può far sì che gli individui rispondano con più “simpatia” ad azioni violente e autoritarie. Un chiaro esempio è costituito dalla circolazione di fake news sulle violenze commesse dai rifugiati: armi nelle mani di nazionalisti e autoritari».

L’emotività è fondamentale per i leader politici per conquistare l’elettorato. Quanto è importante, secondo lei, la capacità memetica di un politico?

«Una delle difficoltà per le democrazie liberali oggi è che i media supportano molto di più i politici che cerano di smantellare o attaccare “il sistema”, rispetto a coloro che desiderano stabilizzarlo e rafforzarlo. Ciò è dovuto, in parte, all’enorme quantità di contenuti multimediali che vediamo ogni giorno, in cui i politici devono parlare attraverso brevi frasi: solo una singola riga di un discorso verrà trasmessa o condivisa, ed è probabile che sia quella più dirompente e oltraggiosa. I lunghi dibattiti e specificazioni sulle sfide politiche non vengono condivise o ascoltate adeguatamente.

Una capacità memetica è, quindi, estremamente utile per i politici che cercano di stare costantemente sotto i riflettori come Trump. La grande forza di Trump è che i media lo trovavano irresistibile, dato che generava pezzi di contenuti eccitanti e fuori dall’ordinario, che catturavano indipendentemente dal contesto o dalla relazione con la realtà. La creazione di questi tipi di contenuti può essere un tratto inestimabile per le campagne elettorali nell’era dei social media. Tuttavia, capacità memetica e contenuti eccitanti sono completamente inutili quando si tratta di governare. Un esempio è la crisi dettata dal Covid-19, che pone ai politici una serie di richieste differenti e che personaggi come Trump non sono riusciti assolutamente a soddisfare». 

Il boom emotivo, rafforzato dai social media e dalla globalizzazione, porterà il pubblico a una maggiore consapevolezza delle differenze sociali?
«Sì, anche se il grosso problema dell’attuale democrazia è che le differenze vengono esagerate e armate in un certo modo. Nei social viene stabilita una determinata caricatura di un “liberale” o di un “conservatore” o di un “musulmano” o di una “femminista”, ma queste immagini vengono diffuse da coloro che si oppongono a quelle categorie e che hanno tutto l’interesse ad implementare una visione sfumata di quelle identità. Diamo uno sguardo alle cosiddette “guerre culturali” che circolano tutt’ora nelle università e nei musei, con i media conservatori che bollano tutti gli accademici, storici e rappresentanti delle élite culturali come “nemici della nazione”. Ciò è intenzionale e dannoso, non contribuisce realmente alla comprensione di nuove prospettive o identità: è semplicemente antagonismo».
In Italia le crisi di governo sono ormai abituali. Per nascondere trame e fatti politici, i leader dei partiti italiani cambiano ogni giorno dichiarazioni e attaccano l’avversario concentrandosi sulla sfera emotiva. L’emotività è un’arma solo per i “populisti” o può essere utile all’establishment moderato (come sta accadendo in Italia)?

«Il concetto stesso di “populismo” deve essere trattato con una certa cura, proprio per i motivi che suggerisci. Menzogna e politica vanno di pari passo da tempo (come molti filosofi politici hanno capito), quindi non c’è niente di così diverso o eccezionale in questo improvviso arrivo dei “populisti” dal 2008. La politica è in qualche modo l’arte dell’inganno. Ci sono state anche diverse occasioni in cui i liberali e le élite dominanti hanno sbagliato profondamente la valutazione dei fatti: la guerra in Iraq, la regolamentazione della finanza fino al 2008 e l’efficacia dell’austerità dopo il 2009.

Su tutte queste cose, le “élite” ci hanno incasinato con conseguenze devastanti e non sono mai sembrate pagarne il prezzo o scusarsi. Non si tratta tanto di sfruttare deliberatamente le emozioni, ma rappresenta un problema molto serio per lo stato della verità e dei fatti nella società. Le campagne politiche, nel frattempo, hanno utilizzato a lungo le emozioni e le tattiche diffamatorie per attaccare gli avversari e costruire l’immagine del proprio candidato. Non credo che i “populisti” siano responsabili dell’elevazione dell’emotività in politica, e non sono certamente i primi attori politici a sfruttarlo. Penso che ci siano varie condizioni di fondo, nell’economia e nella tecnologia, che hanno reso più difficile per “i fatti documentali” imporre vincoli ai politici.

Liberali e centristi possono sfruttare questa confusione come chiunque altro. I populisti sono andati oltre nell’imbrigliare il potere della rabbia nei confronti del mainstream e nel dare voce a un senso di furia che vede “il sistema” come ignaro del dolore e della frustrazione delle persone. Ma ciò è in parte dovuto al fatto che sono più attenti alla rabbia e, in un certo senso, più bravi a cogliere come stanno le cose per chi è al di fuori del mainstream politico. Questo non vuol dire che tali politici siano onesti o autentici – molti di loro sono completamente cinici – ma potrebbero avere un’antenna migliore per il sentimento popolare rispetto all’establishment moderato».

Cosa si intende per “intelligenza artificiale emotiva” e come influenzerà le future elezioni democratiche?

«L’intelligenza artificiale emotiva è l’uso di algoritmi informatici per analizzare grandi quantità di dati differenti, attraverso i quali pretendono di apprendere il significato emotivo di diversi comportamenti ed espressioni. Quindi, è possibile per l’IA emotiva (Intelligenza artificiale N.d.r.) nominare correttamente le emozioni espresse su volti diversi, rilevare le emozioni in frasi o toni di voce individuali.

Già, tecnologie come Amazon Alexa (l’assistente digitale domestico) implementano l’intelligenza artificiale emotiva per cercare di rilevare quei membri di una famiglia che potrebbero provare varie emozioni. Utilizzata come tecnologia di sorveglianza, l’intelligenza artificiale emotiva è stata utilizzata dai ricercatori di mercato, e anche dai servizi di sicurezza, per cercare di rilevare come le emozioni potrebbero manifestarsi nel linguaggio del corpo di potenziali terroristi o essere palpabili nei post sui social media come prova di possibili disordini futuri. Come esattamente potrebbe essere usato in contesti democratici è una domanda difficile a cui rispondere.

Potenzialmente, gli attivisti potrebbero indirizzare i loro messaggi alle persone che sono più arrabbiate con il mainstream (come presumibilmente accaduto con lo scandalo di Cambridge Analytica che circonda l’elezione di Trump nel 2016), o persino valutare il successo di un determinato discorso in termini di impatto emotivo su una folla. Molte di queste tecnologie sono meno efficaci di quanto affermano i loro inventori, quindi è importante non farsi entusiasmare troppo dalla campagna pubblicitaria. Inoltre, il fatto che una macchina possa attribuire correttamente un nome a un particolare comportamento (l’immagine di un sorriso equivale a “felicità”, per esempio), non significa che la macchina possa comprendere le emozioni o interpretare realmente ciò che le causa.

Ma chiaramente queste tecnologie di sorveglianza e queste forme di audit alla fine trovano la loro strada nell’arena della politica, spesso dopo aver iniziato come tecniche di ricerca di mercato. Quindi possiamo scoprirlo!».

da Antonio Casaccio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°217

MAGGIO 2021

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