L’emigrazioni dei docenti da sud a nord: il problema dei ricorsi.

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Docenti bloccati al Nord e precari sul piede di guerra. Ecco i nuovi fronti di tensione del mondo della scuola. 

Il tentativo che nelle intenzioni del legislatore doveva servire a superare definitivamente il problema del precariato scolastico, dopo le pronunce della C.G.U.E. e della Corte Costituzionale e a togliere dall’affanno avvocatura e funzionari impelagati in migliaia di cause in ogni parte d’Italia, è stata la legge n.107/2015, la così detta “Buona Scuola”.

Eppure tale legge, ha generato una nuova impennata di ricorsi che sono dovuti, soprattutto, ad un vero e proprio fenomeno migratorio di un cospicuo numero di docenti dal Sud verso il Nord Italia. Secondo i dati diffusi dall’Avvocatura dello Stato, su 23 mila assunti nell’anno 2015-2016, solo nell’ultimo anno sono state oltre 7.000 le cause proposte contro il Ministero riguardo che mettono in discussione la mobilità stabilita dall’algoritmo della “Buona Scuola”.

Le stime sono complesse ma, in sostanza, si stima che solo il 30% potrà tornare a casa.

Mentre gli altri 17mila e 500 resteranno forzatamente al nord. Già al momento della pubblicazione dei primi movimenti, risultavano evidenti gli errori dell’algoritmo: docenti trasferiti a centinaia di chilometri dalla propria sede, a fronte di altri con un punteggio inferiore ai quali si erano visti assegnata la sede nella stessa provincia. 

Il primo problema nasce da una lettura e una scrittura frettolosa delle disposizioni contrattuali in materia di mobilità.

L’equivoco discende dal fatto che – pur essendo l’assegnazione delle sedi basata sull’ordine di preferenza di ciascun aspirante – le sedi dovevano essere assegnate in primo luogo ai docenti con un punteggio più alto. Orbene, con ogni probabilità, nel predisporre l’algoritmo i tecnici del Ministero- piuttosto che considerare come prioritario il criterio del punteggio e poi delle preferenze- taravano il funzionamento dell’algoritmo in primo luogo sulla preferenza e poi sul punteggio, creando così una sorta di “graduatoria” per ciascuna preferenza.

Con qualche isolata eccezione, la giurisprudenza ha ritenuto del tutto irragionevole il criterio utilizzato dal Ministero, annullando i trasferimenti disposti e condannando il Miur ad assegnare ai ricorrenti una sede sulla base del punteggio.

Altro tema di notevole importanza e che ha un riscontro riguardo la collocazione dei docenti è quello dell’articolo 42 bis, del d.lgs. n. 151/2001. Sulla questione più specifica del comparto scuola, il Tribunale di Lecce ha da tempo affermato che “il dipendente pubblico del comparto scuola con bimbo di età inferiore a tre anni ha diritto all’assegnazione temporanea a un ufficio la cui collocazione possa garantire l’effettiva unità e convivenza del nucleo familiare”  (Trib. Lecce, 16 luglio 2007, in RCDL, 2008, 2, 762).

Recenti pronunce- (Trib. Brescia e Trib. Livorno) – hanno ribadito l’applicabilità della disposizione di cui all’art. 42-bis al personale del comparto scuola, ordinando in via d’urgenza all’Amministrazione resistente di provvedere all’assegnazione temporanea invocata. 

Il particolare impegno del legislatore in subiecta materia discende non solo da quegli imprescindibili principi costituzionali posti a tutela della famiglia (e in special modo dei minori), ma anche da quanto stabilito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, ratificata dall’Italia con legge n. 176/1991, che sancisce espressamente la “necessità di far crescere i bambini  all’interno di un ambiente familiare sano e sereno.  

Nei procedimenti di cui alle sentenze in commento, il Miur ha preferito restare contumace. 

Il ricorso è stato valutato, dal Tribunale in funzione di Giudice del Lavoro, come meritevole di accoglimento. La ragione di tale decisone trova le sue fondamenta all’interno dello stesso contratto che stabilisce “che per ciascuna delle operazioni l’ordine di graduatoria degli aspiranti è determinato, per ciascuna preferenza, sulla base degli elementi di cui alla tabella di valutazione dei titoli allegata al presente contratto” va inteso nel senso che il metodo di attuazione delle operazioni di mobilità in esame non differisce rispetto a quello operante in materia di graduatorie concorsuali, incentrato sul principio meritocratico, secondo cui gli aspiranti esprimono le proprie preferenze e l’amministrazione attribuisce sede in base al punteggio.

Orbene, secondo tali previsioni contrattuali, l’amministrazione doveva considerare per ciascun docente l’ordine di preferenza e per stabilire la graduatoria, il punteggio assegnato. 

Altra importante sentenza è quella che riguarda l’ Assegnazione temporanea ex art. 42- bis del d.lgs. n. 151/2001. 

Tale decisone è stata motivata non solo dal diritto riconosciuto alla docente-madre di un minore di età inferiore ai tre anni, di essere assegnato a richiesta, per un periodo non superiore ai tre anni, ad una sede ubicata nella provincia o nella regione dell’altro coniuge qualora ci fosse un posto vacante e retribuito, ma anche dall’assenza in giudizio del Miur che non ha fornito alcuna spiegazione in merito alla disposta assegnazione della ricorrente in un diverso ambiente territoriale ed in ordine alle regioni della mancata utilizzazioni dei posti disponibili nella regione della ricorrente. 

L’altro tema è l’abuso di reiterazione dei contratti a termine. La paura di restare disoccupati per tanti docenti non ancora titolari di cattedra era fondata. Bisogna però in primo luogo ripartire dalla famosa Sentenza Mascolo del novembre 2014 che ha dichiarato illegittima la pratica della reiterazione dei contratti a termine nella Pubblica Amministrazione italiana perché in contrasto con la normativa europea, per ricordare innanzitutto come il piano straordinario del settembre/novembre 2015 abbia avuto come principale scopo quello di correre ai ripari di una situazione estremamente delicata per lo Stato italiano.

La L. 107 prevede oltre al piano di assunzione anche, nel comma 132, un fondo di 10 miliardi (incrementato di altri 2 dalla legge di stabilità 2016) a risarcimento dei precari che producono ricorso contro l’abuso della reiterazione dei contratti a termine nella scuola.

Oltre ciò, nel comma 131 stabilisce il definitivo divieto alla riproposizione per oltre tre anni, anche non continuativi, di contratti a tempo determinato su posti vacanti e disponibili. E a questo punto, tra ricorsi in atto e sentenze di tribunali vari, ecco i due pronunciamenti delle Corti Costituzionale e di Cassazione: La sentenza 27384/2016, depositata dalla Corte di Cassazione nel dicembre 2016, che ribadisce ciò che la Corte Costituzionale ha già espresso nel luglio del 2016.

Entrambe hanno dichiarato illegittima la normativa italiana che “autorizza, in violazione della normativa comunitaria, il rinnovo potenzialmente illimitato di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili di docenti”. Inoltre entrambe hanno sancito che, per l’abuso di reiterazione, venga previsto un risarcimento e non la stabilizzazione, in quanto nella P.A. si può essere assunti solo dopo il superamento di un regolare concorso. 

Le prospettive di un recente futuro si scrutano dalla finestra del finire del 2019, in quanto si avrà la possibilità, senza precedenti, per i trasferimenti dei docenti, dopo il flusso di migrazioni spesso in direzione Sud-Nord dovuta alle 55 mila assunzioni in blocco della Buona scuola realizzate nel 2015/16.

Una finestra che non si ripeterà perché le quote riservate ai trasferimenti fra province andranno a chiudersi sin dall’anno scolastico 2020/21.  

Le novità sono la somma dell’accordo governo-sindacati sulla mobilità firmato il 31 dicembre 2018, delle regole sui concorsi definite nella manovra e della spinta verso i pensionamenti anticipati prevista da Quota-100. In ogni caso, l’uscita sarà volontaria e i numeri sono molto ballerini (da 20 mila a 70 mila).

Non tutti i posti vacanti, però, sono destinati ai trasferimenti. La regola generale è che la metà dei posti va all’ingresso dei vincitori di concorso e l’altra metà si ripartisce per l’80% ai trasferimenti provinciali e per il 20% alla mobilità professionale. In pratica il 40% dei posti liberi nel 2019/20 è riservato ai trasferimenti fra province.

Tale quota scenderà al 30% nel 2020/21 e al 25% nel 2021/22. Ecco perché l’occasione del 2019 è irripetibile. Il processo di regionalizzazione della scuola, inoltre, potrà subire un’accelerazione se andranno in porto i desideri del Veneto, che è alla guida dei movimenti di autonomia del Nord Italia e che, tramite il governatore Zaia ha più volte lamentato la richiesta di insegnati meridionali di voler tornare al Sud dopo aver prestato servizio, per un numero di anni, al Nord. 

di Salvatore Sardella

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