Luis Sepúlveda

Rubrica universitaria: la prima traduzione napoletana del libro di Luis Sepúlveda

Redazione Informare 08/12/2022
Updated 2022/12/08 at 9:45 PM
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Tra i libri dello scrittore cileno Luis Sepúlveda – romanziere, attivista (e prigioniero) politico, giornalista, scomparso a sessantuno anni nel 2020 – la “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” rappresenta, forse, il suo titolo più famoso. Racconto lungo – o romanzo breve – pubblicato per la prima volta nel 1996, è di certo uno dei suoi libri più tradotti e con maggiore longevità di ristampe. Inoltre, nel 1998 il regista Enzo D’Alò diresse l’adattamento cinematografico animato, in lingua italiana.

Dal mese scorso è invece arrivata sugli scaffali di una libreria di Port’Alba (la Libreria-Editrice Langella) la nuova versione della storia del gatto Zorba e della gabbianella Fortunata, che questa volta parlano in napoletano. Allo “cunto d’ ‘a gavina e d’ ‘o gatto ca ‘a mparaie a vvulà” dà la voce di Napoli il traduttore Claudio Pennino – scrittore, poeta, traduttore in napoletano di Seneca, del “Regimen Sanitatis Salernitanum”, di Poliziano e autore di un dizionario italiano-napoletano-italiano – mentre la trasposizione per immagini della vicenda è affidata alle tavole della giovane (e brava) illustratrice Federica Ferri.

«Questa traduzione in napoletano della “Historia de una gaviota y del gato que le enseñó a volar” di Luis Sepúlveda», spiega Claudio Pennino nella nota del traduttore in appendice (dove si trova anche un utilissimo glossario), «si inserisce nella plurisecolare e nobile tradizione di trasportare in lingua napoletana grandi classici della letteratura mondiale. Essa, inoltre, intende valorizzare e mantenere viva la parlata napolitana che sempre più spesso è deturpata dalle storpiature di coloro che la scrivono con sconvolgimenti ortografici e sintattici. Di conseguenza, l’impegno principale nell’approccio a questa operazione è stato quello di non tradire: né la lingua di partenza, lo spagnolo, attenendosi strettamente al testo originale e cercando di rendere al meglio lo stile dello scrittore, né quella d’arrivo, il napoletano».

Fedeltà assoluta che si riscontra anche nel rispetto della trama originale immaginata dall’autore cileno – l’ambientazione amburghese, nei mari del Nord, la presenza degli stessi personaggi e la durata temporale degli accadimenti raccontati nelle due sezioni del libro – e nelle battute dialogate del “gatto gruosso, niro e cchiatto” Zorbas con la “gavina Furtunata, veramente furtunata”; o con i coprotagonisti e gli antagonisti del “cunto”: Kengah e Secretario, Culunnello, Coppaviento e Harry-Don Enrico.

Alla stessa maniera tutto ritorna – verbo visivamente tradotto – nei delicati toni dei colori pastellati dalla doppia e lunga immagine di copertina così come pure nei capoversi, nelle chiusure di capitolo e nelle tavole singole a fronte del testo narrativo realizzate da Federica Ferri. E – ancora una volta seppure in una lingua diversa – non cambia la morale di questa bella favola: alla fine del “cunto” Furtunata imparerà a volare perché “vola sulo chi tene ‘o curaggio d’ ‘o ffà”. E le lacrime di Zorbas di nuovo riveleranno che, sotto i peli di quel felino “gruosso, niro e cchiatto” batte forte il cuore “‘e gatto bbuono, ‘e gatto nobbele”.

a cura degli studenti dell’Università degli Studi di Salerno

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