L’eco delle modelle molestate dietro l’obiettivo

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Immagini patinate, modelle bellissime in abiti costosi o senza veli, pose e luoghi eccentrici o sterili. Quante ne abbiamo viste sui magazines e poi in rete?

Il numero di volte è incalcolabile: siamo bombardati da immagini che hanno lo scopo di catturare la nostra attenzione a fini artistici ma perlopiù commerciali. La triste verità è che, spesso, dietro ognuna di quelle straordinarie fotografie si cela un mondo malsano, annebbiato dal velo illusorio dei progetti artistici e stilistici.
Tanti, troppi, shooting fotografici sono teatro dell’elevazione ideologica del corpo quanto dell’inumare umano.
Questo perché c’è una falla nel sistema produttivo visivo in cui fotografi inopportuni molestano modelle. Il grido allo scandalo intimorisce ma basta una singola voce a richiamare un eco assordante.

La percentuale di modelle molestate psicologicamente e fisicamente è inquantificabile se si pensa che molte non sono state neanche in grado di denunciare gli accaduti.

Un po’ perché intimidite, terrificate di come la società potrebbe additarle, un po’ perché spaventate di rovinare una reputazione professionale ancora in divenire. La donna è continuamente vittima di violenze e l’opinione pubblica cerca in ogni modo di colpevolizzarla per ciò che indossa, ciò che ha fatto o detto per istigare il molestatore.

Donne ricattate e convinte a fare cose contro il loro volere dietro forti pressioni psicologiche, minacciate di perdere l’occasione della vita. Indotte a pensare che alla negazione del consenso avrebbero rischiato di giocare una partita persa in partenza, rinunciando alla possibilità di vedersi ritratte negli scatti di grandi fotografi o su famose riviste. Set fotografici, prove costume e fitting per grandi marchi sono lavori allettanti per tutte le ragazze che vogliono intraprendere la carriera da modella o che vogliono crescere professionalmente, il tutto minato da predatori infimi e spudorati.
Anche nelle stesse agenzie si verificano molestie, è un meccanismo insidiato alla base del reclutamento e può progredire fino al set fotografico. Le immagini, complici, hanno assunto un ruolo decisivo: i social sono oramai parte integrante delle nostre vite e ne contengono a bizzeffe, ogni giorno se ne pubblicano di nuove. Chiedere ad un fotografo di scattare qualche foto per dei post o collaborare come modella per qualche editoriale non deve, in alcun modo, lasciar intendere al fotografo, al costumista, allo stilista o all’uomo X di poter fare avances o azioni inopportune.

Le foto di nudi, soprattutto, non hanno valenza accondiscendente ad atti sessuali. Deve essere un concetto chiaro e ben inculcato per rendere l’ambito lavorativo un luogo protetto.
Ciò vale ovviamente per qualsiasi contesto, anche al di fuori della moda.

La grande bufera che ha innescato la miccia delle denunce ai predatori è partita, infatti, dal mondo cinematografico. Il caso del produttore Harvey Weinstein ha scaturito una reazione a catena portando alla luce le macabre personalità di personaggi noti.
È stato istituito un codice di condotta per assicurare protezione a chi viene fotografato. No a soggetti minorenni, no ad alcol e no a lasciar soli i modelli. Scelte necessarie per bloccare quel MeToo che fa di un movimento la terribile conferma di quanti “anch’io”, purtroppo, esistano.

di Chiara Del Prete

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°212
DICEMBRE 2020

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