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Le voci del popolo contro il genocidio in Palestina: reportage da Napoli, Torino e Parigi

Redazione Informare 11/06/2024
Updated 2024/06/11 at 2:14 AM
10 Minuti per la lettura

L’urlo che da tempo si alza in difesa del popolo palestinese, vittima da decenni di nuove violenze e continui abusi da parte dello stato di Israele, sta finalmente facendo sentire forte la propria voce. Totalmente immersi e quindi accecati dallo stile di vita occidentale, l’opinione pubblica ed i media sembrano aver scoperto la criticità della questione mediorientale soltanto a partire dai tragici eventi del 7 Ottobre 2023. Mentre troppe volte chi è chiamato a prendere posizione per il ruolo che ricopre eviti di schierarsi o addirittura cerchi di minimizzare e giustificare il massacro che ancora oggi si sta consumando nei territori di Gaza. Tantissimi ragazzi hanno deciso di schierarsi dalla parte giusta della storia. Ancor prima che la questione palestinese divenisse di pubblico interesse, tante realtà in giro per il mondo hanno intrapreso una lotta per tutelare e denunciare le condizioni di vita di un popolo che da decenni viene privato dei più fondamentali diritti. In quest’articolo esamineremo da vicino i diversi modi di protesta attuati dai movimenti studenteschi e non, a Torino, in Francia e Napoli.  

Napoli è una città storicamente vicina alla causa palestinese e si inserisce all’interno di una rete di città, italiane ed internazionali, che quotidianamente scendono per le strade per mobilitare la comunità verso l’autodeterminazione del popolo palestinese. L’urlo di protesta napoletano è forte ed efficace. In particolare, l’impegno del movimento Pro-Palestina napoletano si è intrecciato con le attività dell’Università Federico II di Napoli accusata di intrattenere rapporti di collaborazione con industrie belliche e addirittura con altre università israeliane. L’operato del movimento “Rete Studentesca per la Palestina” ha vissuto momenti particolarmente significativi nel corso dell’occupazione del Rettorato dell’Università Federico II durata in totale di 5 giorni e conclusasi lo scorso 12 Aprile. Gli studenti hanno denunciato il bando di collaborazione con Israele, promosso dal Ministero degli Esteri italiano, come un atto che ignorava le violazioni dei diritti umani nei confronti del popolo palestinese.

Al termine dell’occupazione il Rettore Matteo Lorito ha incontrato gli studenti promettendo di avviare un dialogo costruttivo per affrontare le preoccupazioni sollevate dai manifestanti e promettendo la creazione di un tavolo di discussione tra l’università e gli studenti. Tuttavia il mancato adempimento di quanto promesso unito alla storica partecipazione del Rettore al comitato scientifico della fondazione Med-Or ha portato alla nascita di una forte contestazione verso la personalità di Lorito. Med-Or è infatti una fondazione promossa da Leonardo S.p.A., una delle principali aziende italiane nel settore della difesa e dell’aerospazio. Questo legame crea un conflitto di interessi per Lorito, che, rappresentando un importante ateneo quale la Federico II, dovrebbe essere portavoce di un messaggio di pace e di una tutela dei diritti umani mentre la partecipazione alla fondazione lascia trasparire soltanto un’implicita adesione da parte del Rettore alle politiche israeliane.

Nel mese di Maggio, sull’onda di varie altre iniziative nazionali ed internazionali, la “Rete Studentesca per la Palestina” ha deciso di compiere un altro importante passo accampandosi presso la sede di Porta di Massa della Federico II chiedendo di sciogliere i rapporti con le università israeliane, complici del massacro a Gaza, e pretendendo le dimissioni del Rettore Matteo Lorito dal comitato scientifico Med-Or. «Così come sta accadendo a New York, Roma, Bologna ed in tutto il mondo – dice Luca Napolitano, uno dei portavoce di “Rete Studentesca per la Palestina” – studenti e studentesse dell’università, e non solo, si stanno riappropriando dei propri spazi con le tende e stanno urlando a tutto il mondo che ciò che sta accadendo in Palestina è un genocidio e non possiamo tollerarlo. Insieme abbiamo detto mai più e mai più dovrà essere».  

Le proteste degli studenti di Parigi

Quali sono le cause principali che state cercando di sostenere attraverso queste manifestazioni?

S: «Cerco di sostenere il popolo palestinese che soffre da più di settant’anni. Con queste manifestazioni amplifichiamo la voce di milioni di Palestinesi che è stata costretta al silenzio dallo Stato coloniale di Israele e i suoi complici. Tutto è registrato, fotografato e condiviso: la causa viene riconosciuta e mostrata al mondo intero». 

Che aria pensi si respiri all’università?

Y: «La Paris Cité è un’università poco attiva politicamente, con scarsa partecipazione degli studenti a iniziative complesse. La principale difficoltà è stata trovare un accordo su come considerare Hamas, impedendo un’azione comune. Nonostante la repressione universitaria abbia complicato l’attivismo, chiudendo tutte le sue porte e inserendo controlli di sicurezza, ha comunque stimolato una mobilitazione più ampia, ed è questo l’importante». 

Avete mai ricevuto critiche alle vostre manifestazioni?

Y: «Subito dopo il 7 ottobre le critiche sono aumentate, insieme all’antisemitismo. Noi denunciamo Hamas, non solo per l’attacco del 7 ottobre, ma perché partecipa lui stesso all’oppressione del popolo palestinese, non lo rappresenta poiché è una dittatura nella Striscia di Gaza e promuove inoltre un progetto reazionario che non è affatto nell’interesse dei palestinesi. Inoltre, si tratta di dire che noi combattiamo lo Stato di Israele, non gli ebrei. È un punto essenziale di distinzione da fare, che Hamas non fa e che alimenta l’antisemitismo anche qui in Europa». 

Come vedi il futuro della causa palestinese e quale ruolo pensi che i giovani possano giocare in essa?

Y: «Il futuro della causa palestinese passa, secondo me, attraverso la lotta combinata con tutti gli altri popoli oppressi del mondo intero, poiché sono oppressi dagli stessi paesi, dagli stessi governanti, dagli stessi stati, dagli stessi possessori. Il compito dei giovani, così come quello dei lavoratori, è di lottare insieme contro questo sistema ogni volta che è possibile e di estendere questa lotta quanto necessario. Da Parigi a Gaza, da Rafah a Ramallah, c’è una sola soluzione: la rivoluzione». 

PH. Sarra

L’Intifada Studentesca nel Politecnico torinese 

Torino. C’è fermento tra gli studenti universitari; nelle ultime settimane, in varie occasioni, le proteste per la Palestina sono state fermate da grandi dispiegamenti di forze di Polizia: ci sono anche feriti. Gli studenti delle due principali università cittadine, l’Università di Torino e il Politecnico, chiedono la fine degli accordi che legano i propri Atenei ad aziende ed enti che contribuiscono al genocidio del Popolo palestinese. Se l’Università di Torino è abituata a proteste ed occupazioni, al Politecnico anche un banale volantinaggio è considerato un atto sovversivo

L’Intifada Studentesca 

Nel Politecnico non si fa politica. Così si sarebbe risposto, fino ad un mese fa, a chiunque avesse proposto di mettere in dubbio la fitta rete di accordi con cui l’Ateneo getta gli studenti in pasto alle principali aziende produttrici di armi in Italia e nel mondo. Riunendosi gli universitari scoprono di non essere pochi e, anche i meno fiduciosi, cominciano a convincersi di poter portare l’”Intifada pure qua”, come recita uno dei cori della protesta. Lunedì 13 maggio, con l’inizio delle lezioni, una ventina di tende viene montata nel cortile principale della gigantesca Sede Centrale, ha inizio l’Intifada Studentesca del Politecnico di Torino. 

Le prime due settimane 

Da subito si organizzano gruppi di ricerca per studiare gli accordi tra l’Università e l’industria bellica, si produce materiale informativo e si dialoga con gli studenti: il cortile cessa di essere uno spazio di passaggio e diviene una parte viva e attiva dell’Università. Dall’accampamento partono volantinaggi e azioni che, in un paio di giorni, aggregano circa duecento persone per un’assemblea pubblica. Qui si decide per l’occupazione dell’Aula Magna “Giovanni Agnelli”, che viene ridedicata a “Sufian Tayeh”, Rettore dell’Università islamica di Gaza, ucciso dalle bombe israeliane. Due grandi assemblee scandiscono le giornate delle persone che, per le successive due settimane (al momento in cui si scrive), dormono, mangiano e discutono nello spazio occupato. Dall’Aula Magna si chiede un dialogo diretto con il Rettore Corgnati, che, di contro, non fa che inviare mail istituzionali e rilasciare interviste, sfuggendo ad ogni possibilità d’incontro. Già prima dell’occupazione il Rettore ha indetto una conferenza per la Pace: un evento aperto agli studenti, ma in cui lui avrebbe avuto gli interventi di apertura e sintesi conclusiva. Organizzazione degna di un sovrano illuminato, fa notare qualcuno, che apre a spunti ma non certo al dialogo.  

di Gennaro Alvino, Valeria Marchese e Roberto Giuliano

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