Le supplici dal 463 a.C ad oggi

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In questo periodo, tra “quarantena” ed #iorestoacasa, nella disperata esigenza di trovare qualcosa con cui occupare il mio tempo, mi sono decisa a voler vedere le spettacolari, a mio parere, tragedie greche che ogni anno vengono portate in scena a Siracusa ad inizio estate.

La prima che mi è saltata agli occhi è stata Le supplici, tragedia scritta da Eschilo nel 463 a.C. Una delle più antiche del suddetto autore: che noia penseranno molti. A dire il vero anche io all’inizio ero molto scettica, ma sapete: all’amore non si comanda!

“Le supplici” faceva parte di una trilogia legata (le cui altre opere sono andate perse) comprendente Gli Egizi e le Danaidi, più il dramma satiresco Amimone.

Andiamo all’antefatto: Danao ed Egitto, fratelli, avevano fondato una diarchia, regnando insieme. Danao aveva cinquanta figlie (le Danaidi, appunto); Egitto aveva imposto la legge che costoro sposassero i cugini Egizi, anch’essi in numero di cinquanta. La predizione dell’oracolo era che un nipote avrebbe ucciso Danao; allora questi vieta il matrimonio e le Danaidi, rifiutato il matrimonio, fuggono presso Argo, in Grecia, per chiedere asilo al re Pelasgo.

La tragedia si apre con l’arrivo delle Danaidi, che si raccolgono nel sacro recinto, luogo inviolabile di asilo. Pelasgo è indeciso, ma, come sappiamo, per i Greci sacra era l’ospitalità. Quindi egli consulta il popolo e le Supplici vengono accolte. Mentre le fanciulle intonano un canto di riconoscenza, il messo informa dello sbarco degli Egizi, arrivati per rapire le Danaidi. Pelasgo si oppone e la guerra divampa. La versione che ho visto, portata in scena nel2016, è stata adattata alle diverse esigenze del pubblico.

È stata sceneggiata completamente in siciliano, con alcune parti in greco, ma ciò che più ha destato la mia attenzione sono stati i costumi delle supplici: completamente abbigliate come donne appartenenti ad una tribù africana. Fatto ancora più degno di nota se si prende in considerazione uno dei tantissimi temi al di sotto della tragedia, ma quello più importante di tutti: l’ospitalità.

Un’attualità unica se si uniscono questi fattori: dialetto siciliano, emigrati africani, ospitalità sacra.

Non sembra una cosa che abbiamo sentito da tempo ai telegiornali e quindi fortemente di attualità?

Le Danaidi sono straniere e il problema è se dare loro asilo, il che ci richiama all’arrivo dei profughi nella nostra Italia, e al dibattito in merito molto acceso. Pelasgo le avrebbe respinte: il Greco nota i loro “pepli e veli barbari”, la pelle scura, l’aspetto da Indiane nomadi o da Etiopi. L’interrogatorio è serratissimo, alla fine del quale le accoglie, perché scopre un antico legame di sangue e di conseguente ospitalità. Anche oggi il migrante viene più benevolmente accolto, laddove si ravvisino elementi di comunanza.

Ma noi, rispetto ai Greci, che dell’ospitalità facevano una legge divina, appariamo molto più chiusi nel nostro egoismo.

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Altro tema forte: la condizione delle donne.

Donne, in questa tragedia, che si vogliono liberare dalla loro condizione materialistica e diventare più che oggetti, costrette ad un matrimonio forzato. Ovviamente tutto ciò nei limiti che la cultura greca permetteva loro.

Supplici sì, ma allo stesso tempo determinate, femministe ante-litteram, rifiutano la convenzione non solo del matrimonio, ma dell’Eros, e le richiama alla legge di Natura Afrodite, che innalza un bel canto alla forza che muove il mondo. Ma loro sono donne, che da supplici si trasformano in proterve e che replicano in chiusura:” Zeus alle donne assegni la vittoria”. Vittoria? E contro chi? Contro la legge di Afrodite che impone alle donne di giacere in amore. Ancora oggi però, popoli, culture costringono le donne ad essere oggetti nella società, pertanto la visione di questa tragedia, o chi preferisce, la lettura, può offrire un’apertura mentale non da poco.

I greci ci avevano visto lungo e i classici non sbagliano mai: ecco perché si dice, giustamente, che la tragedia greca è l’opera più attuale che ci sia.

 

di Flavia Trombetta

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