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«In occasione dello scavo di Villa
Polibio a Pompei ed in alcune città vesuviane, distrutte dall’eruzione del Vesuvio del 79 D.C., sono stati rinvenuti alcuni frammenti di stoffa carbonizzata dei quali ne ho studiato i reperti»

Docente di chimica delle fibre tessili e materie tintorie, è il professor Giuseppe Scala a rivelare, da chimicoanalista di reperti archeologici, le sue scoperte che sono la sintesi delle sue ricerche scientifiche attinenti il suo settore.
Attualmente in pensione, il docente collabora con ilReal Orto Botanico di Napoli e nel museo di Paleobotanica ed Etnobotanica espone dei ritrovamenti provenienti dai suoi viaggi al seguito di missioni archeologiche, in collaborazione con il CNR svolte in Italia ed all’estero.
La sua personalità si colloca in ambitoscientifico-accademico come un valido punto di riferimento per studiosi e ricercatori, ai quali trasferisceil suo sapere acquisito in circa cinquanta lunghi anni di carriera, di studi dedicati alla ricerca scientifica.
Ha insegnato chimica delle fibre tessili e materie tintorie specialmente in Egitto, India e Turchia. Particolari e dettagli inerenti i suoi studi a rivelarli è proprio il professor Giuseppe Scala nella seguente intervista.
Le sue appurate scoperte da chimico analista di reperti archeologici che cosa hanno evidenziato?
«Nel mio ruolo di esperto di tessili e materie tintorie in occasione dello scavo di Villa Polibio a Pompei ed inalcune città vesuviane, distrutte dall’eruzione del Vesuvio del 79 D.C., sono stati rinvenuti alcuni frammenti di stoffa carbonizzata dei quali ne ho studiato i reperti di Pompei e di altri trovati a Scafati e Boscoreale.
Ho identificato molte fibre comuni quali: lana, cotone e lino, canapa, ginestra ed ortica, ma anche alcune molto significative e rare come la lana d’angora, calotropis, ibisco e soprattutto la seta dei tortrici che, sono deilepidotteri volanti i cui bruchi si avvolgono nelle foglie con fili di seta da loro emessi. La seta dei tortrici viene prodotta dalle farfalle SaturniaPyried Otus nelle isole greche (Coo, la vicina Rodi,ma anche Cipro)».
Qualche dettaglio circa le tipologie di seta da lei osservate?
«Ho studiato i reperti tessili presenti nelle chiese di Napoli di Santa Marta, San Domenico Maggiore e Santi Filippo e Giacomo, quest’ultima nota per aver ospitato la corporazione della nobile arte della seta conproduzione di ricami, merletti e pizzi».
Attraverso quali studi ha constatato le sue ricerche?
«Ho trovato fibre tessili di seta del baco coltivata, ma anche seta selvatica raccolta sui gelsi che abbondavanoa Napoli e dintorni. Ad esempio:il tessuto di una berretta tricorno era fatta con lana di peli di vaio, ossia lo scoiattolo rosso europeo, poi un conopeo colore rosso, fibre di seta vegetale ottenuta da asclepia, ramiè ed apocino;inoltre un ricamo era confezionato con seta marina (il bisso). Vi erano poi anche alcune fibre comuni tinte in rosso altre in blu ed altre in giallo».
Tra i suoi reperti di ritrovamenti quali tinture è riuscito ad identificare?
«Ho identificato tre varie tinture: la robbia, il guado e la ginestra ed altre ancora in altri reperti vari».
Qualche dettaglio dei tessuti che lei ha ritrovato nel corso delle sue ricerche?
«Ho trovato la seta del Mediterraneo ed anche fibre comuni come canapa, lino, cotone, seta del baco e seta vegetale tra il vestiario di San Bernardo degli Uberti ed i paramenti sacri. La mitria (paramentosacro) era confezionata al telaio armato come raso.
La tessitura della casula mostra due facce tenute insieme da punti di legatura, il velo del calice era confezionato con il modano».
Con chi lei ha collaborato insegnando all’estero?
«Presso l’Istituto Italiano per l’archeologia ed il restauro situato nel quartiere di Elmeia Ghedida ho insegnato in Egitto con la direzione dei professori Giuseppe Fanfoni e Luisa Bongrami. Mentre in India presso il Politecnico Agrario dello Stato Federato dell’Uttar Pradesh».
Le sue ricerche in Egitto cosa hanno evidenziato?
«Le mie ricerche tessili hanno riguardato fondamentalmente i reperti ritrovati in alcune chiese copte (cristianiin Egitto) costituiti da centrini confezionati ai ferri e ricami. Le fibre esaminate sono risultate essere di verocotone egiziano, seta egiziana del baco, ma, anche un centrino fatto di seta gialla del Senegal».
Qualche dettaglio in particolare dalle sue ricerche?
«Una missione in Sudan dell’Università La Sapienza mi ha dato modo di scoprire la sepoltura di epoca meroitica (circa dal 500A.C). Dei tessuti confezionati con lana di capra, lana di ammotrago (una specie dicapra dal pelo lungo) ho ritrovato sui corpi. Immergendo alcuni reperti ritrovati in Egitto ed in Nubia, l’attuale Sudan, in una soluzione di metilcellulosa(un grammo per litro d’acqua) ed asciugati all’ombra, sono stati consolidati».
Le sue ricerche in Africa cosa le hanno dato la possibilità diesaminare?
«Con le mie ricerche in Africa ho esaminatola seta del Madagascar, chiamata localmente boracera,ed anche la seta del ragno Nephila, ottenuta pigiando con una leggera pressione sul dorso dei singoli ragni, così indotti ad emettere la seta che altrimenti avrebbe formato la ragnatela che a sua volta veniva poi raccolta su rudimentali arcolai.
La seta del Senegal di colore giallo oro viene prodotta dalle farfalle Attacus Faiderbi, ma altre sete sono ricavate in centro Africa dal Bombix Spini , Bombix Aractide e Venata. Dalla Eperia Diadema si ottengono sette filamenti diversi».
Le sue ricerche in Italia?
«Anche in Italia a Firenze si otteneva la seta detta setale, cioè esercitando una leggera pressione sui bruchi, i quali pressati erano indotti ad emettere la seta con un diametro maggiore di quella ottenuta dai bozzoli».
Una sintesi delle sue scoperte appurate in altri Stati quali rivelazioni le consente di affermare?
«Qualche mia osservazione svelo di seguito circa le mie ricerche svolte in vari Stati nei quali ho evidenziatodei dettagli che sostengo. In Giappone è nota la seta che viene prodotta dalle Antarea Yamamay dal colore ambrato ed elastica, inoltre si produce poi una seta di colore nero fumo dalla Culigula Giapponica. Mentre in Korea viene adoperata la seta Sakusan, in Birmania ancora poi è nota la seta Burma dalla Cricula Trifenestrata.
In Malesia ed in Indonesia viene prodotta e diffusa una seta secreta da una pavonia (farfalla dalle grandi ali)mentre in Cina è presente la Teofila Mandarina. Altra varietà di seta è quella Shantung prodotta da varie Antaree selvatiche. Sono molte le varietà di farfalle che in India ed in Cina producono seta.
La Teophila Mandarina si ritiene che sia stato il primo insetto a produrre seta circa 4000 anni fa. Inoltre vi è poi la seta che viene prodotta dai bozzoli di varie Antaree Selvatiche, raccolti a mano e mescolati, dipanati e tessuti sutelai a mano dai quali si produce la seta Sciantung.
La produzione della seta è molto diffusa sia in Cina che in India. In particolare in Cina si produce una seta rossa detta Rodonthia Menciana, mentre l’Antarea Milittadallaquale si ottiene la vera Tussah e l’Attacus Ricini che produce seta Eria, l’Antarea Assama che produce Seta Muga, Attacus Atlas che produce seta Atlas, Attacus Cinthia che produce la seta Ailanta ed ancora Attacus Selene sono ampiamente adoperate sia in India che in Cina.
Alcune Antaree mangiano foglie di quercia dell’Himalaya la cui seta prodotta viene impiegata nella produzione degli scialli paschimina. Ancora vi è la seta gialla dell’Antarea Frithii, la Philosamia Druri la cui seta viene messa in commercio con nome di seta orientale.
I cascami truise , strazze, chiappe di seta sono messi in commercio con nome di Newchang. Iresidui delle filande (posti dove si produce seta) vengono sciolti in opportuni solventi e rigenerati con nome di seta Kosei. Fili setacei di finta seta sono prodotti e messi in commercio da proteine di scarto con nomi di fantasia».

di Manuela De Rosa

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N°221 – SETTEMBRE 2021

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