Le possibili conseguenze di un nuovo patto fra Cina e Europa

Il 30 dicembre scorso Cina e Unione Europea hanno annunciato la fine dei sette anni di negoziati che culmineranno nel CAI (Comprehensive Agreement Investment), che va a sostituire gli accordi (ventisei) bilaterali già in vigore.
La protagonista di questo accordo è senza dubbio la Germania, d’altronde in campo ci sono la cancelliera Merkel e la presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen.

Il CAI si pone l’obiettivo di risolvere tre grandi problematiche che hanno tradizionalmente caratterizzato l’ingresso della Cina sui mercati globali, ciò avverrà permettendo reciprocità di accesso al mercato, parità di condizioni per tutti gli operatori e regole condivise sul clima, la salute e il lavoro. Resta però perplessità riguardo il fatto che l’accordo possa essere in grado di fare davvero la differenza, a causa dei toni ancora molto vaghi e dispersivi con cui sono stati trattati i temi più importanti che vanno a influire su questioni ben diverse da quella economica. Basti pensare al clima e al rapporto complesso che ha sempre avuto il governo cinese con la riconversione delle industrie.

Tra le altre informazioni ricavate dall’accordo, è interessante notare che il tutto sia stato siglato poche ore prima della scadenza dei sei mesi della presidenza tedesca. La cancelliera in più in autunno terminerà il suo percorso istituzionale, quasi come se stesse a rappresentare un tentativo disperato di chiudere l’accordo prima che si perdano gli strumenti per farlo.

Il “controsenso storico”

Oltre alla perplessità proveniente dai Verdi, così come dall’ala socialdemocratica europea, ci ha pensato Raphael Glucksmann (deputato socialista francese nonché intellettuale) a ricordare la pratica di rieducazione e lavori forzati della Cina nei confronti degli Uiguri, minoranza etnica musulmana collocata nella provincia dello Xinjiang. Glucksmann parla di «controsenso storico», insistendo su quanto sia sbagliato ora firmare accordi con la Cina. «Che messaggio politico lancia questo accordo? Un messaggio opposto rispetto a quanto detto negli ultimi mesi sulla sovranità industriale europea e sull’esigenza di una nostra indipendenza strategica. Un messaggio opposto alla questione dei diritti umani che ci raccontiamo essere uno dei valori fondamentali dell’identità europea: invece facciamo affari con chi allestisce campi di lavoro forzato e incarcera attivisti politici come ad Hong Kong».

Tra l’altro la Cina è la stessa nazione che ha rotto l’accordo del giugno 1997 con la Gran Bretagna, in cui si diceva che per 50 anni il Paese non avrebbe dovuto intaccare il sistema capitalista di Hong Kong, nonostante fosse dichiarata la sovranità cinese. Accordo mandato in frantumi a causa dei numerosi arresti degli attivisti e soppressione di tutti i movimento politici.

L’incertezza sull’accordo tra le parti

È noto inoltre che la Cina da tempo sta lavorando per ottenere una propria indipendenza tecnologica e energetica, quanto gioverebbe dunque questo accordo?
La riflessione porta a credere che l’Unione Europea voglia assumere un atteggiamento neutrale fra blocco statunitense e blocco comunista cinese. Nonostante ciò si troverebbero però delle porte aperte dagli States, essendo Biden dichiaratamente aperto a relazioni intense con l’Europa.

Nel frattempo non si dà per scontato che l’accordo venga firmato così come inteso dalle due parti. Manca ancora l’approvazione di un parlamento i cui gruppi di sinistra e di destra hanno già espresso ostilità a riguardo. In ultimo luogo la parola passerà alle votazioni di ratifica programmate entro fine anno, dunque non prima della tornata elettorale tedesca. E, se a Berlino ci sarà una coalizione con i Verdi a tutela dei diritti umani e della sostenibilità ambientale, sarà difficile ipotizzare un’apertura al mondo cinese che con i diritti umani e la sostenibilità non ha nulla a che fare.

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