Le patologie NON Covid nella pandemia da Covid-19

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Dall’inizio dell’anno l’attenzione sanitaria è stata indirizzata quasi esclusivamente a fronteggiare l’infezione da Sars-Cov-2. Intanto, però, le patologie che esistevano prima della pandemia, sono esistite anche in questo difficile 2020. Ma che fine hanno fatto questi malati? E, soprattutto, le figure sanitarie di riferimento hanno avuto la possibilità di seguirli? 

Dal paziente oncologico al paziente cardiologico, neurologico o internistico, tutti hanno avuto difficoltà nell’effettuare visite di controllo, nell’intraprendere delle cure o, addirittura, nel ricevere diagnosi. Gli ospedali sono stati invasi dai pazienti affetti da Covid-19, con rallentamento e, in alcuni casi, sospensione delle attività non ritenute urgenti in quel momento. Le attività ambulatoriali, ad esempio, già sospese durante il primo lockdown, negli ospedali hanno subìto un arresto anche in seguito al DPCM del 3 Novembre, e così anche gli interventi chirurgici di elezione (cioè, quelli programmati), lasciando spazio solo alle emergenze. 
All’inizio della pandemia, la sospensione di tutte le attività NON Covid era giustificata dal fatto che il Sistema Sanitario si era ritrovato a combattere contro un nemico sconosciuto, dovendo obbligatoriamente mettere in campo tutte le armi possibili, utilizzando tutte le risorse umane disponibili e limitando il più possibile l’accesso di altri pazienti che avrebbero potuto infettarsi recandosi nelle strutture ospedaliere o nelle cliniche per problemi che, in quel momento, erano procrastinabili (rispetto al dilagare del virus). Oggi ci ritroviamo nella stessa situazione, pur conoscendo molto meglio il virus e come affrontarlo, ma sono emerse tutte le carenze che ci portiamo dietro da anni: personale medico e paramedico numericamente scarso, posti letti ridotti all’osso a causa di strutture e reparti precedentemente chiusi a causa dei numerosi tagli alla Sanità. Per ottemperare a tale mancanza, il personale e i reparti che potevano essere utilizzati per l’assistenza e il trattamento dei pazienti Covid-positivi, sono stati sottratti alle normali attività cliniche, isolando letteralmente gli altri malati. Addirittura, anche diverse strutture private convenzionate, aderendo all’iniziativa di convertire i propri reparti in reparti COVID, non hanno più potuto accogliere gli abituali pazienti. 
Il risultato di tutto questo è stato un disorientamento generale di tutte le persone bisognose di cure, nella confusione dettata da quello che si poteva fare e quello che non si poteva fare. Pazienti allettati che non hanno più ricevuto visite a domicilio, pazienti affetti da patologie cronico-degenerative che hanno dovuto rinunciare ai loro percorsi riabilitativi, visite di controllo ed esami diagnostici rimandati, nuove diagnosi non effettuate o effettuate in ritardo. Con riferimento alle malattie oncologiche, in Italia, solo nei primi 5 mesi del 2020, sono stati eseguiti un milione e quattrocentomila esami di screening in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Ciò ha portato ad una riduzione delle diagnosi di neoplasie, che non sono affatto scomparse, ma che saranno semplicemente individuate in una fase più avanzata della malattia (con minori probabilità di guarigione). 

Di Covid-19 si può morire e molti sono stati i morti fino ad ora, ma non bisogna dimenticare che nei decessi di questo difficile 2020 ci sono anche tutti quei malati che non si sono potuti curare e quelli che non l’hanno fatto per aver scoperto troppo tardi di esserlo.

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di Patrizia Maiorano

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