Napoli, schiacciata tra la montagna e il mare, si è sviluppata in maniera stratificata, con strade strette e tortuose che spesso non conoscono luce. A fare ombra, però, non sono solo i grandi palazzi, ma i cittadini stessi e prima ancora le istituzioni. «Napoli non è questa» – così il Sindaco De Magistris commenta il film vincitore del Festival di Berlino “La paranza dei bambini” di Claudio Giovannesi e Roberto Saviano, più volte accusato di diffamazione.
Ma è davvero diffamazione o semplicemente la fotografia di una realtà che i più fanno fatica ad accettare?
Dall’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa Antimafia, emergono profondi cambiamenti nel tessuto camorristico partenopeo.
89 clan, per un numero complessivo di circa 4.500 affiliati. Mentre nelle province, le organizzazioni locali mantengono legittimità e consenso, nel centro di Napoli, la scomparsa dei capi carismatici, alcuni detenuti e altri costretti alla latitanza, ha dato il via libera a nuove aggregazioni di giovanissimi, molto spesso minorenni, che attraverso frequenti aggressioni, attentati e “stese” tentano di assumere il controllo del territorio, in particolare delle piazze di spaccio e del racket estorsivo. Ma di “Paranza dei bambini” si iniziò a parlare già nel 2015, quando con l’inchiesta coordinata dai pm Henry John Woodcock e Francesco De Falco, finirono in carcere circa 60 giovani affiliati.
In fermento sono soprattutto Forcella, Quartieri Spagnoli, Sanità, Piazza Mercato e Vasto, zone centrali che vivono ancora in condizioni periferiche e di carenza di diritti. Si tratta di veri e propri microcosmi a sé stanti, separati dal resto del tessuto urbano ed esclusi dagli itinerari turistici. Qui, l’altissima densità abitativa, la povertà, la dispersione scolastica che raggiunge tra i livelli più alti in Europa, l’assenza di spazi sicuri per il gioco, lo sport e l’incontro, rendono facile la caduta nella trappola criminale.
Eppure, tutto questo non è abbastanza per spiegare una problematica così complessa. Dalle indagini emerge infatti che i paranzini non sempre alle loro spalle hanno famiglie di criminali, non sono poveri ma piccoli borghesi che disprezzano la fatica dei genitori e vogliono di più.
Sono consapevoli che i loro talenti non verranno valorizzati né il loro impegno premiato. Sanno che il lavoro non c’è, che dovranno cercarlo fuori e accettare di essere pagati una miseria o di essere sorpassati dal primo raccomandato di turno. Sanno che a vincere sarà sempre il più forte, il più furbo, il più ricco.
Sono i figli della feroce logica consumistica del “tutto e subito” che accomuna i ragazzi dei quartieri di Napoli a tanti altri ragazzi delle periferie italiane ed europee che, in mancanza di alternative, trovano una via di fuga nelle babygang allo stesso modo che nell’Isis, dove hanno l’opportunità di realizzarsi e di fare carriera (secondo i ricercatori, per i Foreign Fighters, l’Islam è solo un mantello da indossare per coprire profondi vuoti sociali e personali).
Lo dimostra la natura esibizionistica dei colpi: da un lato le “stese” dove si spara su tutto e su tutti e dove il rumore dei proiettili si accavalla al rombo dei motorini; dall’altro le enormi messe in scena dei terroristi.
In entrambi i casi, l’obiettivo è quello di attirare l’attenzione, enfatizzata dalla condivisione di foto e video sui social.
Esserci, imporsi, è la costante. E la morte ne è il prezzo, nella maggior parte dei casi. Ma “meglio morire da eroi che vivere da vigliacchi”.
E lo dimostra anche la figura di Emanuele Sibillo, il giovanissimo boss di Forcella: faccia pulita e una dote nello scrivere e nel parlare, che però decise di mettere al servizio di un grande progetto criminale. Viene ucciso a soli 19 anni e diventa un “mito” per molti ragazzi del quartiere. Il suo nome viene celebrato sui muri del centro antico e su quelli del web. Proprio come i martiri dell’Isis.
Ovviamente nei quartieri più difficili, abbandonati dalle istituzioni e con una criminalità già radicata, la strada è spianata. Le armi si trovano con facilità, le piazze di spaccio sono già avviate e i negozianti già abituati a pagare il pizzo.
In contesti come questi, non bastano la repressione, gli arresti, le visite di cortesia dei ministri e neppure i mitra dei militari in bella vista per tutta la città. Soprattutto se i protagonisti sono degli adolescenti, prima che dei criminali. C’è bisogno innanzitutto di una reale presa di coscienza da parte dei cittadini: è ora di smetterla di fare “i galli sulla monnezza”, celebrando le bellezze della città e nascondendo i suoi aspetti più bui. C’è bisogno di portare luce, di raccontare le ferite e di aprire quei quartieri. La sicurezza non la fanno altre armi, ma alternative alla violenza. Serve speranza, servono più opportunità.

di Giorgia Scognamiglio
TRATTO DA Magazine Informare N°191
Marzo2019