L’immunoterapia è una strategia terapeutica che, tramite la stimolazione del sistema immunitario dell’organismo, mira a combattere il cancro.

Questa tecnica ha consentito alla medicina di raggiungere risultati promettenti nella cura di molti tipi di tumori al punto che l’immunoterapia è stata affiancata alla chirurgia, alla chemioterapia ed alla radioterapia.

Nell’ambito dell’immunoterapia, un approccio recentemente sviluppato è la cosiddetta terapia Car-T (chimeric antigen receptor T).

Prevede il prelievo dei linfociti T dal paziente, la loro riprogrammazione in laboratorio mediante tecniche di “gene editing”, l’utilizzo di vettori virali e la loro successiva re-iniezione nell’organismo.

Più specificatamente, nelle cellule T viene inserito un gene che codifica per un recettore transmembrana chiamato Car, il quale riconosce con la sua porzione extracellulare specifici antigeni presenti sulle cellule tumorali, rendendo i linfociti più aggressivi contro il tumore.

La terapia Car-T ha dato ottimi risultati nella cura delle leucemie linfoblastiche acute.

Uno studio molto recente effettuato su 75 pazienti tra bambini e giovani adulti affetti da leucemia linfoblastica acuta e sottoposti a terapia Car-T, ha dimostrato che, a tre mesi dall’infusione dei linfociti T modificati, l’81% dei pazienti era in remissione; dopo sei mesi l’80% e dopo 12 mesi il 59%.

Tuttavia, come ogni terapia, anche la Car-T presenta non pochi svantaggi

Primo fra tutti la cosiddetta sindrome da rilascio di citochine (CRS), caratterizzata da un’eccessiva risposta immunitaria che, però al tempo stesso prova la presenza di cellule T attivate nel corpo del paziente.

A tal proposito, degno di nota è il recente studio del dottor Bondanza e del suo team dell’ospedale milanese San Raffaele, secondo cui monociti circolanti, più che i recettori Car, sarebbero i veri responsabili del rilascio dei precursori della sindrome CRS, l’IL-1 e l’IL-6.

Altro problema legato alla terapia Car-T, è dovuto al fatto che alcuni bersagli riconosciuti dai recettori Car sono presenti anche in cellule non tumorali, provocando così un effetto on-target-off tumor, tipico di questo approccio terapeutico.

Inoltre, il trattamento con la terapia Car-T richiede dei tempi molto lunghi che non sempre sono compatibili con l’urgenza del paziente ad essere curato.

La terapia in questione presenta anche un ulteriore limite

L’infusione dei linfociti T modificati può avvenire solo nei pazienti dai quali siano stati prelevati e non tutti sono in grado di fornire le cellule, specialmente se immunodepressi, come spesso capita nel caso di pazienti oncologici.

Infine, in alcuni casi la terapia Car-T si è dimostrata molto tossica.

Per tutti questi motivi, si è aperto un dibattito riguardo alla possibilità di sostituire la terapia Car-T con la terapia Car-NK (natural killer) che, secondo molti darebbe risultati migliori nel trattamento del cancro.

In uno studio pubblicato recentemente su Cell Stem Cell, alcuni ricercatori dell’Università della California San Diego School of Medicine, guidati dal dottor Dan Kaufman, hanno dimostrato che le cellule NK derivate da cellule staminali pluripotenti (iPSC), modificate in laboratorio sono più aggressive contro le cellule di cancro ovarico rispetto ai linfociti T.

Il dottor Dan Kaufman, ad oggi uno dei più grandi esperti della terapia Car-NK, sostiene che essa apra la prospettiva dei trattamenti standardizzati, superando il problema della specificità del paziente.

Infatti, con uno stesso lotto di cellule natural killer derivanti dalle iPSC modificate possono essere trattati migliaia di pazienti.

Ancora, i ricercatori del gruppo di Kaufman hanno dimostrato come l’utilizzo delle cellule NK rispetto ai linfociti T risulti meno tossico per l’organismo ed hanno presentato risultati che fanno ben sperare anche per quanto riguarda il trattamento di alcuni tumori solidi.

L’università della California non è l’unica sede di sperimentazione della terapia Car-NK. Anche al MD Anderson Cancer Center di Houston in Texas è molto attiva la ricerca nel campo dell’immunoterapia oncologica.

Qui, però, le cellule NK vengono prelevate dal sangue dei cordoni ombelicali. Tuttavia, l’approccio adottato dagli scienziati texani non è pienamente condiviso dal dottor Kaufman, ma non meno innovativo.

Kaufman spiega, infatti, che la differenza principale tra i due metodi consiste nella circostanza che le cellule staminali pluripotenti rappresentino una fonte molto più proficua dei cordoni ombelicali, dai quali è possibile ricavare pochissime cellule NK per singola unità.

Per di più, secondo Kaufman, gli scienziati texani userebbero dei recettori Car destinati ai linfociti T e non alle cellule NK.

Nel suo progetto, invece, i costrutti Car sono già stati ottimizzati per le cellule natural killer.
Nonostante i differenti punti di vista e i risultati nel complesso molto positivi nell’ambito della terapia Car, tutti i maggiori esperti dell’immunoterapia a livello mondiale sono concordi nell’affermare che siamo solo all’inizio della storia.

Piuttosto che spingere il piede sull’acceleratore, sia meglio comprendere come ridurre al minimo gli effetti indesiderati, e perché no, i costi della terapia, che sono attualmente ancora molto elevati e ai più inaccessibili.

di Antonio Giordano

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°192 – APRILE 2019

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