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Le nostre Università cadono a pezzi, ma noi preferiamo armarci

Gianrenzo Orbassano 21/10/2022
Updated 2022/10/21 at 10:43 AM
7 Minuti per la lettura

Erano le 21.50 di un martedì a Cagliari. Soltanto due ore prima, all’Università di Cagliari, si era conclusa una lezione all’interno della palazzina a due piani che ospitava i corsi di Lingua e Comunicazione, nel Polo umanistico di Sa Duchessa. Gli studenti si erano già ritirati dal plesso da più di un’ora: chi ha rincasato, chi ha raggiunto le proprie compagnie in città.

Nessuno rimase all’interno della palazzina quando avvenne l’accaduto. Con il senno di poi, avremmo detto: “per fortuna“. Già, perché se il destino avesse remato contro, oggi si sarebbe parlato di una tragedia. Erano le 21.50 di un martedì a Cagliari, all’Università di Cagliari, quando quella palazzina crollò. L’edificio ospitava l’ex Aula Magna e altre aule della Facoltà, luoghi dove tutti i giorni la vita universitaria si sente nell’aria. Luoghi frequentati da molti studenti. Di quell’edificio collassato, adesso resta solo un moncone della facciata e un muro laterale. Il resto sono macerie.

Tragedia sfiorata a Cagliari: le Università sono luoghi sicuri?

Macerie. Le nostre Università spesso sono accostate a questa parola. Già da qualche giorno, proprio in quell’Università a Cagliari, alcune fotografie scattate dagli stessi studenti mentre seguivano la lezione con l’aiuto delle slide trasmesse dal proiettore sul muro, rivelavano spaccature e crepe nel pavimento e nei muri dell’ex Aula Magna. Foto scattate per altri motivi dagli studenti, che ora le postano sui social e denunciano quelli che ritengono fossero gli indizi di un possibile cedimento.

A guardarle oggi, quelle foto, si hanno i brividi: un crollo che poteva essere una strage. Solo l’orario – e mettiamoci anche una massiccia dose di buona sorte – ha evitato che sotto le macerie potessero esserci morti e feriti, specie se giovani studenti. Le Università – diremo adesso una banalità – dovrebbero essere dei luoghi sicuri così come le strutture scolastiche in generale, uffici, case. Invece, paradossalmente, non è sempre così.

In Italia non si investe abbastanza per l’educazione

Secondo un articolo del sito The Vision, I dati di Eurostat parlano chiaro. L’Italia è il Paese europeo che, in percentuale rispetto alla propria spesa pubblica, investe meno in “educazione”, una categoria che comprende la scuola dell’obbligo, l’università, servizi sussidiari all’educazione e altri tipi di formazione. L’Italia destina l’8,0% della propria spesa pubblica in questo campo, posizionandosi all’ultimo posto della classifica dopo la Grecia (8,3%). La media Europea è del 10,0%. Paesi come la Svizzera e l’Islanda doppiano le nostre cifre, assestandosi intorno al 16%. Altri grandi Paesi europei comparabili con l’Italia hanno tutti percentuali nettamente più alte: 9,6% la Germania, 9,5% la Spagna e la Francia.

Come ci suggerisce The Vision, lo scarso investimento verso l’istruzione in Italia, genera una miriade di problemi concatenati tra loro: abbandono scolastico precoce, basso numero di laureati. E ancora, stipendi degli insegnanti ridotti, tassazione più alta d’Europa, sistema di borse di studio o alloggi per studenti trasformato in un sistema elitario dove molto spesso a laurearsi è chi esce da un liceo o ha genitori a loro volta già laureati o comunque benestanti. Di questo, ne avevamo già parlato in questo articolo del nostro Nicola Iannotta.

I fondi del PNRR ribalteranno questa situazione?

Una situazione che si pone in netto contrasto con la Dichiarazione Universale dei diritti umani delle Nazioni Unite, che all’articolo 26 dichiara così recita: “l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito”. A questi, si aggiungono come se non bastasse, altri problemi: l’incapacità di preparare adeguatamente per il mondo del lavoro, la fuga di cervelli, edifici fatiscenti. Appunto. Ai fondi del PNRR, è affidata la non facile impresa di invertire il trend della spesa pubblica per l’educazione, che vede l’Italia – come abbiamo constatato – tra i fanalini di coda nel Vecchio Continente.

Eppure, facendo una curiosa comparazione con altre spese che l’Italia ha affrontato in passato e che – soprattutto in fase pandemia – continua ad affrontare puntualmente, questa storia assume i contorni di una vera e propria beffa. Facendo i maligni, prendiamo in considerazione questi fatti: tra le tante conseguenze catastrofiche della guerra scatenata dalla Russia di Vladimir Putin contro l’Ucraina, si aggiunge anche un aumento drastico delle spese militari in tutti i paesi occidentali. Naturalmente, tra questi paesi ci siamo anche noi.

I soldi per le armi, invece, non sono mai troppi…

Con la guerra in Ucraina, quindi, aumenta la spesa pubblica. Il documento programmatico triennale prevede l’aumento della spesa militare di 1 miliardo e 200 milioni. È questo ciò che emerge dalle 256 pagine del Documento Programmatico Pluriennale (Dpp) della Difesa. Il documento triennale firmato dall’ormai ex Ministro Lorenzo Guerini, prevede infatti che la spesa per le Forze Armate raggiunga i 18 miliardi nel 2022, contro i 16,8 miliardi dell’anno precedente. La guerra in Ucraina, che perdura dal 24 febbraio, ha messo in allarme le Nazioni europee e ha spinto alcuni Paesi, tra cui Italia e Germania a investire più risorse nella Difesa.

Questi dati, aprono un grande tema che purtroppo la nostra classe politica – nonostante le passate elezioni – non ha saputo affrontare. Così come non abbiamo saputo affrontare opportunamente la questione sull’invio di armi in Ucraina. Risulta urgente un intervento da chi si sta assumendo la responsabilità di governare l’Italia, di elaborare politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. Un reale processo di disarmo internazionale, potrebbe donare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture e la cura del nostro territorio: temi che scaldano i cuori dei nostri rappresentanti nelle istituzioni soltanto – e neanche più di tanto – in occasione delle sentitissime (invece) campagne elettorali.

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