Le infiltrazioni mafiose nei comuni

Le organizzazioni mafiose non hanno mai mostrato alcune riverenze nei confronti delle “cosa comune” che, anzi, da interesse generale è divenuta “cosa nostra”.

La ragione si trova nel ruolo centrale che occupano i Comuni, come dimostrato dall’art.5 e dall’art. 114, a seguito della riforma del titolo V della Costituzione: le mafie ne vogliono ottenere il controllo perché i Comuni detengono il monopolio degli obiettivi futuri di un territorio.
A tal proposito ritorna spesso la parola commissariamento. Ma cos’è questo istituto? Quando e come si configura la sua necessità?
Il commissariamento è regolato dal decreto legislativo 267 del 2000, in cui all’art. 141 si fa riferimento allo “scioglimento e sospensione dei consigli comunali e provinciali”.
I consigli comunali e provinciali vengono sciolti con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell’Interno quando: non è possibile garantire il corretto funzionamento degli organi di rappresentatività; quando ci sono azioni che vanno contro la legge o la Costituzione; quando si verifica una mancata approvazione del bilancio entro i termini di scadenza.
A tali categorie, bisogna aggiungerne un’altra, descritta dall’articolo 143. Il consiglio comunale è soggetto di scioglimento quando “emergono elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o su forme di condizionamento degli amministratori stessi, che compromettono la libera determinazione degli organi elettivi e il buon andamento delle amministrazioni comunali e provinciali […]”. È l’ipotesi in cui il virus della mafia ha dilagato. Subentra il Commissario il cui mandato varia in base alla motivazione del commissariamento, tendenzialmente l’incarico dura fino all’elezione del nuovo consiglio e del nuovo Sindaco o Presidente della Provincia, ma se le motivazioni sono di tipo mafioso, il periodo è compreso fra i 12 e i 18 mesi, prorogabili fino ad un massimo di 24 in casi eccezionali. Il compito del Commissario è quello di garantire un corretto ed imparziale andamento dell’amministrazione anche se, non sussiste nessuna variazione interna: i dirigenti e i consiglieri, reali protagonisti della macchina burocratica, non decadano. Insomma il germe potrebbe non essere debellato e potrebbe agire in maniera latente se pur indebolito.

Attualmente i decreti di scioglimento per infiltrazione mafiosa ammontano a circa 328, di cui 26 annullati dai giudici amministrativi, a cui si aggiungono ben 62 amministrazioni colpite più volte dal decreto. Nei primi 8 mesi del 2018, il numero di Comuni che sono stati commissariati per infiltrazioni della criminalità organizzata è notevolmente cresciuto, sino a raggiungere quasi il numero totale registrato nel 2017.
Appare evidente che alcuni Comuni hanno delle notevoli difficoltà a difendere i principi di democrazia e tutela del cittadino. Si faccia riferimento al Comune di San Luca in Calabria, posto sotto commissariamento nel 2013, che nelle amministrative del 2018 non ha visto presentarsi liste elettorali: la rappresentanza latita.
Tuttavia, non bisogna cadere nel tranello di credere che il fenomeno dello scioglimento mafioso, per quanto dilagante, sia unicamente circoscritto nel Sud della Nazione.
Indagini delle Procure ed atti processuali testimoniano come il virus sia ben radicato anche al Nord; ma la probabile ragione di un minor numero di provvedimenti è da riscontrare in una sorta di scudo di buona amministrazione che, grazie al miglior funzionamento dei servizi ed a una notevole abbondanza economica, riesce a nascondere la mafia silente.
Il paradosso di questo istituto è che è altamente discrezionale perché per arrivare allo scioglimento è sufficiente che emerga una possibile soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata. Per questo, potrebbe mutare da strumento di tutela a mezzo di offesa sia dei principi democratici, sia della onorabilità di alcuni Sindaci che potrebbero vedere minata la fiducia che l’elettorato ripone in loro.
Un discorso complesso che, nell’attualità, ci mostra quanto lavoro ci sia ancora da fare per un vero ripristino della legalità.

Come l’arresto di Gina Cetrone, ex consigliera regionale del Pdl nel Lazio, accusata di aver “usato gli uomini del clan Di Silvio come esattori per un suo credito”. Oppure l’arresto, nel napoletano, di 5 carabinieri accusati di aver assicurato libertà di movimento e impunità a esponenti del clan guidato dal boss Pasquale Puca. La stessa maxi-operazione contro la ‘ndrangheta condotta dal procuratore Nicola Gratteri, ha mostrato con quanta facilità le cosche riuscissero ad addentrarsi all’interno dei comuni, riuscendo ad essere determinanti nella gestione degli appalti e del bene pubblico.
Una situazione complessa che esige una risposta di estremo rigore e trasparenza da parte degli amministratori comunali e dei loro dirigenti, avendo questi un ruolo determinante per ogni territorio. Leggere queste notizie di cronaca e guardando attentamente i numeri sui comuni commissariati, ci si rende conto che la strada è ancora in salita, ma bisogna assolutamente trovare il coraggio di percorrerla e fare i conti con un male, purtroppo, tutto italiano.

 

di Salvatore Sardella

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°202 – FEBBRAIO 2020

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