La freschezza dei suoi anni. I suoi capelli rossi. La luce dei suoi occhi che illumina anche i miei quando parla del suo amato lavoro, che prima di essere tale è stata la passione che l’ha accompagnata fin da bambina. Lei è l’illustratrice Ma Pe.

Come e quando hai capito di voler diventare un’illustratrice?
«L’ho capito quattro anni fa, quando mi sono laureata all’Accademia delle Belle Arti di Napoli. La mia tesi era illustrativa, sull’anatomia umana e me ne sono innamorata. Da allora, ho capito cosa volessi essere: un’illustratrice».

Quali sono i tuoi maestri di riferimento?
«Leonardo Da Vinci, Raffaello, Michelangelo ed altri artisti dell’arte rinascimentale fino ad arrivare ai contemporanei, come Manuele Fior, uno dei fumettisti italiani più apprezzati e originali, che è uno dei miei preferiti in assoluto, e tanti altri che, come lui, hanno fatto dell’illustrazione e del fumetto un’arte».

Come hai capito quale fosse la tua tecnica?
«Provandone migliaia, probabilmente tutte le tecniche esistenti, olio, acrilico, acquerello e tantissime altre. Alla fine ho capito che quella che mi piaceva di più fosse l’illustrazione digitale, nonostante fosse la più complessa».

Puoi spiegare come realizzi un disegno in digitale?
«Partendo già dalla bozza del disegno tutto in digitale, che è esattamente come lavorare a mano, solo che non ho un foglio e non devo cancellare con la gomma».

Passato, presente e futuro. Da cosa sei partita, a cosa stai lavorando e dove vuoi arrivare, a cosa aspiri?
«Sono partita dalle basi, cercando di farmi conoscere, diffondendo i miei disegni. Come tutti, ho fatto la gavetta, collaborando con varie aziende tra cui una birra molto famosa, di cui ho illustrato il menù girando tutto il mondo. Ho curato varie grafiche vicine all’illustrazione: menù, allestimenti, murales. Adesso, è in uscita un libro per l’infanzia “Un Totem da Favola”, una collaborazione con una mia amica. Lei ha scritto le favole ed io le ho illustrate».

Confessaci cosa ami di questo mondo artistico ami e cosa, invece, odi.
«Amo tantissimo condividere del tempo con persone che pensano e vivono come me, ma soprattutto che mi capiscono, perché gli altri pensano che il nostro non sia un vero lavoro e che noi in realtà perdiamo tempo a fare disegnini. Invece, passo quasi tutto il tempo della mia vita a lavorare. È un lavoro tanto arduo quanto bellissimo. Odio chi s’improvvisa: chi ha successo con delle banalità e si sente in dovere di considerarsi illustratore o fumettista non avendo fatto nessuna gavetta e non avendo nemmeno le basi, artisticamente parlando. Sono meteore che arrivano, fanno il boom per massimo quattro anni e poi scompaiono perché non hanno più niente da comunicare. Ho sempre evitato i finti professionisti che volevano solo abbattermi e togliermi ogni speranza nei momenti di difficoltà. Consiglio di non credere a chi dice “con questi studi non lavorerai mai”, ma in qualsiasi ambito, non solo artistico. Bisogna credere nei propri sogni e fare di tutto per realizzarli».

C’è una tua illustrazione a cui sei particolarmente legata?
«In realtà è come se fossero tutte mie figlie ma una a cui sono molto legata, forse per l’arduo lavoro che c’è stato dietro e perché finirla è stata una sfida con me stessa è “La biblioteca”, una libreria enorme piena zeppa di libri tutti diversi gli uni dagli altri».

di Eleonora Pacifico

Tratto da Informare n° 183 Luglio 2018