E’ dall’inizio del 2020 che veniamo bombardati dalle notizie riguardanti quella che sembrava una problematica lontana, esclusivamente riguardante la Cina. Pian piano ha divorato anche la nostra attenzione e toccato indelebilmente le nostre vite.

Inevitabilmente, con l’avanzare del contagio anche in Europa – prima – e in Italia – dopo – siamo stati inglobati in una sfera comunicativa che quasi esclusivamente ci aggiornava sulla situazione riguardante il Covid-19. Delle guerre quasi non si sente più parlare.

Il mondo è stato segnato, cambiato, come cambiate sono state le routine quotidiane di ognuno di noi, indistintamente da rango sociale o nazionalità. Quella che poi è stata definita pandemia ha toccato quasi l’intero globo terrestre, rimodulando regole e abitudini.

Un’abitudine che esce illesa, però, da tutta questa storia è quella di fare le guerre.

Non se n’è parlato molto, non è stato l’argomento all’ordine del giorno, ma nel mondo si è continuato a bombardare e uccidere. Non che l’informazione si sia sempre contraddistinta per il racconto di tutti i conflitti mondiali. Di certo nemmeno le condizioni in cui versano milioni e milioni di persone per lotte economiche e di potere. E’ innegabile, però, che in questo 2020 la copertina è stata inevitabilmente sempre del nuovo coronavirus.

Secondo l’ACLED – Armed Conflict Location and Event Data Project, ONG specializzata nella raccolta disaggregata di dati e analisi e nella mappatura dei conflitti, dal 1° gennaio al 26 settembre 2020 si sono verificati nel mondo 71.379 eventi conflittuali che hanno causato 83.113 vittime.

Potremmo ipocritamente rilevare l’unico lato leggermente positivo e cioè la diminuzione in percentuale di questi dati. Gli eventi conflittuali sono l’11,3% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, mentre le vittime sono il 12,7% in meno.
“Ipocritamente” perché nulla può essere positivo rilevando che ancora nel mondo ci siano così tante vittime non per un’incontrollata malattia che attacca i nostri organismi, ma per volontà esclusivamente umana.

Nella più classica delle deresponsabilizzazioni potremmo dire che non siamo noi a dichiarare guerra, che non siamo noi a combatterle in prima persona. Ma come possiamo dimenticarci quanto il processo che le precede e le accompagna riguardi il mondo intero?

Quantomeno in un tempo di sconforto e lotta alla morte, in cui si inneggia all’unione globale nel contrastare chi sconforto e morte li genera, si dovrebbe provare ad essere altrettanto uniti contro la morte procurata dall’altro uomo. Ammesso che sia possibile.

“Togli il sangue dalle vene e versaci dell’acqua al suo posto: allora sì che non ci saranno più guerre.”
(Lev Tolstoj)

di Angelo Velardi 

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