Le Giovinette, storia di donne che sfidarono il Duce

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Questa storia è vecchia di ottant’anni eppure attuale ai giorni nostri.

Un gruppo di amiche, che contando solo sulla loro volontà riuscirono a creare una crepa in un sistema ideologico prettamente maschile. Una vicenda mai realmente raccontata, le cui tracce si perdono nella memoria dei sopravvissuti, oggi alla ribalta grazie alla curiosità di Federica Seneghini, autrice del libro che minuziosamente ha raccolto le testimonianze dei parenti delle giocatrici e consultato i documenti sepolti negli archivi storici. 

Rosetta, Giovanna, la Lucchi e la Strigario, ragazze intraprendenti e tifosissime dell’Inter che con lunghe gonne, e in un’occasione anche con i tacchi perché le scarpe non erano arrivate in tempo, cominciarono a tirare quattro calci ad un vecchio pallone. C’è stato chi ha creduto in loro: un bottegaioUgo Cardosi, che convinto dal loro entusiasmo diventò il Presidente del Gruppo Femminile di Calcio – GFC aiutandole nell’organizzazione.  

La loro battaglia è cominciata partendo dalla carta stampata: “Caro Guerino…” comincia così la lettera che nel febbraio del 1933 mandano al giornale Guerin Sportivo. Rivendicavano il diritto di praticare il giuoco del calcio, così come già avveniva in Inghilterra e in Francia, spiegando che del resto le giovani donne italiane erano già affermate atlete in altri sport. Quindi perché non il calcio? 

La volontà di queste ragazze si è presto scontrata con l’ideologia fascista: la donna era vista come madre, procreatrice di figli e custode del focolaio familiare. Avevano toccato un tasto dolente: per quanto il Duce avesse sempre incoraggiato lo sport, ben altra cosa sarebbe stato permettere a delle ragazze di giocare un gioco riservato agli uomini.  

I pregiudizi vennero combattuti con certificati medici e i regolamenti adattati alla Ragion di Stato. La preoccupazione maggiore era il pericolo che questo tipo di sport mettesse a repentaglio la capacità di fare figli. Le ragazze non si sono mai perse d’animo, cercavano un’affermazione e la trovarono nei calciatori famosi in tutta Italia: I calciatori militanti approvano che la donna giochi al calcio?” mandarono loro poche domande, elessero a propri interlocutori i loro stessi idoli calcistici e le risposte che ne ebbero le entusiasmarono, tutti le appoggiarono 

Un giornalista chiese alla Rosetta come mai le piacesse tanto il calcio: “Del calcio mi emoziona tutto: le dinamiche del gruppo, di spogliatoio, l’obiettivo, unirsi per raggiungerlo, risolvere le difficoltà… vedo nel calcio una vita in miniatura forse un po’ migliore di quella che ci è toccata in sorte di questi tempi”. Un periodo in cui uscire di casa poteva significare non farvi più ritorno, per uno sguardo, una parola detta a sproposito anche solo per antipatia.  

La prima partita pubblica di calcio femminile ebbe luogo l’11 giugno del 1933: le limitazioni approvate prevedevano che non ci fosse pubblico pagante, che i portieri fossero maschi per evitare pallonate invalidanti e che si giocassero 2 tempi da 15 minuti. Ma non aveva importanza: il GS Ambrosiano scese in campo contro il GS Cinzano. La partita finì 0-1 e sugli spalti c’erano 1000 persone felici di quello spettacolo. 

Ma il sogno di quelle ragazze era estinato ad infrangersi contro il muro dell’ideologia fascista: per quanto il loro esempio avesse dato coraggio anche ad altre città italiane, nonostante la stessa Inter fosse andata a vederle in allenamento per appoggiare il loro progetto, dopo appena un anno l’avventura finì.  

I gerarchi decisero di riconvertire il loro destino di atlete provette ad altri sport più femminili, i presidenti che le avevano appoggiate furono costretti a cedere. La donna sportiva e vincente era un male necessario per acquisire medaglie necessarie a dare lustro alla patria. 

Inoltre, dove non poterono le leggi, ebbero terreno fertile gli scherni. E adesso la storia comincia a farsi attuale. Oggi le ragazze che praticano sport conoscono perfettamente i loro obiettivi e rivendicano un’attenzione che vada oltre il voyerismo. Attacchi gratuiti di chi ritiene una sportiva solo l’esaltazione di un corpo femminile ben fatto e in bella mostra. Tanta strada ancora va fatta. 

“Di donne nei luoghi decisionali, nel calcio e nel governo, ne vedo sempre troppo poche” queste sono le parole di Milena Bertolini, attuale CT della Nazionale Femminile di Calcio. E non ha torto. Ancora oggi si combatte contro i pregiudizi:  nei cortili di casa come negli stessi impianti sportivi. Le piccole vittorie di oggi però sono figlie dei sacrifici fatti da chi le ha precedute. 

 di Alessandra Criscuolo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°214
FEBBRAIO 2021

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