Le cose andano – «Siete padre e figlio!»

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Rafiluccio: «Don Antò, domani mattina debbo uccidere mio padre…
Domani mattina… debbo uccidere mio padre. Sì.»

Don Antonio: «Santaniè, siediti.»

Rafiluccio: «Don Antò… ecco… Don An­tò…»

Don Antonio: «Santaniè, io conosco uomini e cose. Ho girato il mondo e modestamente la vita l’ho campata pratica­mente.
Tu due ore fa mi hai detto freddamente e con una sicurezza matematica: “Io debbo uccidere mio pa­dre”. Adesso ti vedo impacciato e reticente. In queste due ore hai riflettuto, e adesso non trovi le parole per dirmi che ci hai pensato meglio…»

Rafiluccio: «No, Don Antò. Se mi vedete impacciato è perché ho sentito sempre parlare di voi, ma non avevo avuto mai l’onore di avvicinarvi. Quando si nomina An­tonio Barracano bocche chiuse e cappelli a terra. È il rispetto che sento per voi che non mi permette di parlare, diciamo, sfacciatamente. Voi mettete in soggezione, ecco. Ma l’uomo è uomo, e quello che vi ho detto due ore fa lo sostengo ancora adesso, e lo sostengo fino a domani mattina».

Don Antonio: «Con questo vuoi dire che per domani mattina hai bello e liquidato tuo padre?»

Rafiluccio:«Per forza».

Don Antonio: «Ma pecché, addò sta scritto? E mettiamo pure che sta scritto a qualche parte. Tu l’hai trovato scritto e hai deciso. Allora che si’ venuto a fa addu me? Me lo vieni a dire così, a titolo di cronaca? E che me ne ‘mporta a me? Che faccio, ‘o confessore? Se mi vieni a dire: “Don Antò, mi trovo in queste condizioni, così e co­sì e così… datemi un consiglio” io intervengo e ti aiuto. Ma se mi dici che sei fermo nella decisione perché “l’uomo è uomo” io ti rispondo che l’ommo è ommo solamente quando non è testardo. Quando capisce ch’è venuto il momento di fare marcia indietro e la fa. Quando ricono­sce un errore commesso, se ne assume la responsabili­tà, e cerca scusa. Quando apprezza la superiorità di un altro uomo, e ce lo dice. Quando amministra e valoriz­za, nella stessa misura, tanto il suo coraggio quanto la sua paura: Santaniè, l’ommo songh’io. Te ne vuoi anda­re o vuoi un consiglio? Assiettete. Siete padre e figlio, lo capisci sì o no?»

Rafiluccio: «Ma perché non capisce prima lui che siamo figlio e padre? Quando sono venuto al mondo io, mio padre già stava in casa. Quando venne al mondo mio padre, io in casa non c’ero. Don Antò, Arturo Santaniello non è un pa­dre: è una carogna!»

Don Antonio: «Se sei venuto da me per un consiglio, sono io che stabilisco se tuo padre è carogna o no. Pò essere pure che ‘a carogna si’ tu.E andiamo avanti. Da quanto tempo non vi ve­dete tu e tuo padre?»

Rafiluccio:«Da tredici mesi».

Don Antonio: «E come vi siete lasciati l’ultima volta?»

Rafiluccio: «Mi disse testualmente: “Non ti riconosco più come figlio. Trovati lavoro in un’altra panetteria, e stasera non mettere il piede in casa mia”».

Don Antonio: «E d’allora c’è stata gente ch’è andata da tuo pa­dre a dire “Vostro figlio dice questo e questo di voi”, e altra gente ch’è venuta da te a dire “Tuo padre dice questo e questo di te”. E non vi siete più incontrati?»

Rafiluccio: «No».

Questo copione è liberamente tratto -seppur ridotto e adattato- dalla commedia “Il sindaco del Rione Sanità” di Eduardo De Filippo, che ovviamente vi consiglio di guardare qualora non lo avesse ancora fatto. Ultimamente è stata pure riadattata in versione cinematografica da Mario Martone: con tutto il rispetto, ma il teatro è n’ata cosa.
Nel secondo atto di questa commedia, Rafiluccio e Rituccia vanno da Don Antonio Barracano, uomo di camorra chiamato appunto “Il sindaco”, che riceve tutti i malviventi e gli abitanti del rione per dispensare consigli e risolvere questioni, tenendo l’ordine. Don Antonio vorrebbe rimandare l’incontro con Rafiluccio, ma quest’ultimo lo avverte che nel giorno seguente avrebbe ucciso suo padre. Di fronte ad un fatto simile, Don antonio decide di ascoltare Rafiluccio che gli racconta poi come il padre, Arturo Santaniello, ricco panettiere invaghitosi di un’altra donna, lo ha diseredato e cacciato di casa. Don Antonio però non si sbilancia, e giustamente aspetta di sentire “chell’ata campana”. Così chiama il padre di Rafiluccio e nel corso del dialogo, gli racconta un aneddoto: quando faceva il capraio, si addormentò nella tenuta sorvegliata da Giacchino, il guardiano, che si accorse del suo sonno e lo massacrò di botte ferendolo. L’unico pensiero di Don Antonio era quello di uccidere Giacchino, al punto tale che se non lo avesse ucciso, soddisfando quell’impulso irrefrenabile, sarebbe morto lui stesso: «Si nun more Giacchino, io nun pozze campa. Io moro… io moro… e nun voglio murì, o io o Giacchino. O lui, o io».

E così fu, lo uccise. Nonostante questa confidenza, Barracano invita Arturo a riconciliarsi con il figlio, ma questo si rifiuta invitandolo a farsi gli affari suoi. Don Antonio a quel punto, profondamente offeso dalla mancanza di rispetto, lo ucciderebbe sul posto se non fosse trattenuto dai parenti e dal fatto che Arturo è disarmato. Nonostante tutto, riferisce del colloquio a Rafiluccio e gli intima di non uccidere il padre, perché va comunque rispettato, ma questi gli risponde con le stesse parole e lo stesso fervore di Don Antonio dopo l’aggressione di Giacchino: o lui, o io.

Un caffè non può certo durare tre atti di commedia, ma da questo piccolo passo, voglio partire e voglio lasciare che le cose andino, anche questo sabato.

Lo sapete come sono io, sono goffa e indisponente ma tutta acqua e sapone, nu piezz e’ pane che a ‘na mullichella a’ vota, sfama a tutte quante. Il caffè non lo nego mai a nessuno e lo prendo con piacere in qualunque compagnia: a’ signora affianco, e’ guagliune d’a redazione, gli amici miei che sono pochi e buoni, per fortuna. Il caffè più speciale della giornata è sempre quello che mi prendo con mammà. Poi ci sta papà: pure con lui lo prendo il caffè, ma è sempre stato ‘nu cafè amaro.
Questa puntata non l’ho aperta a sfizio mio con la commedia di Eduardo, non lo avrei nemmeno scomodato se non fosse stata una commedia così importante per me. Mi disse di guardarla un amico mio, appassionato di teatro, ‘na bella capa. Mi disse «Così stanno le cose con tuo padre? E tu ti devi guardare “Il sindaco del Rione Sanità”. Viratillo.»

Saviù, amico mio, è ‘nu fatto troppo vero ca a’ cummedia nun è mai cummedia, è che a scrivere, tutt’ e’ pensieri s’e piglia a’ penna, e a’ capa se svacanta.

L’ultimo caffè amaro con mio padre, l’ho preso quasi due settimane fa. Poi si è addormentato, e nun sacce si’ se sceta. Ancora mo sta durmenne, e vulesse sapè che tene a durmì. Papà mio, è ‘nu poco peggio di Arturo Santaniello. Burbero e quasi anaffettivo. Mo non sto qua a raccontarvi tutte le peripezie, i dolori, le battaglie fatte con mio padre, però diciamo che per tutti questi anni, forse, siamo stati tutto tranne che padre e figlia.
Io sono sempre stata senza mezze misure: o tutto bianco, o tutto nero. Si’ me faje male e mi cerchi scusa, una seconda possibilità non si nega a nessuno. Ma si’ me faje male pure a’ siconda vota, io nun te pozzo verè ‘cchiù. E con mio padre di questo si è trattato, andando avanti con terze, quarte, quinte possibilità al punto tale che io non ce la facevo a pensare di essergli figlia, volevo cambiare cognome, sangue, identità, tutto pur di rispondere a quella sorta di suo rifiuto nei miei confronti.

In questi anni ho visto non uno, ma mille sindaci del rione sanità, che sono venuti da me e mi hanno detto “Ma quello è sempre tuo padre! Siete padre e figlia! Site o’ stesso sanghe!” e io, arrabbiata, rispondevo che evidentemente mio padre non lo sapeva che eravamo lo stesso sangue, visto che perseverava nei suoi comportamenti. La rabbia spesso te fa ricere sule cose malamenti, perché ti dimentichi che la vita è sempre giusta anche se non sembra, e che a tutte le nostre azioni ci pensa lei. Perché pensi che con la rabbia ti fai giustizia da solo, sfoghi e ti dai il contentino, ma le cose sempre quelle restano.

L’arraggia però, e’ vote te fa pensà pure e’ cose bone, e cu st’arragge mo vulesse parlà io cu Don Antonio Barracano, pecché cu mio padre nun ce pozze parlà. Fosse nu bellu fatto. Ce ricesse:

«Don Antò, voi tenete ragione: siamo padre e figlia, pure se continuo ad essere così adirata. Aggio sempre sopportato le mancanze di mio padre e aggio campato ‘ca speranza n’cuorpo d’o verè presente, cu ‘na mane n’coppe e spalle dei figli, che ce parlasse c’o core e mai c’a capa. Aggio campato ‘ca speranza d’o verè pate, e si’ e’ cose stanno accussì, è ‘na speranza ca nun tene senso. Don Antò, io solamente so quanto è stato egoista e menefreghista fino all’ultimo quell’uomo, quanto ho odiato questo suo modo di essere e quanto aggio chiagnuto cercanno e’ capì pecché se cumpurtasse accussì, che l’avisse fatto. ‘Na vita sana a fa ‘sta domanda: “Che t’aggio fatto? Che colpa teniamo? Che te manca?” e mai una risposta. Mai.

Io so che a mio padre non ho fatto niente, se non venire al mondo per mano sua e di mia mamma, o’ pate nun se sceglie; si può scegliere di essere padre, ma si può nascere senza saperlo essere. E isso, Don Antò, o’ pate nun o’ puteva fa, nun ha voluto ‘mparà a fa o’ pate. Mo sta durmenne e nun sacce si’ se sceta, e stonghe chiena d’odio pe’ tutte chello ca ce sta lascianne. Stonghe chiena d’odio e siamo sempre padre e figlia, in un momento dove un battito sbagliato o un respiro sbagliato determinano il confine tra presente e passato, tra il “siamo padre e figlia” ed “eravamo padre e figlia”. Veneno addu vuje pe’ nu consiglio, e pe’ risolvere questioni. Io vengo addu vuje sule pe’ ve dicere che tenite ragione.

Siamo padre e figlia, Don Antò, e io l’aggia perdunà solo perché a’ vita ha tuzzuliate a’ purticella e’ papà, e c’ha cunsegnato o’ cunto. Sta durmenne a’ na semmana, se vere ca chesto s’ammereta mio padre. Io lo devo perdonare perché così, come dite voi, “L’incidente tra di noi è chiuso, stringiamoci la mano”. Pe’ campà ‘nu poco ‘chiù serena.
Nun me servono e’ due milioni, nun me serve niente: quello che mi ha sempre distinta da mio padre è a’ cuscienza. Io quanne me vaco a’ cuccà aggia durmì quieta, e siccome non so se domani lo trovo sveglio o no, io lo perdono. E la vita continua. E io mi sento a posto.
E mo sapite che faccio? Io vaco là, e pure ca nun me sente io glielo dico, io glielo dico! Cu tutta st’arraggia glielo dico!
Ce dico “Papà, io te perdono sulo pecché t’aggia perdunà, e si sto chiagnenno è sulo pecché nun e’ voluto capì. 
Ti perdono solo perchè la giustizia non ce la facciamo da soli, e questa vita a te ha voluto consegnare questo conto, forse salato. E non mi interessa se non mi senti, io te lo dovevo dire.
Io devo dormire così come dormi tu adesso, serena. Rilassata. Senza rimpianti.

E si’ t’aggia salutà, te voglio salutà accussì comme m’e sempre visto: arraggiata e rassegnata ma comprensiva, con la differenza che adesso, s’è addurmuta pure a’ speranza. 
E pure ca duorme io te lo dico: papà devi cambiare, tu sei mio padre e io sono tua figlia. Tu mi hai creato e tu mi dovevi tenere la mano. Pure ca duorme, te voglio dicere che fino all’ultimo te simme state vicino e ti abbiamo compreso, o almeno ci abbiamo provato.
Fino all’ultimo, nonostante tutto, nonostante il tuo essere assente, t’avimme voluto bene.
T’aggio voluto bene, per questione di sangue, per fatto naturale: perchè tu, sei mio padre.

Cherè? Nun Rispunne? E nun te preoccupà, sono abituata.
Nun fa niente, perchè ti perdono. 

Cherè? Nun chiagne ‘cchiù? Nun sì ‘cchiù stanco?
E duorme, duorme mo. Te può arrepusà.

Non eri fatto per rispondere.
Non eri fatto per vivere e combattere.
Non eri fatto per essere padre, e non eri fatto per essere mio padre.
Le cose andano, e te ne vai pure tu, come ce ne andiamo tutti.
E io sto arrabbiata, sì. Ma siamo padre e figlia.

Ciao Papà.

di Daniela Russo


“Le cose andano” nasce come il mio spazio, satirico prorompente e pungente, in cui trattare tematiche sociali. Purtroppo io vivo con la “penna sentimentale”, si lascia trasportare dagli eventi, e in questo giorno non potevo fare altro che portarvi all’attenzione un pezzo del Teatro Napoletano che ahimè, fa parte della mia vita, profondamente.
Non c’è nulla di satirico in questo sabato, e me ne dispiace, ma c’è al contrario un grande insegnamento: fate un passo indietro, quando ve ne è la necessità.

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