Le cose andano – “L’antico servizio andava portato in salvo…”

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Trasloco, vuol dire mal di schiena.
L’eco delle stanze vuote.
Scatoli pesanti e mobili da spostare.
Ed è in questo mare di fatica che, come un miraggio, vedo lei….

Era il 1979 quando lei, entrò in un bar nella periferia di Napoli. Non ebbe alcuna titubanza, si recò al bancone ed esclamò:«Buongiorno giuvinò, un succo di frutta per favore, in vetro».
Un succo di frutta in vetro. Mirtillo.
Ora capisco da chi ho preso questo smodato piacere nel bere succo di mirtillo.
Lo versò nel bicchiere, ma prima ancora di berlo chiuse nuovamente la bottiglia, vuota, per riporla nella sua borsa.
Fu la solenne unione tra una futura nonna e la famosa bottiglia del succo di frutta in vetro:“po’ sempe servì…”

Questa celebre bottiglia del succo di frutta in vetro, dal ’79 svolge il suo onorato servizio: trasportare il caffè a qualcuno nei casi in cui non si possiedono tazze o recipienti adatti, perchè “Il thermos è troppo grande… mo lo metto qua dentro”.
In quello stesso bar, se chiedi due caffè “da portare”, vengono versati nella bottiglietta di vetro del succo di frutta.
Credo quindi fermamente che in origine, a Napoli, le bottigliette di vetro furono inventate per il caffè in maniera specifica. I succhi di frutta sono venuti dopo.

Vedo quindi arrivare la mia dolcissima nonna con questa stessa medesima reliquia vintage che ha portato il caffè a intere generazioni. Non era un miraggio. Le mie tazzine e la moka sono già rinchiuse in scatoloni imballati, pronte per cominciare una nuova vita altrove. Magari non sarà piacevole il contesto, ma il caffè è buono, ed è l’unico momento piacevole che alleggerisce la rottura di coglioni che un trasloco comporta.

Inevitabilmente, il trasloco è un’operazione che mette in discussione tutto ciò che sei in quel momento del presente. Cominci a gettare via cose, regalarne altre e pentirti di cose che hai precedentemente buttato via e che improvvisamente, per motivi a te ignoti, tornano utili.
Ancor più inevitabilmente, tornano i ricordi.
Sei lì che inizi a svuotare il tuo armadio e ti ritrovi con in mano la felpa che usavi sempre per andare a vedere il mare di notte, che poi non ci vai più così tanto come prima, perchè la sera sei stanca morta.
Quel vestito maledetto, presente nell’armadio di ogni donna, che hai comprato pensando a lui, che hai indossato quella sera per andare a cena con lui, che ti sei tolta per il dopocena, lo hai indossato nuovamente per tornare a casa e poi non hai messo mai più. E ti chiedi perchè non l’hai ancora buttato via.
I pantaloncini da calcio del tuo ex che ti sei rubata, perchè l’estate sono comodi.
I pigiami che ti hanno regalato a Natale, perchè quel parente infame che a vent’anni ti regala il pigiama a Natale c’è in tutte le famiglie ammettiamolo.

Ad ogni oggetto, vestito, accessorio tirato fuori da quella porta di ingresso a Narnia, ti poni la domanda “lo butto via o lo tengo?”

La stessa domanda non te la fai per le foto e gli altri affetti personali. Quelli si tengono a prescindere, indipendentemente dalla gioia o dalla tristezza rievocata dal loro ricordo.

In due giorni circa svuoti tutto, tiri fuori dalla tua stanza gli amori impregnati nelle magliette, o nelle borse, che quando le cambi non le svuoti mai del tutto e ci ritrovi quel rossetto che credevi perso chissà dove; le avventure in scatolette di cartone e biglietti di concerti, le notti brave immortalate nelle foto oscene e i tuoi anni infantili chiusi nei diari delle medie o delle superiori, quegli anni fantastici dove se non avevi “la smemo” non eri un cazzo di nessuno.
Io non ero nessuno, “la smemo”mi ha sempre fatto schifo.

Questa è la parte più malinconica del trasloco. Ma non la peggiore.

Non è la peggiore perchè sei salva fin quando ti ritrovi ad impacchettare le tue cose. A decidere cosa portare con te e cosa eliminare dal tuo spazio.

Il dramma è dietro l’angolo, nel vero senso della parola. Dietro l’angolo c’è il salotto.
In quasi tutte le case, si trova solitamente questo posto ad accesso limitato dove viene collocata la cosiddetta “parete attrezzata”… ed ecco che adesso la caffeina comincia farmi effetto e mi fa dire tutte quelle cose che andano.
Nela realtà dei fatti, la parete attrezzata è una cassaforte semi-blindata dove madri e nonne custodiscono i preziosissimi ed antichi reperti archeologici della stoviglieria. I più esperti, definiscono questo ammasso di fossili “o’ servizio ‘bbuono”.

COSA È IL SERVIZIO BUONO?
Si tratta di piatti, bicchieri, posate, pentole, che non sono normali piatti, normali bicchieri, normali posate e normali pentole. No, perchè fanno parte del CORREDO.
Facciamo un passo indietro: quando una donna a Napoli si sposava, la madre e la nonna le facevano la cosiddetta “dote”, più comunemente chiamata corredo, che si componeva sostanzialmente dei seguenti elementi:

-Lenzuola matrimoniali in cotone, ricamate e rigorosamente bianche;
-Vestaglia, sottana e biancheria intima, sempre bianca, per la prima notte di nozze;
-Set di asciugamani e completi da bagno in spugna corredatio da ciabattine;
-Tovaglia, sempre bianca;
-Batteria di pentole in acciaio inox inossidabile, indistruttibile, durata garantita 3 secoli con peso netto di 6 quintali.
-Servizio di posate da 36 in argento, rifiniture in oro, intarsiate a mano (per sollevare una forchetta sono necessari sei mesi di palestra);
-Servizio di bicchieri in cristallo finissimo che solo a guardarli si auto-frantumano;
-Servizio di piatti in ceramica con rifiniture pregiatissime in oro zecchino, dipinti a mano, trasportati a mano, concepiti a mano, a mano, a mano, a mano… tutt’ fatt’ a mano.

Di tutto ciò sopra elencato, sono effettivamente volti all’utilizzo la vestaglia, la sottana, la biancheria, la tovaglia e le lenzuola, solo una volta però. 
Il resto, è destinato a non conoscere utilizzo, perchè il corredo viene poi lasciato alla propria figlia insieme ad un altro corredo, quello che la mamma o la nonna hanno ricevuto a loro volta.
Immaginate la situazione di un’unica figlia femmina che riceve il corredo della madre, che a sua volta ha ricevuto quello della nonna e che quindi si ritrova con due (se non addirittura più di due) corredi mai utilizzati di cui non sa cosa farsene, perchè non si deve sposare.

-«Mamma scusa, ma diamole a qualcuno ‘ste lenzuola… ce sta chi nun ‘o tene…»
-«Ma che sì scem? Quello è il corredo buono tuo che te lo devi portare…»
-«Almeno quando lo prenderò io lo userò seriamente, senza tenerlo chiuso in un armadio».
-«Ma non si usano queste lenzuola qua tutti i giorni, è peccato…»
Ma poi pure la biancheria, la vestaglia… ma possibile che non l’hai mai usata?»
«Quella una sola volta si mette, po’ s’adda ‘stipa. Si succere coccose, nun se po’ maje sapè…»

La logica del corredo quindi è questa: non averne. Accumulare cose per non utilizzarle e vivere con l’ipotesi del “si succere coccose”, dove tale “coccose” non è identificabile, descrivibile, valutabile. Si ragiona e si ipotizza sull’ignoto.

Fatta questa parentesi sul corredo, torniamo a noi. Il vero dramma del trasloco si verifica quando hai il compito di impacchettare per bene i fossili, i “servizi buoni”, per far sì che arrivino alla nuova casa sani, integri e salvi, dove verranno esposti nuovamente nella loro teca per non essere mai utilizzati, mai.
Nemmeno sotto tortura.
La mamma napoletana vera non ti permetterà mai di utilizzare il servizio buono per un evento particolare.
La legge di Murphy enuncia che per l’unica volta in cui sceglierai di brindare nel bicchiere del servizio buono, quest’ultimo, matematicamente, si romperà.
Questo, la madre napoletana, lo sa. E ti chiede di fare estrema attenzione nell’accedere a quella cripta, la vetrina del salotto che mai avresti pensato di aprire nella tua vita.

-“Statte accorta…”
-“Si se scassa ‘nu piatto te scasse je a te…”
-“Accorta, stanno i bicchieri di nonna, hanne campato 90 anne, vire e nun e’ ‘fa scassà…”

Senti la pressione. La responsabilità di anni, forse secoli, epoche estremamente lontane, tutta nelle tue mani.
Con estrema cautela cerchi di cominciare a svuotare la parete attrezzata, ma la collocazione di questi oggetti all’interno del mobile rende tutto più complicato: tua madre non sistema il servizio buono in modo tale da prenderlo facilmente, bensì realizza vere e proprie opere d’ingegneria che sfidano ogni principio della fisica, perchè il servizio buono non va mai utilizzato ma s’adda verè. I piatti sono sistemati in verticale a mo’ di sfondo, i bicchieri posizionati in serie: calici da vino in fondo, flûtes da champagne ai lati, calici per acqua al centro e bicchieri per liquori in prima fila.
I servizi di posate sono spesso esposti in apposite valigette, che osservate da chiuse appaiono come quelle di un agente segreto pronto a consegnare un milione di euro per l’acquisto di un’informazione segreta.

Sei lì quindi, e con precisione chirurgica tenti di tirare fuori ogni minimo componente di quella costruzione senza urtare nulla.
Ti rendi conto che stai giocando alla partita di Shanghai più sadica di tutti i tempi, con tanto di disturbatore alle tue spalle che ti ricorda incessantemente di imballare singolarmente ogni reperto.
Una perla di sudore nelle tue mani rischia di compromettere la stabilità della presa durante il tragitto che va dalla parete attrezzata al tavolo: 70 cm di distanza che si trasformano in 70 metri.
Non ci pensi, ce la fai. La teiera in ceramica di Capodimonte è salva e tu puoi tirare un sospiro di sollievo: il sogno di versare del thè da quell’oggetto, un giorno, non è ancora infranto.

Lentamente riesci a sostituire col vuoto tutti gli elementi principali di quello strumento di tortura che è la parete attrezzata, e man mano che ti avvicini alla vittoria pensi a ruota libera che nella tua futura casa non la vuoi, manco per il cazzo, dovranno passare sul tuo cadavere per convincerti ad avere una parete attrezzata da esposizione per l’antiquariato.
Non vedi l’ora di imballare l’ultimo oggetto per sederti e chiamare la tua terapista per raccontarle questa traumatica esperienza.

-“Ho finito.” dici esausta.
“Si deve svuotare la vetrinetta delle bomboniere” dice tua madre.

“Mo’ facce n’atu poco e’ cafè”, concluse saggiamente la nonna.

 

di Daniela Russo

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