Castel Volturno Balato

Le contraddizioni di Castel Volturno: l’opinione di un magistrato che vive il nostro territorio

Redazione Informare 16/09/2022
Updated 2022/09/15 at 5:44 PM
13 Minuti per la lettura

Il dott. Francesco Balato è un magistrato del tribunale di S.M.C.V. che da tempo frequenta Castel Volturno e che da questo mese collabora con la redazione di Informare, per tanto lo accogliamo e lo ringraziamo. Pubblichiamo integralmente le sue opinioni che in buona parte condividiamo, soprattutto perché sono frutto di un cittadino che sperimenta le difficoltà del nostro territorio complesso, ma con tante potenzialità.

La Redazione

Pinetamare: luogo delle ambiguità?

Su Castel Volturno e sulla sua “figliastra” Pinetamare è stato detto e scritto tanto nel corso degli anni ed è stata giustamente rimarcata, in più occasioni, la presenza di contraddizioni che continuano a caratterizzare questi posti.
Pinetamare, ancor più di Castel Volturno, spicca per la presenza di elementi di ambiguità che ne compongono la cifra costitutiva. La sua sembra essere una identità poco definita e opachi ne sono gli stessi confini ideali e materiali che la distinguono dalla genitrice castellana.
La sua identità, anzitutto.

Guardata dall’occhio di un “forestiero”, in primo luogo sembra non comprendersi bene che tipo di località essa rappresenti: località balneare, residenziale, o entrambe le cose? È possibile, eventualmente, scorgerne un tratto identitario prevalente?
All’interrogativo non sembra si possa rispondere con certezza, perché Pinetamare, nata sicuramente con la fisionomia di località balneare, dopo le famigerate calamità naturali che tante sventure hanno portato a questo e ad altri luoghi, si è parzialmente trasformata.
Una consistente quantità di persone vi abita stabilmente tutto l’anno, con il risultato che appare riduttivo considerarla località turistica in senso stretto, ma al contempo appare difficile anche ritenerla cittadina residenziale in senso pieno.

Essa finisce con l’apparire troppo densa sia nei mesi invernali (perché da balneare le sue infrastrutture risultano probabilmente inidonee a sostenere la “stabilità” residenziale); sia nei mesi estivi, quando ospita più della sua (naturale) capienza, sicché diventa facile osservare scenari poco edificanti come case vacanze troppo piene, parcheggi presi d’assalto o le linee elettriche e idriche sovraccariche e, in linea più generale, un insostenibile “consumo” del territorio che probabilmente interferisce anche con la qualità del mare.

D’altronde, appare arduo anche considerarla località residenziale, cioè come vera cittadina.
Quando si pensa ad una moderna città, anche di più ridotta dimensione, si immaginano tendenzialmente determinate strutture come: parchi pubblici, luoghi ricreativi per i più piccoli, luoghi per lo sport (come, ad esempio, una piscina), una piazza, per facilitare la crescita di una comunità, una biblioteca (per lo sviluppo culturale), un cinema, un teatro, scuole di ogni ordine e grado, una comunità religiosa (eventualmente con pluralismo confessionale), una rete commerciale adeguata, infine una moderna macchina organizzativa.

Probabilmente molte di queste cose mancano nel caso di Pinetamare, così come sembrano difettarne altre che usualmente si ricollegano al concetto di località turistica, come un’adeguata struttura ricettiva, un’accurata “gestione” del mare, un’offerta di attrazioni per i turisti, una capacità di sostenere la presenza dell’utenza balneare (in termini di infrastrutture e urbanistica), una possibilità di fruizione di tutte le bellezze naturali della zona, come la pineta che, insieme al mare, dovrebbe rappresentare uno dei suoi “gioielli”, tanto da figurare addirittura nel nome.

Andrebbe cercato un modo per consentire alla cittadinanza (e al turista) la possibilità di godere, compatibilmente con la necessità di preservarla, di questa meraviglia (solo a titolo di esempio, con pic-nic, percorsi di visita, utilizzi zoologici, etc.).
Come località turistica, la stessa dovrebbe essere inoltre dotata dei più moderni standard di accoglienza, di vivibilità, di godibilità, sul modello delle località più rinomate.

Andrebbe migliorata la rete dei trasporti e dei collegamenti (in particolare, la condizione del tratto di Domiziana) e, visto che dapprincipio vi era, assicurato (con modalità legittime) il ripristino del porto che renderebbe più compiuto lo status di località balneare, giovando anche a quello di località residenziale, portandola, per questa via, alla possibile comparazione con qualsiasi meta.

Occorrerebbe poi affrontare il tema della sicurezza pubblica, che potrebbe dirsi universale: esso riguarda indistintamente tanto l’identikit della località tipicamente balneare, quanto quello della cittadina in senso pieno.
Sia in un senso che nell’altro la sicurezza appare cruciale, perché non giova ad alcuna configurazione di un luogo la presenza di agglomerati urbani o di edifici (come pare essere, ad esempio, quello che un tempo era l’hotel Royal) con alta concentrazione di persone gravate da pendenze giudiziarie o, peggio, sottoposte a misure cautelari penali o ad altre misure di contenimento della pericolosità. Andrebbe, quindi, potenziato il contingente numerico delle forze dell’ordine operanti su questo territorio.

Un’altra delle apparenti ambiguità riguarda la possibilità di distinguere Pinetamare dalla “madre” Castel Volturno, all’interno della cui cornice amministrativa si inquadra.
Non è difficile notare che si tratta di realtà diverse, per cui tenerle insieme appare abbastanza artificioso e, probabilmente, contribuisce a creare ambiguità e potenziali disfunzioni. Difficilmente quando si parla di Pinetamare (spesso denominata Villaggio Coppola), si sente usare il nome Castel Volturno.

Verosimilmente, si tratta di una conseguenza del suo profilo genetico, ossia dell’atto di nascita del piccolo villaggio che ha condotto a una sempre maggiore demarcazione e alla progressiva acquisizione di una identità autonoma rispetto alla “madre” amministrativa, tale da renderla un luogo unico, ben distinto dalle altre località limitrofe.
È forse proprio la sua storia – relativamente recente – di un villaggio vacanze sorto su terre sulle quali vi era la sovranità del comune castellano, che fa meglio comprendere la linea di demarcazione.
È in quella storia controversa che si rintracciano gli elementi distintivi che oggi pesano molto e, probabilmente, impediscono di far seguire un percorso chiaro e virtuoso a ciascuna delle due realtà, che appaiono forzosamente legate e sembrano trasferirsi, come vasi comunicanti, i rispettivi problemi.

Molti problemi appaiono comuni, ma non è irragionevole affermare come Pinetamare abbia una sua (discussa, certo) ma precisa identità acquisita nel tempo, come luogo con proprie specificità che sarebbe il caso di evidenziare proprio allo scopo di superare alcune criticità, forse aiutate da questa ambiguità.
Altra ambiguità pare cogliersi riguardo al regime giuridico proprietario dei luoghi e al rapporto – alquanto singolare – tra “pubblico” e “privato”.

Pinetamare è “pubblica” o “privata”?

A tal proposito, mediante l’insostituibile intervento dello Stato e degli altri enti territoriali, andrebbe ridefinita la natura e il conseguente regime giuridico del luogo.
È singolare osservare una sorta di “parco privato” o “villaggio”, che dir si voglia, con una consistente densità abitativa (e conseguente elevata “fame” di servizi) e coniugare il tutto con la titolarità privata dei luoghi, capace di generare nella cittadinanza incertezze, se non autentica confusione su quali siano le prerogative: chi debba fare cosa; soprattutto con la particolarità di lasciare che la risposta ai bisogni possa essere di pertinenza privata (con l’alea delle buone intenzioni e della disponibilità finanziaria) e con il rischio di sovrapposizione di compiti e responsabilità che pure può contribuire a generare anomalie.
Questo confine, non particolarmente definito, tra il pubblico e il privato a Pinetamare lo si può osservare, ad esempio, nel settore della salute pubblica, lì dove la parte del leone pare affidata a un ospedale appunto privato.
Ciò riflette un rapporto abbastanza peculiare che esiste tra il pubblico e il privato in questo luogo. Non che sia un male, beninteso, anzi.

Per certi versi, il paradigma sperimentato qui potrebbe assurgere a vero e proprio laboratorio istituzionale, di una diversa (e più efficiente) relazione tra il privato e il pubblico, in un’ottica di massima espressione del principio di sussidiarietà che consenta al privato di fare quello che il pubblico non riesce a fare (o non riesca a fare bene).
Il punto, tuttavia, pare essere quello di una percepibile alterazione del bilanciamento tra i due fattori, tale da dare la sensazione di uno squilibrio, portatore di possibili disfunzioni (nel senso cioè di una soverchiante prevalenza del privato sul pubblico).
Sul medesimo tema altra potenziale contraddizione è rappresentata dallo squilibrio che pare esserci tra diverse categorie di cittadini.

Esistono “privati” che si sforzano, in molteplici modi (soprattutto mediante il ricorso ad associazioni) di assicurare un miglioramento, un riscatto a queste terre e altri che sembrano invece disinteressarsene.
Come altro può spiegarsi il fiorire di un apparente “rinascimento edilizio”, dove gruppi di privati cercano di realizzare la rinascita di un territorio (peraltro storicamente caratterizzato da spiccate e talora inestricabili problematiche urbanistico-edilizie), e dall’altro, proprietari che – dimentichi degli oneri anche giuridici che si collegano alla proprietà privata – lasciano i propri edifici in balìa del tempo, talora in condizioni di rovina incipiente, con potenziale pericolo anche per l’incolumità degli altri cittadini.

Ancora, altra ambiguità potrebbe essere colta in quella che potremmo definire come la coppia bellezza/degrado.
È mai possibile, ci si chiede, che in un medesimo luogo (peraltro dalle dimensioni contenute) vi siano – così frammischiati – tanto fascino e tanto degrado?
È possibile che le tragiche macerie del parco saraceno convivano, a pochi metri, con lo scintillio di resort (uno dei quali peraltro particolarmente noto perché vi si allena la squadra di calcio partenopea) e con il profilo di una costa che guarda alle meravigliose isole del golfo di Napoli e – ancora – con un tramonto degno di quelli esotici più famosi?
È possibile che un gioiellino di estensione e di distribuzione (ormai diventato, a torto o a ragione, parte integrante del paesaggio conosciuto) conviva con gli (ancora troppi) edifici diruti che sembrano riecheggiare scenari di guerra?
È possibile che spiagge tanto gradevoli e ampie convivano con un mare naturalmente teso al bello ma talora esposto all’incuria e alle scelte di inciviltà più varia?
Possibile, ancora, che viali che prendono il nome delle piante più profumate siano spesso ammorbate dall’opprimente olezzo degli escrementi degli animali?
Possibile che una promenade che sembra ispirarsi a quella di Cannes si accompagni al degrado di spiagge “schiave”, più che libere?

Ecco, queste a parere di chi scrive alcune delle “ambiguità” che sembrano affliggere questi luoghi; alcuni dei nodi che andrebbero sciolti per pervenire a un’attraente e possibile normalità come quella di tante altre località, anche campane, che nel corso del tempo hanno saputo migliorare la propria condizione.
Si tratta di questioni che meriterebbero quanto meno una riflessione, soprattutto allo scopo di assicurare stabilità a questa percepibile spinta propulsiva che pare investire questo luogo e liberarla da questa coltre di apparente inquietudine.
Un’ultima ambiguità, per concludere: il nome.
Anche qui sembra annidarsi un’incertezza, un’ambiguità che è difficile dire con sicurezza come interferisca con tutte le altre.
I nomi “Pinetamare”, “Villaggio Coppola” e “Coppola Pinetamare” forse sono troppi e probabilmente tradiscono anch’essi quel velo di contraddizione e incertezza (anche nominalistica, come si vede) che connota alcuni aspetti di questo luogo, peraltro epico e forse, anche per queste sue peculiarità, unico.

di Francesco Balato

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°233 – SETTEMBRE 2022

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4 Commenti
  • Giusta l’ analisi di tutte le contraddizioni di un territorio che oggi più che mai si risaltano in tutte la sua gravità. Ci sono soluzioni? Sono troppi gli anni che si è lasciato fare. Ci sono gravi responsabilità politiche e giuridiche tralasciate per decenni interi, ferite che difficilmente riusciremo rimarginare.

  • Veramente un’ottima analisi/sintesi. Anche se nel passaggio della contraddittoria maternità del Villaggio Coppola da parte di Castel Volturno, avrei aggiunto la specifica della gestazione surrogata, perché il frutto di questa procreazione appartiene ad altri genitori.

  • Tutto giusto analisi perfetta solo una nota non viene menzionata alcuna soluzione. Un po di tempo fa in merito allo scandalo nell’ufficio tecnico di Castel volturno dove furono effettuati anche degli arresti in una intervista al procuratore Troncone espresse un suo pensiero che a Castelvolturno ci sta la volonta’ di qualcuno che le cose devono rimanere cosi’ a questo punto che Dio ci benedica

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