Le armi per sconfiggere il virus: il parere del Professor Roberto Sanseverino

Una delle eccellenze in Campania, nel campo dell’Urologia, è senza dubbio il Professore Roberto Sanseverino. Dirige la U.O.C. di Urologia all’interno del Dipartimento delle Discipline Chirurgiche presso l’Ospedale Umberto I di Nocera Inferiore, dove si occupa di Urologia mininvasiva, nello specifico di chirurgia videolaparoscopica, di Urologia oncologica, endourologia ed ESWL e chirurgia Uroginecologica.
Il Prof. Sanseverino ha perfezionato le sue competenze in vari Centri Urologici di eccellenza in Europa e negli USA, ed ha eseguito più di tremila interventi chirurgici in diversi settori dell’urologia e della chirurgia dei trapianti d’organo.

Prof. Sanseverino, quali sono le difficoltà professionali più significative, in tempi di pandemia, quando si dirige un reparto, con un numero altissimo di pazienti con patologie tumorali?

«L’Urologia è una disciplina che tradizionalmente ha un forte carico di patologie oncologiche; le neoplasie prostatiche, quelle delle vie urinarie, quelle renali sono fra le più frequenti fra i tumori solidi.
Esistono poi delle neoplasie, come quelle del testicolo, che hanno un forte impatto emotivo, colpendo il più delle volte uomini nella seconda o terza decade di vita. Questo significa che gli Urologi sono fortemente coinvolti negli inevitabili ritardi nella diagnostica e nella terapia di queste neoplasie, che la pandemia ha causato e continuerà a causare ancora per qualche tempo».

Cosa pensa si potrebbe fare di veramente risolutivo, per ovviare la carenza negli ospedali e nella sanità italiana rispetto alla pandemia?

«La pandemia ha purtroppo posto l’accento sulla inadeguatezza della maggior parte delle nostre strutture sanitarie a far fronte alla diffusione delle patologie infettive; è certamente un problema di carattere strutturale, ma anche di comportamento non sempre virtuoso degli operatori sanitari. Mi riferisco alla frequente non osservanza di protocolli e procedure, che sono l’unico vero strumento di prevenzione della diffusione delle infezioni. Non a caso l’Italia è uno dei Paesi Europei meno virtuosi nel controllo della diffusione delle infezioni ospedaliere».

La sua esperienza di medico e chirurgo, a quale considerazione la porta, guardando al prossimo futuro dei pazienti oncologici? 

«La diagnostica e le terapie delle malattie oncologiche hanno fatto negli ultimi anni passi da gigante; resta però il fatto che il risultato in termini di cura e/o stabilizzazione della malattia è fortemente condizionato dalla precocità della diagnosi e dalla tempestività delle cure. C’è quindi da attendersi, nei prossimi mesi ed anni, la necessità di dover curare pazienti con malattie in fase clinica più avanzata, con risultati meno soddisfacenti in termini di sopravvivenza a medio/lungo termine».

Nel suo reparto di Urologia, è stato istituito un servizio a cura dei medici e del personale infermieristico, a sostegno e organizzazione dei pazienti in attesa di ricoveri per cure o interventi, fondamentale in emergenza Covid. Cosa può dirci di questa importante iniziativa?

«Si parla molto spesso in maniera appropriata delle difficoltà di comunicazione relative ai pazienti affetti da COVID-19. Si parla molto meno dell’ansia e dello smarrimento di pazienti che attendono di essere convocati per interventi anche importanti. Nel nostro Ospedale abbiamo messo a punto un call center per evitare che i nostri pazienti abbiano la sensazione di essere abbandonati».

Cosa pensa del vaccino? Dovremo vaccinarci tutti? Anche chi ha contratto il Covid?

«Il vaccino e le terapie mirate sono gli unici strumenti a nostra disposizione per sconfiggere il virus (oltre naturalmente i comportamenti responsabili). La somministrazione del vaccino deve seguire il criterio del rischio di contrarre la malattia e del rischio delle complicanze che questa può generare. Deve quindi essere somministrato prioritariamente a chi sia inevitabilmente esposto per motivi professionali (operatori sanitari, forze dell’ordine) ed a chi abbia una situazione di fragilità (pazienti con patologie croniche invalidanti, pazienti oncologici).
Chi ha già contratto l’infezione e ne è guarito dovrebbe aver sviluppato una risposta immunitaria che lo protegge dal virus e non dovrebbe trarre vantaggio da una eventuale vaccinazione. Il condizionale è però d’obbligo poiché restano ancora molte incertezze sul tipo di risposta immunitaria generata dal virus e sulla sua durata nel tempo».

 di Anna Copertino
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°
213 GENNAIO 2021

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