Lavoro, Vincenzo Maio a Informare: “Lavoratori ancora oggi considerati merce e non valore”

Ciro Giso 12/01/2023
Updated 2023/01/12 at 1:29 PM
13 Minuti per la lettura

Una vita dedicata al lavoro e ai diritti. È questo quello che ho sentito parlando e riascoltando le parole di Vincenzo Maio, segretario generale di Fillea CGIL in Campania. Dal dramma della pandemia a quello della guerra, il sistema socio-economico in cui viviamo è rimasto impassibile, con i suoi ingranaggi sempre alimentati dai tanti lavoratori.

Lavoro: cos’è cambiato e cosa dovremmo cambiare? Ne abbiamo parlato con Maio, per capire e comprendere di più su come questi aspetti vivano e confluiscano assieme al settore di cui si occupa da anni, quello dell’edilizia.

Com’è cambiato il mondo della pandemia? Le infezioni sul luogo di lavoro, nel 2021, sono state più di 30 mila. Mentre quest’anno, con 107.602 infezioni lavoro-correlate denunciate nei primi 10 mesi, il 2022 pesa al momento per il 35,2% sul totale dei contagi sul lavoro segnalati all’INAIL dall’inizio della pandemia. Qual è la situazione in Campania e in particolare a Napoli?

Quando si tratta di classifiche che non riguardano benessere o aspetti positivi e virtuosi dei cittadini e della società civile, la Campania sale sempre sul podio. La prima ondata della pandemia, quella dei primi mesi del 2020, colpì solo marginalmente la Campania, ma solo perché il governo di allora impose due mesi di lockdown circoscrivendo così la diffusione del virus in quella parte del paese che per prima fu colpito.

Poi abbiamo scalato la vetta della classifica risultando oggi il terzo paese per numero di contagi complessivi: terza la Campania tra le regioni e terza Napoli tra le città. Il 40% circa dei cittadini campani ha contratto il covid. Sui luoghi di lavoro le cose non vanno in maniera diversa anche se il luogo di lavoro non è stato il luogo in cui è avvenuto il contagio, avendoli resi abbastanza sicuri con i vari protocolli sicurezza sottoscritti con il sistema di imprese. I lavoratori sui luoghi di lavoro, più dei cittadini nella società, si sono attenuti al rispetto delle misure, delle norme e dei protocolli. Aspetto questo da non sottovalutare in quanto ci racconta di un mondo del lavoro più attento alle tematiche della sicurezza, almeno per quanto riguarda il Covid.

Secondo l’ispettorato al lavoro, 9 aziende edili su 10 sono irregolari. Mentre Gaetano Fede, del consiglio nazionale ingegneri, parla di mancanza di formazione adeguata. È vero che per avviare un’azienda in questo settore, oggi, non c’è bisogno di essere qualificati e formati?

All’indomani della tragedia avvenuta a Torino, con la morte di 3 operai travolti dal crollo di una gru, l’ispettorato del lavoro piemontese certificò l’irregolarità di 9 aziende su 10 tra le quelle edili. Dato questo molto omogeneo su tutto il territorio nazionale. In Campania non siamo molto distanti, 7,3 aziende su 10 presentano irregolarità di varia natura, dal lavoro nero e grigio alle misure di sicurezza non idonee. Il tema della formazione è sicuramente uno degli aspetti principali. Dopo la pandemia i fenomeni di mancata formazione sono ulteriormente esplosi. Vuoi per la ripresa repentina dei lavori, vuoi per l’aumento del lavoro che si è caratterizzato per le ingenti risorse messe in campo dalle varie misure di intervento nel settore dell’edilizia, il fare presto ha preso il sopravvento sui tempi di realizzazione delle opere a discapito della qualità del lavoro e della sicurezza sui luoghi del lavoro.

Abbiamo provato con una serie di provvedimenti legislativi e accordi sindacali a mettere al centro del lavoro la sicurezza dei lavoratori e la formazione. La qualificazione del sistema di impresa nel settore edile è la chiave di volta per un lavoro sicuro e qualificante. Oggi, con il sistema attuale, è più facile, e si fa più in fretta, diventare impresa edile che lavoratore edile qualificato. Basta recarsi e iscriversi alla Camera di commercio per diventare imprenditore edile, mentre per diventare operaio qualificato ci vogliono mesi e mesi di lavoro e formazione. E’ un paradosso che non può più reggere.

C’è bisogno di un sistema di certificazione per il sistema di impresa, di una patente, per dirla in termini di abilitazione, per essere imprenditori edili. Le responsabilità che investono un’impresa sono di varia natura, da quella giuridica a quella organizzativa, economica, sociale. Il settore si è sempre più impoverito di aziende strutturate e serie affidandosi sempre più ad aziende avventuriere che speculano su tutto, dal salario alla regolarità dei lavoratori, figuriamoci se curano gli aspetti formativi che hanno bisogno di investimenti e di tempi che non coincidono con le loro aspettative di guadagno.

Vincenzo Maio: “Lavoro diventato ricatto: o lo fai o te ne vai!”

Insomma, ogni euro che è tolto a formazione e sicurezza va nelle tasche dell’imprenditore. Possiamo parlare dei morti sul lavoro quindi, non come incidenti ma omicidi dettati dalla smania di fare più profitto possibile?

Oggi più che ieri le morti sul lavoro sono omicidi sul lavoro. La nostra giurisprudenza dovrebbe contemplare nel suo codice penale il reato di omicidio sul lavoro, perchè quasi sempre oggi l’infortunio mortale avviene per una procedura di sicurezza che non c’era o non è rispettata. I lavoratori sono sotto ricatto: o lo fai o te ne vai! E’ un fatto di cultura delle imprese. Sicuramente un sistema sanzionatorio più rigido e certo potrebbe attenuare tale fenomeno, ma se non si agisce sulla cultura del fare impresa difficilmente potremmo parlare di un lavoro sicuro al 100%. Stesso lavoro stesso contratto, stesso lavoro stessa paga e stessi diritti sono principi cardini della nostra azione sindacale che con il nuovo governo rischiamo di vederci smontare quelle poche, ma solide norme costruite con i passati governi.

Oggi, nel dibattito pubblico, secondo lei si parla abbastanza di morti sul lavoro? E soprattutto, se ne parla nel modo adeguato?

Abbiamo alle nostre spalle una campagna elettorale che si è chiusa da poco tempo. Il dibattito che ne è scaturito non sembra abbia avuto al centro il tema della sicurezza sul lavoro ancor prima dei morti sul lavoro. La politica è troppo distante da questi temi, ma anche i media e la stessa società civile. Quando un lavoratore muore sul lavoro il dramma è vissuto esclusivamente dalla famiglia di quel lavoratore. Nemmeno i richiami del Presidente della Repubblica e del Santo Padre sono riusciti a smuovere questo clima di indifferenza in cui è precipitato il paese.

Eppure è una strage lenta e continua: una media di 3 morti al giorno. Anche i media quando lo fanno, lo fanno in maniera sbagliata. Si cerca sempre lo scoop, la notizia forte, senza mai approfondire e scavare sulle responsabilità e le storture di sistema. Anche questo, come la non cultura delle imprese per la sicurezza, è un fenomeno di sotto cultura del nostro sistema di informazione che risponde alle logiche editoriali più che a quelle deontologiche di un mestiere che dovrebbe essere quello di informare e sempre alla ricerca della verità

Qual è il ruolo del sindacato oggi, e in particolare il suo? Secondo lei i sindacati confederali sono abbastanza combattivi nel lottare per i diritti sul lavoro? Cosa migliorerebbe, di cos’altro è fiero? Quali i traguardi raggiunti sul nostro territorio?

Una domandona la sua che contiene le ragioni dell’essere sindacalista e che probabilmente è riduttivo affrontarla in poche righe. Quello che posso dire che sono fiero dell’organizzazione che rappresento, la FILLEA CGIL, la federazione dei lavoratori dell’edilizia e di tutti i materiali delle costruzioni come cemento, legno, lapidei, laterizi e manufatti in cemento. Il settore delle costruzioni viene da una lunga crisi che ha interessato gli anni dal 2011 al 2019. 8 lunghi anni in cui, soprattutto qui in Campania, abbiamo perso l’intera filiera delle industrie del settore delle costruzioni.

Non abbiamo più mattoniere né cementerie, ovvero stabilimenti che producono materiale laterizio e cemento, ma semplicemente lo acquistiamo fuori regione e lo rivendiamo. Poi, quando a fine 2019 sembrava prospettarsi una ripresa del settore, la pandemia ci ha ulteriormente piegati. Negli ultimi 4 anni, nonostante questo retroterra, il sindacato ha svolto bene il suo ruolo. L’ultimo rinnovo contrattuale del settore edile di marzo ’22, ma anche quelli dei vari materiali da costruzione, hanno portato denaro fresco nelle tasche dei lavoratori, salario diretto e indiretto, con prestazioni aggiuntive sia sotto l’aspetto previdenziale che sanitario, nonché normativo proprio per riqualificare imprese e lavoratori per affrontare nel giusto impegno le sfide che il paese deve affrontare nella ripartenza post-Covid e della messa a terra delle ingenti risorse del PNRR.

Abbiamo provato a ridare dignità ai lavoratori impegnati in settori che dai più sono considerati sporchi e mal pagati. Non solo contratti dignitosi, ma anche protocolli sicurezza e intese istituzionali per tutelare il lavoro e i lavoratori. Accordi di programma con le principali stazioni appaltanti, nonché accordi sottoscritti con vari ministeri. Sul territorio campano scontiamo enormi difficoltà sul piano applicativo di tutta la normativa nazionale.

Abbiamo rinnovato con molto ritardo, e solo in 4 territori su 5, i contratti integrativi provinciali, vuoi per la poca spinta sindacale vuoi per una poca propensione del sistema di impresa che è meglio un rinnovo contrattuale in meno che uno in più. Istituzioni poche incline al dialogo sociale e alle quali non siamo stati capaci, forse, di far capire le nostre ragioni. Ecco se c’è una cosa che migliorerei nelle cose fatte è di fare le cose non fatte perché sono opportunità di tutele e diritti mancati per i lavoratori e ne sento il peso.

Sui muri dell’ufficio, nella storica sede CGIL in Via Toledo, tante le foto di lotte passate e grandi simboli della sinistra italiana. Ci penso, ci ripenso: detto tra noi, oggi esiste ancora la lotta di classe? E chi la sta vincendo?

Penso che la lotta di classe esista ancora e spetta a noi del sindacato saperla interpretare e dare voce per dare dignità a chi ogni giorno lavora e muore sui luoghi di lavoro. Su chi la sta vincendo ho il timore che i lavoratori siano ancora l’anello debole perché sono ancora considerati merce e non valore.

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