“Lavoro in famiglia”, il progetto per avvicinare i giovani all’impiego

Un’esperienza formativa di diverse settimane all’interno dello stabilimento industriale, per avvicinare i giovani al mondo del lavoro. È questo l’intento dell’iniziativa portata avanti da Easytech Closures, che prende il nome di “Lavoro in famiglia”: il progetto è stato pensato per i figli dei collaboratori dell’azienda, invitati per alcune settimane a vivere in prima persona l’attività professionale svolta nello stabilimento sito a Fisciano (SA). Abbiamo intervistato Fabio Bove, General Manger dell’impresa e ideatore del progetto.

Come è nata l’idea di far partire il progetto “Lavoro in famiglia”?

«È iniziato quasi per gioco, dopo che ho invitato mio figlio a lavorare per un mese in fabbrica. Ho notato che questa esperienza ha avuto un effetto positivi sia su di lui che sui dipendenti, così ho pensato di dare questa opportunità anche ad altri ragazzi. Abbiamo fatto un censimento tra i nostri dipendenti per raccogliere le adesioni dei loro figli con età compresa tra i 15 e i 18 anni e che non avessero concluso il percorso scolastico. Attraverso questa iniziativa abbiamo voluto dare diversi messaggi a questi ragazzi: fargli conoscere l’ambiente lavorativo del proprio genitore, svolgere un’attività con orari prestabiliti di entrata e di uscita e con una retribuzione. Siamo sempre alla ricerca di talenti ed abbiamo pensato che invece di cercarli fuori avremmo potuto guardare all’interno dell’azienda».

Questo tipo di iniziativa può essere riproposto in altri contesti? Ci sono dei benefici per chi la propone?

«Personalmente penso che sia qualcosa che dovrebbe essere replicato, considerando che soprattutto nel settore metalmeccanico c’è una grande carenza di tecnici. Spesso i ragazzi vedono nell’università l’unico percorso percorribile, dove poi vengono parcheggiati finendo per perdere ogni opportunità. Noi vogliamo insegnargli un mestiere, per dare loro la possibilità di scegliere se iniziare un percorso universitario o optare per la via intrapresa con noi. Gestire un’attività in modo familiare significa conoscere personalmente i propri collaboratori: se all’interno del loro nucleo familiare ci sono dei talenti con capacità utili all’impresa, perché non attingere da lì?».

Iniziative del genere possono favorire a rialzare il tasso di occupazione giovanile? Si tratta di qualcosa di molto coraggioso, tante aziende non danno chance ai più giovani.

«Può sicuramente essere utile qualora la disoccupazione sia dovuta ad una non corrispondenza tra la domanda e l’offerta del lavoro. Se il mercato cerca manualità, quindi idraulici, meccanici o elettricisti, ma trova solo avvocati o laureandi in economia, c’è uno sbilanciamento tra quello che il mondo del lavoro offre e tra quella che è la richiesta. In questo senso un progetto come il nostro può aiutare: si comincia a riallineare l’esigenza dell’industria manifatturiera con la preparazione di questi ragazzi, che facendo esperienza possono scoprire le loro attitudini».

Questo progetto in un certo senso ripropone quella che è l’idea dell’Alternanza Scuola-Lavoro, a cui anche la sua azienda ha preso parte. In quell’occasione qual è stata l’attività svolta dagli studenti? La sua iniziativa può essere un prosieguo di quello che lo Stato ha provato a fare?

«L’alternanza scuola-lavoro è qualcosa di più vincolante, visto che prevede il patrocinio della scuola. Con la nostra iniziativa invece abbiamo avuto mano libera: ho avuto modo di curarla personalmente e di monitorare i ragazzi, preoccupandomi che ogni settimana svolgessero una mansione diversa. I due progetti comunque sono molto simili: se fatti bene raggiungono lo stesso obiettivo».

di Marco Polli

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