La Costituzione Italiana attribuisce una preminenza essenziale al lavoro come previsto dall’ articolo 1 il quale stabilisce che: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Ed ancora nell’art. 4 viene promosso il diritto al lavoro: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Ad esso, però, viene fatto corrispondere non solo un diritto, che lo Stato deve garantire, ma pure un dovere cui ciascun individuo deve adempiere, in quanto è  strumento di produzione economica ma anche, in ossequio all’articolo 2, co. 2 della Costituzione che attribuisce la libertà di disporre della propria forza lavoro al cittadino quale soggetto titolare di diritti idonei a realizzare l’obiettivo dell’uguaglianza sostanziale garantita dall’art. 3, co. 2 della Costituzione.

Questa sequela di diritti vengono garantiti anche con lo Statuto dei Lavoratori che ha posto due obbiettivi fondamentali: tutelare la libertà e la dignità del lavoratore e sostenere la presenza dei sindacati sui luoghi di lavoro come concreta garanzia dell’effettivo rispetto della personalità del lavoratore.

Lo Statuto, quindi, ha identificato nel lavoratore un soggetto fondamentalmente libero e dotato di importantissimi e inalienabili diritti, il cui rispetto è imprescindibile in una società civile moderna.

La Costituzione, inoltre, riconosce e promuove, la libertà imprenditoriale mediante l’articolo 41. Tale articolo concede ai privati la libertà di disporre dell’attività produttiva decidendo cosa e come produrre rispecchiando così la figura prevista nel Codice civile all’art. 2082 che qualifica imprenditore chi “esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Il lavoro deve, quindi, consentire al singolo di realizzarsi, di vivere e di progredire ma anche di contribuire al benessere collettivo. Analizzare la relazione che intercorre tra dipendente e imprenditore anche in un’ottica di responsabilità sociale, vuol dire tenere ben presente queste norme e i diritti essenziali dell’individuo con la stretta relazione che esiste tra produttività, la quale incide in modo sostanzioso sull’aspetto economico, ed il personale che viene occupato sia per una visione essenzialmente tecnica che umana.

Purtroppo esiste però un aspetto drammatico di questo rapporto lavorativo che si manifesta nel fallimento dell’impresa.

Giuridicamente il fallimento è una procedura concorsuale giudiziaria che liquida il patrimonio dell’imprenditore insolvente per ripartirlo tra i creditori, secondo criteri di parità del trattamento.

Oggi però, per meglio tutelare la figura dell’imprenditore e per evitare il profilarsi di crisi lavorative, ci sono state delle modifiche introdotte dalla “Legge Fallimentare” un testo, che delega il Governo a riformare le discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza e che è stato definito “una riforma di portata epocale”.

Ed è infatti di recentissima approvazione in Gazzetta Ufficiale il testo del dlgs 14-2019 intitolato “Codice crisi impresa e insolvenza”, in attuazione, appunto, della legge delega n. 115 del 2017.

Si sostituisce il termine “fallimento” con l’espressione “liquidazione giudiziale”, modifica non solo terminologica, ma che deve trovare riscontro anche nella realtà. Si prevede la possibilità di attuare una soluzione concordataria e viene prevista la completa liberazione dei debiti entro un tempo massimo di 3 anni dall’apertura della procedura. Il fine è quello di eliminare le conseguenze che ricadono sull’imprenditore e che oscillano dalla stigmatizzazione sociale all’incapacità di far fronte ai propri debiti.

Altra novità è l’introduzione di una fase preventiva di allerta. Fase di sostegno alle imprese diretta a una rapida analisi delle cause del malessere dell’impresa e che sfocia in un servizio di composizione assistita della crisi. Se la attiva di sua sponte, il debitore avrà sei mesi per stipulare un accordo con i creditori. In caso di procedura d’ufficio, il giudice affiderà l’incarico ad un esperto per stipulare un accordo entro sei mesi.

Sono previste poi anche delle misure premiali per gli imprenditori che attivano tempestivamente la procedura di allerta o che si rivolgono per tempo agli istituti per la risoluzione concordata della crisi.

Una mutazione tocca persino il ruolo della liquidazione giudiziale che da un rimedio quasi diretto si trasforma in extrema ratio dando priorità alla trattazione delle proposte che assicurino la continuità aziendale. Accanto a quello di continuità, è previsto anche il concordato che mira alla liquidazione dell’azienda se in grado di assicurare il pagamento di almeno il 20% dei crediti chirografari.

Risulta, quindi, essere chiaro come si miri ad ottenere una diagnosi precoce dello stato di difficoltà delle imprese e, allo stesso tempo, salvaguardare sia la capacità imprenditoriale di coloro che vanno incontro a un fallimento, sia il lavoratore.

di Salvatore Sardella

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