I dati dell’Inail, Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro, ci parlano di un numero sempre più preoccupante di incidenti mortali sul luogo di impiego.

In Italia, infatti, nel 2018 sono state presentate 645mila denunce per infortuni, con 1218 casi mortali e, solo nel 2019, ne sono già stati registrati 704, con una media di tre morti al giorno. La zona più interessata dal problema è proprio il Sud, che si presenta nelle statistiche con l’indice di incidenza sugli occupati più alto d’Italia.
Il 13 ottobre scorso è stata celebrata la 69esima edizione della Giornata nazionale per le vittime del lavoro, promossa e sostenuta dalla Associazione nazionale lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (Anmil), attraverso una campagna di sensibilizzazione intitolata “Non raccontiamoci favole”, girata dal regista Marco Toscani.

In occasione dell’evento, anche il presidente Sergio Mattarella sottolinea l’urgenza di intervenire su questo dato attraverso un messaggio inviato all’Anmil. “La sicurezza di chi lavora è una priorità sociale”, afferma nel suo telegramma, invitando poi le istituzioni a reagire con determinazione e responsabilità alle tragedie che continuiamo ad avere di fronte e che non possiamo più accettare passivamente.
Ancora più dure le parole di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, riguardo al dato decennale che conta 17mila morti dal 2009. «Sono i numeri di una strage – accusa il sindacalista – oggi si continua a morire come 40/50 anni fa». Se è vero, infatti, che i lavoratori hanno ottenuto, attraverso le lotte operaie, il riconoscimento dei propri diritti dal punto di vista legislativo, bisogna purtroppo constatare che il sistema economico di produzione, invece, non si è ancora realmente evoluto.
La maggior parte degli incidenti sul lavoro sono dovuti alle politiche adottate dalle aziende per velocizzare la produzione e diminuire i costi, spesso facendo a meno delle protezioni necessarie. Altri sono, invece, frutto di orari e ritmi insostenibili che, affaticando i dipendenti e abbassando il livello dell’attenzione, aumentano il tasso di incidenti mortali e non. È quello che sta accadendo in Puglia, dove crescono sempre più le morti nel settore agricolo e dove, come spiega il presidente dell’Anmil Zaello Forni, a un incremento delle ore di lavoro e della produttività corrisponde un aumento della mortalità.

Alla base di tutto ciò, quindi, non c’è la mancanza di fondi per le misure di sicurezza né la disattenzione degli operai ma, in primo luogo, l’idea che il guadagno e la competitività vadano anteposti alla salvaguardia dei diritti e della vita stessa dei lavoratori. Emblematico esempio di questo tipo di pensiero lo troviamo nelle parole di Tremonti, Ministro delle finanze ai tempi del quarto governo Berlusconi. “Dobbiamo rinunciare a una quantità di regole inutili” affermava l’ex ministro riferendosi al 626, il decreto sulla sicurezza sul lavoro allora in vigore, come un lusso che l’Italia non poteva permettersi.

Come arginare, dunque, il fenomeno delle cosiddette “morti bianche”?

Non basta aumentare i controlli, che non riuscirebbero di per sé a garantire la sicurezza dei lavoratori. Questi, come suggerisce ancora Forni, vanno accompagnati da campagne di sensibilizzazione e di formazione riguardanti la sicurezza, all’interno delle scuole e delle stesse aziende. Per ottenere risultati concreti bisogna, infatti, ribaltare la mentalità che regna oggi nel mondo del lavoro, fondato su un produttivismo volto a ricercare il massimo profitto a qualsiasi costo. Anche quando questo consiste nella morte di un lavoratore che sembra rappresentare, agli occhi di alcuni grandi imprenditori, poco più che uno spiacevole effetto collaterale.

 

di Marianna Donadio
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°200
DICEMBRE 2019

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