L’assassinio di Samuel Paty interroga la Francia

Informareonline-Paty

In Francia il terrorismo firmato dal Califfato torna a far fare brutti sogni. Il 16 ottobre Samuel Paty, insegnante di storia, geografia ed educazione civica di un liceo della periferia parigina, viene brutalmente assassinato da un 18enne di origini cecene, ucciso a suo volta dalla polizia francese durante un tentativo d’arresto. L’esecuzione di stampo terrorista avviene dopo che Paty, durante una lezione, aveva mostrato ai suoi studenti le vignette satiriche su Maometto pubblicate da “Charlie Ebdo”, scatenando non poche lamentele da parte delle famiglie di studenti islamici.

Ci troviamo di fronte all’ennesima dimostrazione che la minaccia terrorista, in Francia, non è ancora superata, e mentre la nazione si stringe attorno al professore e alla sua famiglia si accende il dibattito politico e sociale, tra insegnanti delusi da uno Stato che non li ha protetti e politici che promettono guerra ai possibili focolai di fondamentalismo.

“Questa violenza assoluta arriva dopo migliaia di casi di aggressioni a docenti che non sono stati sostenuti e difesi, creando un clima che li mette in pericolo. È il culmine di un processo che istituzioni e società non hanno voluto affrontare”, scrive un collega del professor Paty, denunciando le condizioni di una scuola che si sente sempre meno sicura.

Il ministro dell’interno Darmanin ha risposto alla forte reazione dell’opinione pubblica annunciando un’ampia offensiva contro l’Islam radicale nella nazione. Il Collettivo contro l’islamofobia in Francia è ora a rischio chiusura, mentre è già costretta a chiudere per sei mesi una moschea il cui imam aveva ricondiviso sui social il video di un genitore che invitava a prendere provvedimenti contro il docente. Questa disposizione, afferma Darmanin, è il primo passo di una guerra contro quelli che definisce nemici della Repubblica.

Tali misure, assieme alle dichiarazioni della stampa e dell’opinione pubblica, contribuiscono ad alimentare un clima di tensione preesistente, dovuto alla proposta di legge presentata da Macron contro il “separatismo islamista”. Questo progetto politico, che prevede l’inasprimento dei controlli nei luoghi di culto e di assembramento associativo islamici, è visto dalla comunità musulmana, che costituisce oltre il 10% della popolazione francese, come un forte strumento di discriminazione. La legge, infatti, rischierebbe di colpire non solo gli esponenti di un islamismo violento, ma anche i tanti che arrivano in Europa scappando dalla stessa violenza che inorridisce noi.

“È bizzarro discutere della difesa della libertà di espressione in un paese in cui le libertà pubbliche sono state così drasticamente ridotte con le norme antiterrorismo (…) e dove ogni musulmano è ritenuto responsabile di ogni attacco islamista”, afferma il politologo e professore dell’University College di Londra Philippe Marlière.

Il tema che salta agli occhi e su cui sia la Francia che l’intero Occidente devono riflettere è ancora una volta quello dell’incomunicabilità tra due mondi che si ritrovano ora a convivere all’interno degli stessi confini. Da una parte la cultura islamica che è spesso sfociata nel fondamentalismo, ma che non va con esso confusa, dall’altra la tendenza occidentale a svilire i costumi e le tradizioni altrui. Da un lato la rabbia mai sopita dell’area musulmana per il nostro passato coloniale, dall’altra un Occidente che ha creato e mantiene il suo impero economico schiacciando un pezzo di mondo e che si ritrova ora a fare i conti con la Storia, che torna a bussare alla nostra porta con una violenza inaudita.

di Marianna Donadio

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