L’Asia Centrale ‘crossroad’ delle civiltà del mondo

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“The Future we want, the United Nations we need: reaffirming our collective commitment to multilateralism, confronting COVID-19 through effective multilateral action”.

E’ un tema di immensa portata, come ben si comprende, quello affrontato ieri, 23 settembre, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dai Capi di Stato preoccupati delle sorti del mondo.

Di straordinario interesse si è rivelato l’appassionato intervento del Presidente della Repubblica dell’Uzbekistan che, memore del ruolo centrale del suo Paese in Asia, non ha mancato di offrire agli occhi e all’attenzione del mondo la ferma volontà a tenere la leadership morale e culturale sui temi essenziali della cooperazione e del rispetto reciproco. Vocazione non arbitraria né casuale quella dichiarata da S. E. Shavkat Mirziyoyev.

E’ un caso più o meno unico nella storia del mondo: rimanere per oltre un millennio ‘al centro’ di rotte commerciali, di vie culturali che sono diventate parte della nostra storia e, più di tutto, parte cruciale della storia dell’Asia Centrale.

Sto parlando dell’Uzbekistan, cuore vivo della grande Via della Seta che, è bene ricordarlo, ha preso vita prima ancora della nascita di Cristo e che ha fatto di questo Paese il cuore pulsante di un continente, desiderato da tutti, da Alessandro a Tamerlano fino alle grandi potenze di oggi che a lui guardano con estrema attenzione come partner economico e commerciale tanto importante da essere essenziale e ineludibile interlocutore sui temi della cultura, ma anche dei Diritti umani e della libertà religiosa, temi richiamati con fermezza nel suo autorevole intervento dal Presidente Mirziyoyev.

Ma non è solo in nome della sua grande storia che oggi l’Uzbekistan chiede, a giusta ragione, di occupare il ruolo che gli spetta nella geografia politica del mondo: chiede perché ormai da qualche decennio è entrato con forza nella contemporaneità, proprio grazie all’illuminata presidenza di Shavkat Mirziyoyev che si trova a guidare un Paese giovane, con una classe dirigente di concreti ‘sognatori’ cosmopoliti, liberi da nostalgie e pregiudizi.

Tutto è ‘vivo’ in Uzbekistan, tutto è in movimento: basta guardare la capitale Taskent segnata certo dalle grandi strade di antica memoria, ma segnata soprattutto dalla ferma volontà di accoglienza del mondo tutto con i suoi grandi alberghi (dove ti danno la password del wifi prima della chiave della tua stanza), i grandi parchi e giardini che rendono modernamente pulsante il cuore della città.

Il primo felice esperimento è nella coniugazione di tradizione e modernità che trovi nel fashion, nella splendida cucina, nei decori: qui non si cancella, non si distrugge, ma si riscrive.

Ciò che più colpisce, però, è il rispetto profondo per la cultura che vedi nel potenziamento delle scuole, delle Università, nei Corsi di laurea che guardano con estrema attenzione al nuovo non solo nel campo scientifico, ma anche nel campo dei Beni culturali e delle scienze, delle tecnologie ad essi connesse.

Non è questione di poco conto perché stiamo parlando della  salvaguardia e della valorizzazione di luoghi mitici come Samarcanda, Buchara, Khiva, Shahrisabz …

Quando arrivi a Shahrisabz (la leggendaria Kesh che con Caserta ha un accordo di cooperazione) e vedi il restauro straordinario dell’immensa magione di Tamerlano, ecco, allora capisci che cos’è veramente la ‘sindrome di Stendhal’!

E questo vale anche per i tanti musei sparsi nel Paese che offrono alla comunità internazionale la possibilità di entrare nel cuore della storia antica e moderna di noi tutti.

A giusta ragione, dunque, il governo uzbeko ritiene questione di primo piano la politica di estrema attenzione verso il turismo e perciò di recente è stata inaugurata a Samarcanda un’Università del turismo che ha senso pieno se e solo se i Beni culturali del Paese ricevono le cure materiali e immateriali che meritano: moschee, palazzi, caravanserragli, bazar, giardini …

A giustissima ragione il Presidente Shavkat Mirziyoyev chiede l’attenzione dell’Unesco per il Forum internazionale ‘Central Asia at the Crossroads of World Civilizations’ che si terrà a Khiva nel 2021 come sèguito, possiamo dire, del secondo ‘Consultative Meeting of the Heads of Central Asian States’ che si tenne a Tashkent nel novembre 2019.

Del resto, fu proprio il lungimirante Presidente dell’Uzbekistan a porre l’importante questione della necessità di tenere incontri regolari fra i Paesi della Regione alla 72° sessione delle Nazioni Unite nel Settembre del 2017 e, infatti, nel marzo dell’anno successivo si tenne il primo incontro interregionale a Nur-Sultan, capitale del Kazakistan, Paese con con cui l’Uzbekistan condivide storia e tradizioni e addirittittura l’importante ‘Riserva di Biosfera di Chatkhal Sate’ sulle Montagne Occidentali di Tian Shan per la quale è stato chiesto il giusto riconoscimento Unesco.

Non è un caso, infatti che pochi mesi fa  sia stata inaugurata proprio in Kazakistan una ’Università del turismo’: abbiamo ben ragione di ritenere che sia l’importante risultato delle iniziative messe in campo dalla Presidenza dell’Uzbekistan già da qualche anno proprio sugli scambi culturali e la necessità della cooperazione internazionale, soprattutto fra paesi che da secoli convivono nel rispetto reciproco, come ha ribadito ieri ancora una volta all’Assemblea Generale dell’ONU il Presidente Shavkat Mirziyoyev, ben consapevole del fatto che oggi più che mai, la ‘guerra’ contro il grande nemico COVID si vince solo e solo insieme. Egli ha, infatti, proposto la creazione di un ‘International Code of Voluntary Commitments of States’ sotto l’egida dell’Onu che ci permetta di affrontare con più forza situazioni di emergenza assoluta come quella che ha colpito il mondo intero. Chiudo proprio con le importanti parole di pace, sperando che siano di esempio per tutti, pronunciate ieri dal Presidente: ”The fundamental changes are taking place now in the region of Central Asia.  We have managed to create an atmosphere of good neighbourliness, mutual trust, friendship and mutual respect among the states of the region”.

di Jolanda Capriglione
Università della Campania. Presidente del Club per l’Unesco. Caserta

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