In esclusiva per Informare il maestro Aziz Asmar racconta il suo impegno

“Il dolore degli altri è dolore a metà”. Faber insegna e con le sue parole scava attraverso la distanza tra gli uomini, tra i popoli. Parliamo di distanza emotiva e sociale, quella che ci proietta lontano da fatti e vite in territori di frontiera, tra i quali c’è la Syria. Quella che era una culla di civiltà di raffinata intelligenza, oggi è una terra devastata, con alcune aree ricche unicamente di brandelli di muri e macerie, frutti marci dei bombardamenti firmati da superpotenze come la Russia, gli USA e l’armamento di Assad. Edifici sfasciati che al loro interno custodivano affetti familiari, musei o semplici centri di aggregazione per i tanti giovani che una volta affollavano la città di Idlib. È proprio in questa città martoriata dalla guerra che Aziz Asmar ha deciso di compiere un’opera rivoluzionaria: dipingere quei muri solitari lasciati dalle bombe con immagini che evocano la pace, la solidarietà. Aziz è ossessionato dalla volontà di ridare storia a quei resti di marmo e lo fa anche attraverso un’azione pedagogica, coinvolgendo i bambini e, spesso, disegnando per loro.

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Un giorno Aziz si sveglia e vede la sua faccia sui principali media internazionali (come il Time e il New York Times). Ebbene sì: il suo murales dedicato a George Floyd, nato sulle macerie della città di Idlib, ha fatto il giro del mondo e con l’opera anche lo straordinario impegno di Aziz. Lo abbiamo intervistato in esclusiva per far emergere la sua storia e sapere come procede il suo lavoro, al telefono abbiamo trovato una persona di una semplicità e disponibilità disarmante, con una voglia di vivere impensabile per chi immagina il tremendo scenario di Idlib. Grazie Aziz, perché la tua lotta non è sola.

Aziz, la tua storia nasce in Syria ma si sviluppa in Libano. Cosa ti ha spinto a lasciare il tuo paese e dove nasce la tua passione?

«Dal 1990 al 2011 ho vissuto in Libano, questo perché essendo contrario al regime di Assad non potevo esprimermi liberamente, ma all’inizio della rivoluzione sono ritornato in Syria. La passione per l’arte me l’ha trasmessa mio padre. Nella mia famiglia sono tutti artisti e musicisti».

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Cosa ricordi della vita in Syria prima del tuo trasferimento in Libano?

«La mia vita in Syria all’epoca era tranquilla e felice, mi sono anche sposato. Ma poi la situazione economica del paese è precipitata. Prima del 2000 la sopravvivenza era diventata difficile: il semplice procurarsi del cibo era difficile. Il lavoro era impossibile da trovare e il salario minimo non ti permetteva di mantenere la famiglia. Ci volevano ben 20 anni di lavoro prima di potersi comprare una piccola casa e poi si poteva pensare al matrimonio. Chi nasceva in una famiglia povera non aveva nessuna possibilità di riscatto. Ancora oggi la Siria è un paese estremamente ricco di risorse, ma la sua popolazione è povera e scappa in qualunque parte del mondo pur di assicurarsi la sopravvivenza».

Perché sei ritornato in Syria dopo 20 anni in Libano?

«Ho dovuto lasciare il Libano a causa del regime di Hezbollah, ma anche perché la mia famiglia e i miei amici vivono ancora in Syria e ho voluto ricongiungermi a loro. Quando la tua gente vive in difficoltà tu vuoi solo aiutarla e non certo scappare».

Perché hai deciso di dipingere sulle rovine dei bombardamenti?

«Dietro ogni singola rovina lasciata dai bombardamenti, c’è una storia. Una triste storia. Ogni singolo muro rimasto in piedi deve ricordarci che sotto di esso ci sono delle persone e dipingere quei muri mi permette di gridarlo al mondo. Donne, uomini e bambini giacciono sotto quei muri, per questo li ho scelti».

Quanto è pericoloso dipingere in questi luoghi?

«Molto. Ogni volta che dipingo rischio di essere attaccato sia da cielo che da terra. Ma non sarà la guerra a fermarmi».

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Uno dei tuoi ultimi murales raffigura George Floyd. Ci spieghi questa scelta?

«Ho voluto dimostrare al mondo che noi siriani non siamo concentrati solo sulla nostra condizione, ma che abbiamo a cuore i diritti dell’umanità. Questo murales è un manifesto contro l’ingiustizia».

Nell’ultimo mese in Italia ci sono stati diversi episodi di violenza e discriminazione. Che messaggio vorresti mandare a coloro che continuano a discriminare per razza, sesso o per lo status di rifugiato?

«Ciò che vorrei dire agli italiani è di svegliarsi e rendersi conto che siamo tutti esseri umani pertanto le discriminazioni non hanno motivo di esistere. Su questa terra siamo solo di passaggio e non la possediamo. Nel giro di 50, 100 anni avremmo lasciato tutti questa terra quindi rispettiamoci l’un l’altro, aiutiamoci reciprocamente e ritorniamo all’umanità, solo così potremmo vivere una vita vera. Non hai un lavoro? Lascia che te ne dia uno. Non hai un posto dove vivere? Lascia che te ne dia uno. Siamo su questa terra per aiutarci non per farci la guerra. Coloro che si attaccano l’un l’altro sono malati di mente. Non esiste un motivo per farsi la guerra, su questo mondo c’è spazio per tutti».

di Antonio Casaccio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°210
OTTOBRE 2020

 

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