Presepe napoletano

L’arte del presepe: dietro un pastore si muove un mondo

Redazione Informare 07/12/2023
Updated 2023/12/07 at 1:41 AM
5 Minuti per la lettura

A San Gregorio Armeno ognuno ha la sua storia individuale ma, più spesso, generazionale. Famiglie dai nomi ormai affermati portano avanti da anni le loro botteghe artigianali. I loro prodotti, esposti su una delle strade più note di Napoli, incuriosiscono i locali e appassionano i turisti. Tuttavia, per avvicinarsi all’artigianato non è detto che se ne debba fare necessariamente un mestiere.

Abbiamo intervistato una sarta quarantenne napoletana, che preferisce mantenere l’anonimato; da giovane ha avuto la fortuna di avvicinarsi a quest’arte in modo spontaneo e autonomo. Ci ha raccontato come è stato, che futuro pensa abbia questo settore e come viene percepito all’estero.

Come ti sei avvicinata all’arte presepiale?

«I fratelli di una mia amica che era in classe con me avevano un laboratorio di arte presepiale a San Gregorio Armeno e man mano mi sono avvicinata a quest’arte. Mi è sempre piaciuto lavorare con ago, filo e cotone. A maggior ragione, questo lavoro è per me una passione. Infatti, nonostante abbia passato molto tempo nella bottega, sono un’autodidatta. Molto di quello che so viene dai numerosi libri che ho comprato. Sfogliandoli mi facevo un’idea di come volevo realizzare i costumi dei pastori».

Pensi ci sia una differenza di genere in questo settore?

«Nell’ambito presepiale non ho riscontrato una differenza di genere vera e propria. Ti dico che sicuramente ho notato che, in questo campo, le donne sono più portate a fare le sarte. Ci occupiamo tendenzialmente della vera e propria “vestizione” dei pastori. Gli uomini, invece, si occupano maggiormente delle parti in terracotta. Ma ciò che consente davvero il movimento ai pastori è quella che viene definita “anima”: un insieme di fil di ferro e stoppa».

Come pensi venga visto il presepe dall’estero?

«Forse la verità è che il presepe all’estero viene più apprezzato che da noi stessi napoletani. I turisti più affascinati sono gli spagnoli, ma chiunque si ritrova a camminare per San Gregorio Armeno rimane un po’ meravigliato. Volendo infatti analizzare il lato prettamente economico, la verità è che si lavora per l’80% con turisti. I napoletani, ormai, acquistano prodotti dell’artigianato presepiali quasi esclusivamente per fare pensierini, pochi invece continuano ad acquistare un presepe o dei pastori veri e propri». Al 21 di via San Biagio dei Librai c’è la bottega di Antonio Esposito, che ha fatto della sua passione un lavoro: «Sono fortunato perché faccio quello che mi piace per mestiere. Nel 2002 ho seguito un corso della Regione con l’associazione Amici del Presepe e ho abbandonato tutto per seguire la mia passione. Oggi è il mio lavoro».

Nella bottega di un maestro dell’arte del presepe napoletano

Nella sua bottega, Antonio si occupa da solo dell’intera realizzazione del pastore, dal modellato alla vestizione: «la mia parte preferita è vedere il pezzo finito». La passione di Antonio è evidente da come mi spiega i dettagli di quest’arte: «Per il presepe popolare si usano statuine commerciali e si lascia spazio alla creatività personale, mentre nel presepe colto ci sono canoni precisi». L’attenzione al dettaglio arriva fino ai volti dei pastori: «Talvolta sembrano delle caricature, come il Guercio (figura tipica dalle fattezze deformi, ndr) ma sono fatti così perché riproducono anche le malattie diffuse in quel periodo, dovute alle condizioni ambientali».

Nel ‘700, gli artisti e gli artigiani più importanti di Napoli si occupavano della realizzazione del presepe per la famiglia reale. Per i vestiti, ad esempio, venivano spesso commissionati dei sarti che realizzavano i propri modelli in scala appositamente per le statuette. Come racconta Antonio, artisti che scolpivano il marmo, come l’autore del Cristo Velato, Giuseppe Zammartino, o lo scultore Matteo Bottiglieri, che ha realizzato la Guglia dell’Immacolata a Piazza del Gesù Nuovo, modellavano anche i pastori.

La bottega di San Biagio è anche una finestra importante sulla città che cambia: «È importante che su Napoli si sia acceso un riflettore, perché così riusciamo a toglierci di dosso l’etichetta di città pericolosa. Tuttavia, penso che sia un pubblico di quantità e non di qualità. Dal Covid ad oggi, sono pochi i turisti che vengono a fare acquisti importanti; prima, passeggiando per San Biagio si respiravano gli odori delle tante botteghe, oggi c’è odore di fritto. Non dobbiamo perdere le radici».

di Sara Marseglia e Giovanna Di Pietro

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