Largo San Castrese, il palmo di una mano

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Nce steva na vota ‘nu viecchio e na vecchia,
ncopp’â nu monte sott’â nu specchio,
sott’â nu specchio ncopp’â nu monte,
aspettame lloco ca mo’ te lo conto… non ti muovere, non fiatare, ascolta che ora ti racconto…

C’era una volta un paese che proprio in mezzo, ma proprio in mezzo in mezzo, e nel punto più alto, ma alto-alto, aveva una piazza che gli abitanti, per umiltà, decisero di chiamare largo, mapperò essendo gente volubile un attimo dopo si pentirono e con burbanza attribuirono a quel luogo il nome di un santo: largo San Castrese.
Il largo era come il palmo di una mano dove gli zingari leggono le fortune e le miserie del destino, i vicoli che si diramavano sembravano le dita di quella mano, senza nome e così stretti che i raggi di sole entravano solo a mezzogiorno trattenendo il fiato, ma in tempo per dire prima del pranzo “Buon appetito”.
Sul largo si affacciava anche una cappella dedicata al santo. Erano intenzionati a costruirgli un duomo a più navate poi, per umiltà o per miseria, optarono per una cappella, uno stanzone con il piano giorno ed il piano notte e, per dare un pizzico di misticismo, una piccola scala esterna di tre gradini ed un cancelletto di ferro, mapperò, essendo inclini al mutamento di pensiero, si pentirono e ristorarono il santo proclamandolo patrono del paese.
San Castrese arrivò lì dall’Africa, figlio di africani, giunse in quel paese con una specie di zatterone attraversando il Mediterraneo, quel piccolo oceano che chiamano mare, così come i paesani chiamavano “largo” quella piazza. Era uno che sapeva il fatto suo, sapeva anche quando doveva morire e lo disse, celebrando poi da sé una messa in suo suffragio con tutti i fedeli intorno che, ad ogni inchino, erano preoccupati della sua immortalazione ipso facto in costanza di governo di sacramenti.
Essendo africano, figlio di africani, stava a casa sua in Africa ed era amico e collega di Sant’Agostino. Quando arrivarono i vandali, una tribù germanica proveniente da una zona più o meno tra Polonia e Germania, non si volle sottomettere.
“Sottomettiti”, gli intimo Genserico, il nuovo re.
“No”, rispose.
“Sottomettiti”, aggiunse,“e bacia la mia spada!”
E Lui fermo “Nsho! E se me lo chiedi altre dieci volte ti risponderò di No altre cento”.
Aristotemo, consigliere di Genserico, si avvicinò e bisbigliò nell’orecchio regale ciò che quest’ultimo avrebbe poi detto: “Castrese, perché non ti vuoi sottomettere? Ho soggiocato tutti aldiquà e aldilà del mare, compreso i Romani, ho abbattuto città, palazzi, chiese, distrutto eserciti, perché non ti vuoi sottomettere, tu?”
“Non per principio, ma per insegnamento. Se un uomo del nord, come te, potente e forte, ogni volta che viene al sud fa razzie, saccheggia, depreda le popolazioni e, come se non bastasse, distrugge monumenti, irridendone usanze e religioni, con che animo io, vescovo di Dio, potrò dire abbiate fede nella giustizia e nella verità perché Gesù, per mano dell’uomo, e Agostino d’Ippona, per mano tua, non sono morti invano. Non è per principio, ma per giudizio che non mi sottometto”, chiosò Castrese.
Genserico guardò negli occhi Aristotemo e, con senso di velenoso spirito, rispose:“Un uomo del nord come me, potente e forte, sa quello che deve fare quando un uomo del sud come te risponde come hai fatto”. Lanciò un urlo che fece impressione a quelli che stavano là. Perché? Perché si fa così quando uno deve chiudere una conversazione poco favorevole. L’urlo è un pretesto per non parlare più.
Genserico, allora, mise Castrese ed altri undici vescovi cristiani su un barcone, che fu trascinato al largo delle coste di quella che oggi chiamiamo Tunisia e diramò un invito a tutte le autorità a non creare ostacoli alla crociera dei dodici prelati. Per giorni e giorni, non trovarono attracco ed ospitalità in nessun porto del mar Mediterraneo, d’altronde nessuno voleva inimicarsi il potente re dei Vandali. Dovevano morire in mare, ma non per espressa volontà di Genserico, ma per arzigogoli diplomatici. Alla fine i vescovi, mal conciati ma vivi, ridotti ad un cumulo di ossa coperte dalle rimanenze del vestiario cotto dal sole, approdarono alla foce di un fiume dove vi era un paese che proprio in mezzo, ma proprio in mezzo in mezzo, e nel punto più alto, ma alto-alto, aveva una piazza che gli abitanti, per umiltà, decisero di chiamarla largo.
Il barcone non portava né sciagure né fanti, ma solo santi.
Dove c’era una piazza chiamata largo San Castrese, in mezzo in mezzo al paese nel punto più alto-alto, nel palmo di una mano c’erano 4 sorelle – Leonìta, Mariadeogratiae, Martha e Kuncettì – che avevano 4 fratelli, 4 mariti e non meno di 4 figli a testa ed un padre che, come San Castrese, aveva deciso quando morire e lo fece invitando a quell’ora e a quel posto le 4 figlie e i 4 figli.
sott’â nu specchio ncopp’â nu monte,
aspettame lloco ca mo’ te lo conto… 

Al caro Daniele,
che ci ritornava sempre.

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